tagliato sottile [bozza #4, 2013]

certe persone non vedono l’ora di farti a pezzi, tagliarti a julienne sul tagliere dell’homo homini lupus e metterti in pentola con tutti i residui di frustrazioni e fallimenti.

ma se c’è una cosa grande che ho imparato nel 2013 è che certe persone non sono stronze o cattive, sono solo tanto infelici.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

pezzetini

noia

A volte penso che questa nostra generazione di ventitrentenni sia proprio una generazione noiosa. Con le paturnie, gli affanni, i non ce la farò mai, le pillole del buonumore, le depressioni incurabili, la tesi, il parking universitario, le lamentele, i profili facebook da santoni postmoderni, le fragilità ricercate e la musica indie.

Se ci guardo da fuori penso proprio: madonna che palle.

 

 

una storia piccola

Se stai leggendo, allora vuol dire che ogni tanto capiti qui, che talvolta vieni a vedere cosa succede su queste lande desolate dall’abbandono dell’autrice.

Allora se ogni tanto capiti da queste parti, vorrei farti un regalo, voglio regalarti una storia piccola. Una storia che in pochi conoscono, e che mi fa sorridere ogni volta che ci penso.

Io sono più grande di mia sorella di quasi tre anni, 2 anni e otto mesi ad essere precisa. I miei genitori ci hanno avute da giovani, non come i genitori tardivi della mia generazione. Avevo genitori giovani, zii ancor più giovani, nonni giovani. Ero una bimba circondata da piccoli adulti. I miei lavoravano, come tutti i genitori giovani del mondo, e io li volevo tutti per me. Quando è nata mia sorella, per non mettere a dura prova i miei sentimenti di primogenita, hanno pensato di regalarmi la villa di campagna di Barbie. Non la casa di cartone con l’ascensore, proprio la villa con le colonne bianche, il tetto rosso, una enorme terrazza e il portavivande che trasportava i beni di prima necessità o le Barbie stesse (mancavano le scale) in terrazza. Mi ricordo un intero pomeriggio trascorso a montare assieme a mio zio e mio papà, sul pavimento del salotto, la villa enorme. Ricordo le viti che servivano per tenere fermo il piano di sopra, da avvitare con cacciavite a punta piatta.

Quando mia sorella è tornata a casa, piccola e batuffolosa, i miei l’hanno messa a dormire nella culla bianca a dondolo che era stata prima di mia nonna, poi di mio papà e poi mia. Era una culla che potevi far dondolare girando una manovella che caricava una molla. L’avevano messa accanto al letto.

Mi ricordo che mi ero avvicinata a mia mamma, distesa sul letto. Lei mi aveva chiesto se la villa di Barbie mi era piaciuta, io le avevo detto si. E lei mi aveva detto che me l’aveva portata la sorellina.

Allora io, Anice treenne, ricordo di aver pensato che mia sorella, con tutte quelle colonne, viti, pezzi di ringhiera, terrazzo e portavivande assieme a lei, aveva fatto un viaggio nella pancia molto scomodo. E che mentre mamma aveva la pancia, non mi era sembrato di veder sporgere della parti appuntite, ma vabbè.

dream cottage barbie onirismi onanismi

 

 

 

amaca [bozza #3, 2014]

La condizione dell’amaca.

Sospesa da terra, in perpetuo rollìo, con il cielo sopra e il cielo sotto, legata a due alberi di cui bisogna fidarsi per forza, a due pali che stabiliscono quanto ancora potrai dondolarti, indolente.

Perché non dipende da te, e non importa quanto forte stringi i nodi o quanto tieni aperti gli occhi, a volte basta un po’ di vento più forte a farti aggrovigliare su te stesso.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

Amazonas-Hamacas

 

preghiera della domenica

Dammi uno straccio per spazzare via la pigrizia della domenica, con quaranta ore di ufficio alle spalle, almeno 5 di auto, 2 e mezzo di pranzi riscaldati al microonde. Dammi un caffè che mi ricarichi la barra dell’energia, mi faccia guadagnare una vita e un gettone da usare in caso di bisogno.

Dammi un libro che mi insegni a non fare tardi, puntare la sveglia e sentirla, sorridere il lunedì mattina.

Dammi un taccuino su cui segnare tutte le parole che vorrei spiegare agli amici che si lamentano perché non c’è mai tempo per loro, a chi ti cerca senza chiedere mai come stai, a chi si lamenta del sole.

Dammi un’ostia che faccia andare via i miei brufoli, i chili di troppo, i capelli in disordine, le occhiaie, la faccia stanca; dammi orecchie nuove per ascoltare tutti senza che mi venga l’otite. Dammi mani di ferro, affinché non perda la forza di scrivere.

Dammi gambe buone che abbiano voglia di prendere la bicicletta, e occhi aperti fino a tardi ad aspettare il mio Ulisse tornare a casa.

E poi dammi la bussola, che mi indichi il nord della giustezza, e quale sentiero percorrere ogni giorno per non trovare code in tangenziale.

posta

 

Latrocchia [bozza #2, 2012]


Alfredo Latrocchia ha raggiunto almeno tre certezze alla vigilia dei quaranta.

La prima è che la nuvola di capelli grigi in espansione costante e simmetrica ai lati della testa non gli dona affatto quell’aria sale e pepe pubblicizzata da George Clooney sulle riviste di sua moglie. Meglio un taglio radicale: una passata di rasoio a regolazione intermedia e la testa torna ad essere asciutta e lineare. La barba la porta sempre corta e ben pareggiata.

La seconda è che Angela Latrocchia può preparare in quarantacinque minuti netti la più buona parmigiana di melanzane con ricetta tradizionale familiare siciliana di tutta Carpi. Caratteristica non da poco, dato che Alfredo Latrocchia mangia con un appetito da quindicenne in piena esplosione ormonale.

La terza è che la pratica a giorni dispari della salsa cubana lo sta rendendo snello e agile come quando da ragazzino agitava le ginocchia a colpi di twist.

Alfredo Latrocchia va a lezioni di salsa perché lo ha convinto sua moglie, -chè non possiamo mai ballare perché sei un tronco- lo rimproverava sempre. E allora avevano sfidato il parquet e gli occhi da gatta dell’insegnante e si erano stretti in un “un due tre, indietro avanti indietro passo passo giro”.

A giorni dispari Alfredo e Angela sono una coppia che riscopre di essere ben rodata. Non hanno perso quella ritualità di gesti e sentimenti che rende lunghi gli amori. Avvinghiata a suo marito, lei pensa a come in fondo quel ragazzino che l’aveva fatta innamorare e poi portata su al Nord sia ancora vivo dentro al corpo di suo marito; e aggrappato a sua moglie, lui riflette su quanto Angela sia una brava moglie, mamma, amica, una donna che aveva chiuso gli occhi e sempre perdonato. Tra un ancheggiamento e l’altro si prendono in giro, scacciando fantasmi a colpi di pizzichi sul sedere e alluci calpestati.

E sulla via del ritorno, fumando e spettegolando coi polmoni ben aperti, lui la chiama sempre “nicuzza mia” e Angela sa che che mentre lo dice è vero.

I Latrocchia hanno una figlia, Sara, che da un anno si trova sul cavalcavia dell’adolescenza e a giorni alterni minaccia di lanciarsi di sotto tra scocche di macchine in corsa e di non terminare la scuola mai. Sara ha tredici anni, i capelli corti piastrati e i jeans con il risvolto sulle scarpe da tennis. Crede di odiare sua madre, ma ancor più non sopporta suo padre che la va a prendere a scuola con i pantaloni da piastrellista specializzato.

Nei giorni pari e dispari la routine della famiglia Latrocchia si compone di: sveglia di mamma e moglie Latrocchia prima degli altri, colazione nutriente a base di gocciole sottomarca, latte intero, caffè bollente, lavaggio di ascelle, mani, denti, faccia nell’ordine desiderato, vestizioni più o meno lunghe. Termina per primo il capofamiglia che se ne va alla ditta fumando la prima delle dieci sigarette della giornata, un pacchetto a giorni alterni, così ha voluto l’inflessibile signora Latrocchia. Per seconda Angela Latrocchia, la cui abilità principale consiste nell’incitare Sara a vestirsi, pettinarsi, preparare la cartella con la stessa intonazione cinque giorni su sette mentre nel frattempo sparecchia, mette nel lavello, sistema i letti. E per ultima Sara, che non si guarda allo specchio ma si sistema i capelli in ascensore, con nella cartella il diario su cui ha scritto in fondo e in rosa Lorenzo ti amo.

I Latrocchia una volta usciti di casa si disperdono per la piccola città come granelli di sabbia, inghiottiti da strade provinciali e capannoni, ingurgitati da cooperative sempre meno cooperanti e sempre più dittatoriali, da scuole medie in cui l’imperativo categorico è farsi baciare prima dell’ultimo anno.

La sera dei giorni dispari, con la fatica della giornata addosso, calpestarsi gli alluci durante la salsa cubana è un gioco da ragazzi.

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casa di cemento [bozza #1, 2010]

Ho conosciuto un signore che viveva da solo nella sua piccola casa di cemento. La casa era quadrata, con pochi mobili, nessuna cura dei dettagli, le poltrone di sua madre.

Era una casa senza specchi, perché voleva evitare di guardare negli occhi gli sconosciuti, una casa senza piatti e cucchiai. A differenza di quello che si potrebbe immaginare, era un luogo molto pulito, il legno dei mobili lucidato con cura e il pavimento lavato ogni giorno.

Odorava di ammoniaca e di chiuso.

Ci aveva trascorso una vita intera tra quelle mura, c’erano dentro tutte le parole non dette attaccate ancora alle finestre.

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alchimie

A volte mi chiedo cosa sia successo davvero in quegli anni, e come mai sia scomparso tutto.

Una alchimia, una alchimia di gesti, necessità e umanità variegate che hanno trovato il modo, per qualche tempo, di camminare assieme. stesso passo, stesso ritmo, stesso respiro. Una formula chimica di cose belle.

E poi.

Chilosà, è arrivato un reagente strano, una molecola fuori posto si è sclerotizzata e ha cambiato la formula, modificato il risultato finale. O forse era terminato il tempo, e camminare insieme non ci bastava più.

Certo è che è stato bello, nonostante le occhiaie, la stanchezza, l’incertitudine, la fatica e i litigi. Certo è che ce ne sono state di idee, scritture, pranzi, agli e olii e peperoncini, follie, nottate, albe e tramonti sul ponte di via stalingrado. E amori, amori grandi.

E, cavolo, mi manca quel senso di libertà della bicicletta in salita. Quelle ore infinite a progettare, plasmare, modificare, con la sveglia presto e la buonanotte tardi, quelle ore infinite a cesellare le cose insieme, ché le idee sono di tutti e di chi le sogna, quelle ore infinite che non saranno mai pesanti come i doveri di oggi, perché erano trascorse insieme, mani nelle mani e scarpe nelle scarpe.

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pic by Filippo Carnevali

criptonite

Riconterò i giorni.

Qualcosa cambia, talvolta.

Solidi steccati nei confini sul da fare e il voler fare.

Ho contato tutte le assi del pavimento, tutte le travi del soffitto, i libri in cantina e gli archi e le frecce. Mi sono lasciata toccare dalla criptonite e cadere stremata a terra, ho attraversato strade al buio, la notte, da sola, mentre nelle finestre le luci dei televisori. Ho rifiutato telefonate, non risposto a reclami, evitato di espormi, ho associato silenzi ad assensi e lasciato che il tempo creasse maree. Ho smesso di chiedermi perché e agito, ho smesso di definirmi. Ho mangiato cioccolata fino a stare male, sono stata sveglia fino alle prime luci e dormito su divani stretti e lunghi.

Ho ceduto sulle ginocchia, sui polsi e sulle mani, senza chiedermi dove stessi andando.

Ho dimenticato date importanti, in favore di cose futili e stipendi da fame, ho dimenticato il giorno in cui sono affondata con tutta la nave e poi ho toccato di nuovo terra, cambiando confini. E adesso ti chiedo scusa con le lacrime a goccia sul macbook nuovo, con la rabbia tra le sopracciglia e i libri aperti sul tavolo.