il SUb-REALISMO

matinée a teatro.

classi di scuola media. eau of teen spirits.

prima professoressa giunge in biglietteria.

la bigliettaia stampa 22 biglietti dopo la conta dei presenti, esegue il calcolo della cifra che la professoressa avrebbe dovuto raccogliere dai suoi studenti e comunica l’importo.

la professoressa la guarda interdetta.

non sapevo si pagasse, dice. non ho portato niente con me, dice.

la bigliettaia spiega quali sono le condizioni dei matinée.

la professoressa intima ai ragazzi di fare silenzio. dice che è colpa loro. manderà alla bigliettaia un piccione viaggiatore nei prossimi giorni, dice.

seconda professoressa giunge in biglietteria.

la bigliettaia stampa 27 biglietti dopo la conta dei presenti, esegue il calcolo della cifra che la professoressa avrebbe dovuto raccogliere dai suoi studenti e comunica l’importo.

la professoressa la guarda interdetta.

non sapevo si pagasse, dice. non ho portato niente con me, dice.

la bigliettaia spiega quali sono le condizioni dei matinée.

la professoressa intima ai ragazzi di fare silenzio. dice che è colpa loro. manderà alla bigliettaia un piccione viaggiatore nei prossimi giorni, dice.

terza professoressa non giunge in biglietteria. lo spettacolo sta per iniziare. la bigliettaia la raggiunge via cellulare, avendo la professoressa prenotato per la sua classe per lo spettacolo di quella mattina ore nove.

non sapevo bisognasse arrivare alle nove, dice.

intima ai ragazzi di fare silenzio. dice che è colpa loro, che hanno ritardato, che l’autobus non era arrivato e che arriveranno per il secondo spettacolo, dice.

la bigliettaia spiega quali sono le condizioni dei matinée: teatro dare spettacolo in cambio di denaro, teatro barattare arte per vivere, teatro mangiare con cultura. voi dovere solo contare ragazzi, contare denaro, pagare denaro, sedere e godere di tutto il resto.

 

 

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al lago (side A, versione #1)

– Pronto?

– Signora salve, ho trovato al lago il cellulare da cui la sto chiamando. Ero andato lì per portare a passeggio il cane… Ho telefonato all’ultimo numero in memoria, ho pensato…

– È il cellulare di Franco, mio marito, è andato a pescare con mio figlio. Lo deve aver dimenticato lì, o gli sarà caduto dalla tasca, non so… Grazie di aver chiamato, se può farci il favore di tenerlo con sé, lo verremo a prendere non appena rientrano, viviamo a meno di un’ora di auto.

– Ma certo, non c’è problema. Mi richiami quando rientrano, così ci accordiamo.

– La ringrazio molto, gentilissimo, davvero. A più tardi allora.

– A più tardi.

Riagganciai con un dolore circoscritto dentro, come se mi avessero pestato un piede.

La cena era in preparazione. Avevo avuto buona parte del pomeriggio per me. Avrei dovuto lavarmi i capelli, farmi le unghie, dedicarmi un po’ di tempo, e invece avevo prosciugato la giornata sul divano a guardare i programmi in tv senza nemmeno togliermi le scarpe. Ero stanca. E l’idea che Franco avesse nuovamente dimenticato qualcosa mi innervosiva. Era disattento, un ragazzo mai diventato adulto a cui bisognava sempre ricordare tutto, come le lampadine del corridoio che non cambiava mai.

Era sera, e Franco e Luca non tornavano. Ogni tanto, come una scarica, mi assaliva l’impulso di chiamarlo, ma poi ricordavo. Il telefono ce l’ha quel ragazzo gentile.

I telegiornali erano terminati. Iniziavano i programmi del dopocena e con loro l’inquietudine; un’ansia sottile si alzava dalla bocca dello stomaco fino alla gola, poi tornava giù. Pensavo a mio figlio, al fatto che oggi avevamo bisticciato. Sciocchezze. Ma lui c’era rimasto male.

Dove sei, continuavo a ripetermi, che stai facendo? Ma poi chissà cosa avevi per la testa da mollare il telefono lì, ti sarà scivolato. Ti sarai mosso troppo velocemente, armeggiando con quegli stupidi arnesi da pesca, e lo avrai poggiato da qualche parte.

È terribile, aspettare. Attendere senza sapere quando, senza scadenze. Mi ero detta, faccio finire questo programma e se non sono ancora tornati chiamo il 112. Era una scadenza. Chiamai i Carabinieri, dissi mio marito e mio figlio non tornano. Come se in quella frase ci fosse un assioma che mi avrebbe accompagnata per un bel pezzo. Mi chiesero i dettagli. Io spiegai. Dei contrattempi, della pesca, del ritardo, del telefono.

Le ricerche iniziarono quasi subito.

Ci furono interrogatori, illazioni e giornalisti. Il piccolo paesino di campagna squassato dall’onta di una sparizione.

Ci furono indagini. Il ragazzo che aveva trovato il telefono, la madre giovane e affetta da depressione cronica. Io. Io che mio marito e mio figlio non tornano. Nemmeno un cadavere da piangere e da stringere. Sognavo che il lago me li restituiva mutilati, gonfi, grigi. Tutte le notti. E poi, dopo qualche tempo, il caso fu chiuso.

Quando il telefono squillò, vent’anni dopo, per dirmi signora forse abbiamo trovato i corpi, era il giorno del mio compleanno.  Dissero corpi, e non ossa.

I resti di quelli che una vita fa erano stati mio marito e mio figlio erano affiorati, e io ricordai.


al lago era stato pensato per partecipare a questo concorso qui ma Baricco non mi ha scelta. Poco importa. Mi ero dimenticata della sua esistenza, finché oggi, ascoltando The Lumineers con le cuffiette nelle orecchie, in un’aula di biblioteca di provincia con i tavoli di legno bianco laccato, ho deciso di fare ordine tra le pagine. Ed è tornato. L’ho amato molto, durante quelle ore di scrittura veloce e leggera. Ed eccolo qua, direttamente da un Settembre 2016 luminoso e disincantato.

gira la cassetta e ascolta il LATO B

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lang jingshan, spring fantasia. gelatin silver print

Sunnyside of the street

Le colazioni d’amore accese, con la luce di questo gennaio infinito sulle mani, e il caffè mai abbastanza per dissetare i corpi infreddoliti nelle sciarpe, nelle calze e nei cappotti. E i tavolini bassi, le marmellate di mirtillo e di albicocca, e le parole belle che non smettono di andare da bocca a cuore e ad orecchie attente. E trovarsi sempre dal lato soleggiato della strada, coi nostri passi lenti e i capelli spettinati.

sunnyside of the street
via instagram https://www.instagram.com/p/BczXh9DDzYE/?taken-by=caballito_de_anis

Incursioni

Di #periferie #tag #skaters #graffiti #stickers … anche se l’unica foto che avrei voluto scattare è rimasta nel file zip della memoria. Quattro preadolescenti in tuta di acetato, in schiera una accanto all’altra, corpo di ballo in miniatura, a provare e riprovare una coreografia specchiandosi sulla vetrina del @macba_barcelona . Quando la strada vive, è questo che si intende. (E non le periferie preconfezionate tanto care ad amministrazioni, ricercatori e turisti)

blue monday

Altro che blue monday. Qui ci troviamo di fronte, sìore e sìori, ad un evento unico nel suo genere: un vero e proprio banco di nebbia color cobalto tra il nervo ottico e l’ipotalamo, una iperpigmentazione della retina del colore degli abissi, una dermatite sugli arti dai toni della notte profonda che si acuisce sulle falangi e sulle nocche delle dita.

act like Sampei, be Sampei

Guaritrice e Sampei, i primi vagiti di questo duemiladiciotto. Li ha sussurrati non troppo piano, sfiorandomi l’orecchio con il naso, davanti a tutti in una casa a due piani nell’entroterra marchigiano, con i fantasmi nascosti durante la notte. Un gruppo di amici, l’ultima notte dell’anno, riunito in un rituale ancestrale di giochi da tavolo e un cenone luculliano, un gatto rosso fuggito per il troppo rumore, tra la mezzanotte e le quattro del mattino sono stati gli unici testimoni dei primi pianti di vita del nuovo anno.

Guaritrice. Curandera. Colei che nel villaggio assalito dai lupi può salvare la vita a qualcuno e renderlo invulnerabile. Mai ho provato l’ebbrezza e la ferocia di essere un lupo che durante la notte, infame, famelico, come un ladro, noncurante del bene comune, sbrana uno dei villici e se ne va in giro con lo scalpo tra i denti. Il mio istinto intorpidito dal disarmo delle facoltà più profonde, dall’embargo che ho messo a certi luoghi interiori, ha permesso che la guaritrice usasse il suo potere profondo proprio con la bestia famelica. Perché la guaritrice non pensa mai  che si possa salvare se stessi,  mettersi in salvo all’asciutto con le proprie portentose mani, la guaritrice è come una bambina stolta e fiduciosa tutta protesa verso il prossimo.

Essere una guaritrice è tutto ciò che voglio lasciare indietro. Questo buttarsi a braccia aperte a scudo umano davanti a qualcuno, con la moviola che riprende tutto il senso del dovere, della giustezza, della fiducia, lo scemo senza giubbotto antiproiettile.

Sampei. Il giovane nipponico pescatore dei cartoni animati degli anni ottanta con cappello di paglia, infradito, pantaloni alla caviglia, canna da pesca in mano sempre e comunque, prolungamento della propria essenza su cui forse Freud avrebbe tanto da dire. Il ragazzo che viaggia sull’isola, un fricchettone dei teleschermi, amante della natura, senza amore, senza casa, senza sosta, la cui morale si traduce nell’umiltà e forza d’animo orientali: impara dai tuoi errori, rispetta l’avversario e sii in sintonia con la natura. Si tratterebbe quasi del ragazzo perfetto, se chiudessimo un occhio nei confronti dell’outfit e dell’ossessione ittica che non gli regala certo l’olezzo e la prestanza fisica di Raz Degan nella pubblicità del Pino Silvestre. E non lo faremo, no, quell’occhio lo lasceremo ben aperto a monito di quanto si possa essere fallibili.

Ma Sampei è leggero, vive vicino all’acqua, viaggia, Sampei pesca, impara, è un haiku di leggerezza verde e blu, un granello nel mondo in cerca di equilibrio e insegnamento. E poi ride spesso, a quanto pare, questo Sampei così concentrato sulla propria, oserei dire, ma potrei certo sbagliarmi, armonia. Sampei, sei tutto ciò che voglio essere in questo 2018, pantaloni alla caviglia inclusi se ce ne fosse necessità.

 

 

h a p p y n e w y e a r

dall’archivio magnetico.

un’accurata selezione in aggiornamento costante finché l’indolenza non prenderà il sopravvento.

il criterio guida: ciò che ha somigliato al 2017, ma anche no; ciò che potrebbe somigliare al 2018, ma anche no.

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pin of Guerrilla art action group
Manifesto errorista
Manifesto Errorista, La Boca, Buenos Aires
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Guerrilla Girls
Nikki McClure
illustration by Nikki McClure
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Piero Manzoni, Achrome 1961-62, Pane e caolino su tela
giotto scrobegni
Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1305
yk
Yayoi Kusama, Ininity Mirrors
Manifesto Dada
Dada

 

Dicembre – mano a mano

Mano a mano che ci si allontana dalla bocca dell’inferno, ci si sente più leggeri. La risalita è come tornare a casa da scuola in un giorno di primavera. Ho calcolato che ci vogliono due ascolti di Stormi di iosonouncane per arrivare a casa sua, con le cuffie nelle orecchie camminando veloce per la città. Che ci sia il sole o piova, la notte è sempre sincera quando cammini dentro a un paio di scarpe da tennis e le lucine di Natale fanno da aureola alla santità del litro di vino che hai bevuto seduto su una panca da osteria. Innamorarsi a Dicembre si porta dietro i cappotti e le sciarpe e i guanti che si sfilano come strati di cipolla, mano a mano che si lascia un pezzetto di sè in pasto all’altro.

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arti, periferie, selvaggio west

Le periferie del mio corpo sono più simili a stalattiti di ghiaccio che a dita, falangi, naso, orecchie. Se ne stanno inermi lontano dal cuore, dove si pompa la vita a tutto spiano, a volte più velocemente, quando il panico e l’ansia ma anche l’amore. Se ne stanno lì avvolti da un doppio strato di calzini a righe, dentro a stivali pesanti, il corpo a matrioska di magliette maglioni canottiera maglia di cotone, non in quest’ordine. Le maniche tirate quasi fino all’ultima falange, che tanto il tic tic sul computer lo fai solo con la punta delle dita, leggerissima come un colibrì che cerca un senso all’andare e venire di parole e tasti.

Ogni tanto una manica ripara il naso con la punta gelida sognando estati torride a scorrazzare tra sabbia rovente e paesini lucani intatti. Fuori il riscaldamento globale innalza il mercurio, o ciò che ne resta, nei termometri. Esplode in tramonti in technicolor, in svestimenti repentini in mezzo all strada, in armadi che traboccano di very fast fashion per tutte le stagioni e in felicità ignara. Ma non dentro a questo luogo, igloo sperduto nella tundra metropolitana, tra la via emilia e il west, in cui i caloriferi in ghisa degli anni di gloria del passato, sono oggi un orpello démodé e disfunzionale.

Mi ricordo di quando mettevo le mani dentro allo scaldotto di pelo acrilico rosa, e il mondo odorava di punch al mandarino e pane, con le serate a fare da numi tutelari al fuoco del caminetto, seduti sul tappeto a guardare Henry Fonda tra i canyon di Tabernas. Se il Natale fosse una cosa, sarebbe esattamente questa: gli arti al caldo, col cuore in fiamme nel selvaggio West.

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Pep Carriò, Cuadernistas

Il fred dla pianura n’è onest per nient.

Il fred dla pianura n’è onest per nient.

Immaginate che a pronunciarlo sia un uomo di mezz’età, proveniente dalle Marche lato nord, zona Urbino, con in testa un berretto di lana blu da marinaio e addosso una giacca in pile di due taglie più grande.

Immaginate che quest’esclamazione arrivi alle vostre orecchie in un non-luogo ai margini sfilacciati della bassa padana, nel parcheggio di una pompa di benzina immersa nella nebbia, tra capannoni e svincoli autostradali.

Immaginate che due minuti prima avevate la testa tra le mani, immobilizzati sul sedile dell’auto, le nocche livide e i piedi gelidi.

Immaginate di sorridergli, e di annuire. E che lui vi spieghi che da dove viene lui il freddo è sincero; ci si sveglia la mattina nell’aria gelida delle case di campagna, coi pavimenti che sono lastre di ghiaccio, si accende la legna nel camino, si esce fuori nella luce radente nel mattino e si guardano il profilo delle colline e i campi che nascondono semi e si maledice la fatica. Il freddo è cristallino, trasparente, la campagna coperta di brina moltiplica la luce. L’aria punge, stringe e tira la pelle ma non nasconde, non bagna, non inzuppa i pensieri.

Immaginate di sentirvi per un momento piccolissimo, complici, perché voi e l’uomo provenite dalla stessa terra di mezzo anche se da latitudini diverse. Di sentirvi per una frazione di secondo, in viaggio verso casa.