stranizza d’amuri [bozza #5, 2011]

Area protetta. In cui esistono solo loro due e il fico d’india che si sono regalati a vicenda.

Avevano aperto le finestre, dipinto tutte le scatole da scarpe di verde e poi seminato i girasoli nei vasi. Avevano fatto un viaggio, sotto al cielo nuvoloso delle notti di primavera in Appennino, la macchina era rimasta senza benzina ed avevano deciso di dormire lì dove si era fermata. E si erano stretti le mani e i piedi, mentre parlavano di quanto amassero qualcun altro.

Si erano guardati negli occhi per mesi, giocando a rincorrersi sulle colline, senza incontrarsi mai davvero. Si erano confusi l’uno nell’altro così tanto che respiravano in sincrono, come due subacquei del cuore, con gli occhi semichiusi.

Erano andati al mercato ogni giovedì mattina prima che iniziassero le lezioni, tra il sudore degli ambulanti, stringendo i sacchetti pieni tra le dita che diventavano rosse e bianche.

E poi era successa la vita che non desideravano, quella vita di paure che non lascia speranza agli amori, si erano allontanati senza salutarsi, senza ritrovarsi mai.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

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sono volate tutte le sedie

sono volate tutte le sedie.

mi arriva un messaggio, è lui.

sono volate tutte le sedie.

senza faccine, ché non le usa mai. senza altro da aggiungere. solo un punto a indicare l’irrimediabilità del tutto. un lutto di legno e chiodi volato via. le sedie marroni di suo nonno prima, dei suoi genitori poi, nostre infine.

enormi, coi sedili di paglia appena rifatti.

sono volate via.

le avevamo lasciate in balcone, per una cena iniziata la sera prima. le avevamo lasciate lì, nell’indolenza di un venerdì sera di giugno. e poi il vento forte aveva spazzato i terrazzi, i tetti, i giardini.

aveva seminato nell’aria il trifoglio, lasciando una scia di vuoto, assi spezzate, coperchi divelti, aveva scelto di portarsi via quello che voleva, senza badare a pesi e gravità.

e quando eravamo tornati a casa, senza sedie, ci eravamo stesi sul letto, ognuno col proprio gelato al pistacchio, un po’ più leggeri, senza un posto in cui sederci davvero, sorridendo.

 

 

 

desideri del 5 giugno

Vorrei essere in grado di saper raccontare la fatica di questo periodo la solitudine la mancanza di ascolto e di sonno che vanno in coppia come gli innamorati il fuoridentro luoghi persone e responsabilità vorrei essere in grado di scrivere dell’odore di tiglio e gelsomino che c’è fuori dalla finestra del benessere che provo tornando a casa la sera e buttando la borsa sul letto del profondo piacere che c’è nel non rispondere ai messaggi e alle mail del fatto che avrei bisogno di piangere un chilometro e non posso delle perdite di quando non sai cosa dire di quando sembra tutto sbagliato del fatto che odio i consigli non richiesti vorrei essere in grado di raccontare di oggi della mia passeggiata di tre ore e delle cose che ho visto dei vecchi innamorati che si tenevano la mano vorrei saper raccontare la nostalgia e la rabbia e la frustrazione  e i dubbi su quale sia davvero la strada il modo per stare accanto a chi amiamo vorrei saper dire di quando ti faccio ciao dalla finestra di casa ciao e ancora e sempre ciao vorrei.

 

dichiarazione di.

Non c’è nessuna verità in quello che scrivo.

Invento, disfo e scucio come la tela. Non c’è differenza tra realtà e finzione, tra mondi e mondi. Scrivo per colmare il crepaccio tra me e me stessa.

Non c’è esercizio di stile o di forma, o fini concreti da raggiungere. Non ambisco a niente se non alla scrittura come forma di dialogo con una me più piccola e raccolta. Con la parte più onesta di me. Odio i puntini di sospensione, il foglio virtuale fa in modo che scompaiano.

Mi folgorano, le immagini, vere o inventate che siano, me le porto dentro a lungo, mi segnano senza che io lo sappia. E poi vengono vomitate fuori, in momenti poco opportuni o di solitudine.

Oggi un amico ha detto che mi legge sempre, che scopre cose di me tramite questo luogo. Ma non c’è nulla di autobiografico in questo spazio. E se anche ci fosse, nessuno si senta offeso, o tirato in causa.

 

 

 

case di carte

Mi ricordo mio nonno che costruiva castelli di carte da briscola enormi ed equilibrati. Avevano forma triangolare, tanti triangoli perfetti e pensati a modulo del resto.

Case di carte di cui io riuscivo a mettere insieme solo una piccola parte, con fatica, piegando leggermente gli angoli delle carte per farle stare in equilibrio. Massimo tre triangoli e poi la precaria costruzione crollava. Sul tavolo c’era una tovaglia verde un po’ lanuginosa, e io ero piccola, mi sporgevo con gli occhi su tutto.

Ci ho riprovato dopo anni a costruire castelli di carte, mi sono cimentata in intere palazzine altissime e terrazzate, dalle forme futuristiche e improbabili, in case dai voli pindarici e dalle scale tortuose, barocche, attorcigliate, senza fine.

Poi le scosse telluriche del cuore e i viaggi e gli allontanamenti hanno spazzato via i fregi, i decori, le colonne tortili e gli specchi. È rimasto un piano terra essenziale fatto di necessarie fondamenta, di pochi oggetti e pochi amori, grandi, reali.

cards onirismi onanismi

Momento acidità

Il momento acidità di oggi lo dedico a:
Chi si improvvisa

Chi si improvvisa:

Tour manager

Organizzatore teatrale

Ufficio stampa

Ufficio logistica organizzazione studio di fattibilità

Organizzatore di party in piscina

Bigliettaio

Web master

Grafico

Insegnante

Maestro

Maestro di vita

Guru indiano

Santone on line

Venditore di verità porta a porta

E a questo stivaletto che ci tiene tutti stretti e sull’attenti con l’ansia e il tirare a campare.

 

tagliato sottile [bozza #4, 2013]

certe persone non vedono l’ora di farti a pezzi, tagliarti a julienne sul tagliere dell’homo homini lupus e metterti in pentola con tutti i residui di frustrazioni e fallimenti.

ma se c’è una cosa grande che ho imparato nel 2013 è che certe persone non sono stronze o cattive, sono solo tanto infelici.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

pezzetini

noia

A volte penso che questa nostra generazione di ventitrentenni sia proprio una generazione noiosa. Con le paturnie, gli affanni, i non ce la farò mai, le pillole del buonumore, le depressioni incurabili, la tesi, il parking universitario, le lamentele, i profili facebook da santoni postmoderni, le fragilità ricercate e la musica indie.

Se ci guardo da fuori penso proprio: madonna che palle.

 

 

una storia piccola

Se stai leggendo, allora vuol dire che ogni tanto capiti qui, che talvolta vieni a vedere cosa succede su queste lande desolate dall’abbandono dell’autrice.

Allora se ogni tanto capiti da queste parti, vorrei farti un regalo, voglio regalarti una storia piccola. Una storia che in pochi conoscono, e che mi fa sorridere ogni volta che ci penso.

Io sono più grande di mia sorella di quasi tre anni, 2 anni e otto mesi ad essere precisa. I miei genitori ci hanno avute da giovani, non come i genitori tardivi della mia generazione. Avevo genitori giovani, zii ancor più giovani, nonni giovani. Ero una bimba circondata da piccoli adulti. I miei lavoravano, come tutti i genitori giovani del mondo, e io li volevo tutti per me. Quando è nata mia sorella, per non mettere a dura prova i miei sentimenti di primogenita, hanno pensato di regalarmi la villa di campagna di Barbie. Non la casa di cartone con l’ascensore, proprio la villa con le colonne bianche, il tetto rosso, una enorme terrazza e il portavivande che trasportava i beni di prima necessità o le Barbie stesse (mancavano le scale) in terrazza. Mi ricordo un intero pomeriggio trascorso a montare assieme a mio zio e mio papà, sul pavimento del salotto, la villa enorme. Ricordo le viti che servivano per tenere fermo il piano di sopra, da avvitare con cacciavite a punta piatta.

Quando mia sorella è tornata a casa, piccola e batuffolosa, i miei l’hanno messa a dormire nella culla bianca a dondolo che era stata prima di mia nonna, poi di mio papà e poi mia. Era una culla che potevi far dondolare girando una manovella che caricava una molla. L’avevano messa accanto al letto.

Mi ricordo che mi ero avvicinata a mia mamma, distesa sul letto. Lei mi aveva chiesto se la villa di Barbie mi era piaciuta, io le avevo detto si. E lei mi aveva detto che me l’aveva portata la sorellina.

Allora io, Anice treenne, ricordo di aver pensato che mia sorella, con tutte quelle colonne, viti, pezzi di ringhiera, terrazzo e portavivande assieme a lei, aveva fatto un viaggio nella pancia molto scomodo. E che mentre mamma aveva la pancia, non mi era sembrato di veder sporgere della parti appuntite, ma vabbè.

dream cottage barbie onirismi onanismi