migliore

La strada

mappata,

dritta,

predestinata,

le linee spartitraffico continue, divieto di sorpasso, lampioni a distanza regolare senza soluzione di continuità.

La strada

che hai scelto, che non hai scelto, da cui non c’è via di scampo, nessuna inversione a U, nessuna svolta a sinistra, nessun incrocio.

Puoi solo

andare avanti, accumulare punti sulla patente, tappe a premi che altri hanno scelto per te.

Nell’album

delle figurine panini della realizzazione sociale, sfogliare di pagine a suon di cantilena “ce l’ho manca”, e se manca lo voglio.

Una storia stabile. Ce l’ho.

Lauree, anni di tirocini non pagati machefannocurriculum, una famiglia medioborghese altoborghese borghese in grado di sostenere il mio percorso. Ce l’ho.

Un unico lavoro possibile, un lavoro immaginabile con la laurea e i tirocini e la famiglia medioborghese altoborghese borghese. Ce l’ho.

Amici, sempre quelli nei secoli dei secoli amen. Ce l’ho.

Un ruolo

di donna crocerossa , di uomo malato, sempre pronti e sempre all’erta. Ce l’ho.

Progetti

di maternità, di paternità, di nomi già scelti, studio che si trasformerà in cameretta. Ce l’ho.

Una casa mia, una casa nostra, una casa comprata coi risparmi di famiglia medioborghese altoborghese borghese. Una casa borghese. Ce l’ho.

Un lavoro

a tempo indeterminato statale parastatale con stipendio fisso e ferie comandate, ventisei giorni, un lavoro che ti svegli la mattina ringraziando dio per quanto ho avuto culo ad essere assunto, ad aver vinto il concorsone in questi anni di crisi. Ce l’ho.

La supponenza

di sapere cosa sia meglio per te, per gli altri, per il mondo intero, comprando Manifesto e Repubblica e sentendoti esautorato dalla responsabilità di far parte del mondo. Ce l’ho.

La consapevolezza

mai manifesta ma mascherata da un velo di timidezza mista a umiltà di essere sempre e comunque migliore, perché io il giogo, e il morso, non li tolgo mai, li so  portare con stile, perché sono migliore. Migliore. Ce l’ho.

 

Annunci

Serraglio

L’asino il morso, glielo mettono quando inizia a diventare grande. E noi, il morso, e il giogo, tutti i giorni con le file in tangenziale e le auto, le scadenze, le sveglie alle 7.15, posponi posponi posponi. E le lamentele. Lo stare meglio all’estero, al paesello, al mare, in vacanza, in ferie. Che comprare una casa diventa l’unica cosa importante. Che sfogliare il quotidiano la mattina e il caffè amaro e lo sguardo suo sono sorriso stretto. 

Quanto pesa una lacrima

Quanto pesa una lacrima versata sul cesso, con le mutande abbassate e la testa tra le ginocchia. Col fiato che manca e l’occhio che perde lucidità. Quanto pesa una lacrima quando il collo, la fronte, le guance, servono solo a fare da scivolo. Quanto pesa una lacrima con i denti serrati, la bocca chiusa, la lingua malata, le orecchie perdute, il senno sulla luna. Quanti anni mi dai con i solchi in faccia, canali, fossi, rigagnoli, delta di acque. Quante pupille perse nel lavandino, senza riuscirsi mai più a guardare allo specchio.

Cut the rope

Non esiste odio, solo rancore di buona qualità. Quello che cova e distrugge. Amori, amicizie. Occasioni.

Tagliare la corda prima che il sentimento, di qualsiasi tipo esso sia, si faccia troppo invadente. Gambe in spalla nella discesa agli inferi.

E giù fino a luciferini gironi di camminate assolate.

xenia – frammenti

Non ho risposte, solo un milione di pezzettini di scritto in bozze. Frammentazione di un pensierino lunghissimo, come quelli delle elementari. Non riuscivo ad essere prolissa nemmeno lì.

Alcuni frammenti sono vuoti, bianchi nel bianco della cartella bozze. A volte ci sono solo una parola o una piccola frase. Uno spunto immaginifico. Una riflessione interrotta. Triangolo industriale. Acqua. Pesci. Spazi culturali. Treni. Guardare il fondale. Il regionale Milano Torino.

Tra i frammenti un solo brano, che se fosse musicato avrebbe  la colonna sonora firmata da Beck. Una cosa così: perché quella sera, fumando affacciati alla minuscola finestra della mansarda, mentre le stelle e le televisioni nei palazzi di fronte si riflettevano sui tuoi occhiali, una parte di me si è frantumata a terra, mille piccoli pezzi di terracotta.

E poi anche una cosa così, che invece non avrebbe musica. Perché da adulti si fa così fatica a chiedersi: vuoi tornare ad essere mio amico, mio amico per sempre? E si indugia in quei messaggi senza scopo, buon natale, buon anno, tanti auguri. Smile, faccine. E ci si pensa di nascosto da tutti. Ci si chiede: perché non parliamo davvero? Una volta ci si dava la mano e si correva nella segale,  e ci si prendeva a vicenda, prima di mettere il piede nel dirupo.

E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli.

respirare. le temps est une invention des gens incapbles d’aimer

Quando l’atmosfera è color mare alle sette del mattino, all’alba dopo la notte di san lorenzo quando le comete si portano via i desideri e lasciano spazio al sole, mentre ci si bacia sulle labbra di sale. Quando si ha davanti ancora un mese di mare e passeggiate e gelati e sbronze e corse in motorino prima che torni l’inverno a spazzare via tutto. Quando le cicale tagliano l’aria e la fanno a pezzetti e tutto sembra impazzito, condensato in un unico momento dal peso di piombo, un qui e ora immanente di sudore tardoadolescenziale. Quando il sole fa le ombre piccole e l’atmosfera è sovraesposta, gli occhi si stringono a fessura per mettere a fuoco le cose. Quando il tempo è scandito dal solo essere nel momento esatto in cui ci si trova, senza lancette e punti fermi, ma dato solo da un presente infinito, uno spazio bianco non pensato. Quando il suono del camminare dei piedi nei sandali sovrasta ogni cosa, coi gigli selvatici a guardia dei passi. Quando lo stare a galla, con le braccia e le gambe lunghissime, pròtesi del respiro, potrebbe essere uno stare a galla permanente, con il sole che fa il giro dello sguardo. Quando l’amore ha la durata del rumore del mare dentro alla conchiglia, e il movimento di mani nelle mani, nei capelli e nelle pieghe del corpo si mangia tutto il resto, prende a morsi le altre emozioni e non ne lascia che briciole. Quando i granelli sotto le unghie raccontano di poco dormire. Quando niente importa, e se importa allora è enorme, una valanga del sentimento che butta giù tutto il resto, e lascia una bocca senza fiato e senza sforzo a respirare, soltanto respirare.

temps

cieli del nord.

I cieli del nord Europa mi hanno insegnato svariate cose.

La prima è che il vento stravolge sempre tutto, spazza via le nuvole e poi le fa tornare, il vento asciuga le lacrime. Che la pioggia ha un inizio e una fine e poi svanisce. Che l’ombrello non serve a niente, e non importa con quanta veemenza tu ti possa opporre al fenomeno atmosferico e con quanti e quali stratagemmi, comunque ti bagnerai ugualmente e ugualmente avrai freddo. Ma il freddo svanisce sempre dentro a una casa di legno sui cui pavimenti andare scalzi e davanti a una tazza di tè caldo.

Che quando la pioggia scompare il cielo si riempie di luci che rimbalzano sulle pozzanghere, acqua in cielo e acqua sulla terra.

Che il cielo del nord, per qualche motivo arcano e per imperscrutabili migrazioni, è pieno di pappagalli verdi che volano a perdifiato e tagliano l’aria in un ossimoro cromatico di verde, grigio, scintillii e bianco. Pappagalli verdi che resistono a latitudini diametralmente opposte a quelle consuete.

Che puntualmente basta alzare gli occhi per sorprendersi, uscire dalla solita traiettoria visiva e abbracciare il grandangolo delle prospettive.

 

 

 

chiapas [bozza #6, 2010]

A: cosa scrivi?
B: scrivo….
A: è difficile?
B: un po’ all’inizio. poi diventa naturale, come guardare le cose.
A: io non so scrivere, non so leggere, il maestro l’hanno mandato via perche non serviva a niente e non c’erano cibo e legna anche per lui. tra un maestro e un medico tu chi sceglieresti?
non so scrivere io, ma so che mi chiamo antonia e che nessuno mi ha mai fatto mettere una firma su un pezzo di carta. non serve. basta la parola.quella sì che conta.
B: e cosa sai fare?
A: so fare tortillas con una sola mano, l’altra ha detto il dottore, quel merobak della clinica, che non la posso muovere per l’artritis. si chiama cosi no?
B: sì, si chiama così. Sei nata qui?
A: Sì. nata qui e morta qui. so che ho avuto una collana in dote, so riconoscere le erbe velenose soltanto dall’odore e ringhiare contro i cani quando vogliono mangiare le mie galline. so che se mi sveglio presto è meglio. so che il rumore delle foglie è uguale a quello dei serpenti, ma che le foglie fanno scccccccccccccccccc….
so partorire. otto volte.
so aiutare a partorire. tante volte.
e aiutare a non partorire quando è necessario. una vita non è sempre una vita, a volte è solo una bocca.
e io lo so che dio non esiste… è inutile che vengano qua quei preti kashlan a dirci che ora pro nobis, si risparmino pure di guadare il fiume, di atterrirci con la fame.
tutto si puo mangiare eh.
ma se quello che mangi una volta era vivo è meglio!
B: dalle mie parti inorridirebbero.
A: (ride)
so che libertà è decidere di poter essere esattamente nel posto in cui vuoi essere.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

chiapasmujeres

prima di andare via

perché non ho più voglia di sentire parlare di politica e sono almeno quattro mesi che non leggo un giornale? e non so che cazzo succede e sembra che non me ne freghi neanche un cazzo?
si chiama nuovo pensiero minimale. 

crisi economica, sociale, personale, intestinale.

ma servono per forza idee nuove o ricicliamo quelle vecchie?

perché sento di dover andare via anche se andare via mi fa stare male? è solo per il cibo? sono così superficiale?

forse è anche per il clima.

iniziamo quasi tutte le nostre frasi con io. il soggetto è così importante come dice la grammatica francese?

[per te che leggi, che sai, che prima di andare via, bisogna sempre darsi un bacio.]

 img_20160325_104943.jpg