xenia – frammenti

Non ho risposte, solo un milione di pezzettini di scritto in bozze. Frammentazione di un pensierino lunghissimo, come quelli delle elementari. Non riuscivo ad essere prolissa nemmeno lì.

Alcuni frammenti sono vuoti, bianchi nel bianco della cartella bozze. A volte ci sono solo una parola o una piccola frase. Uno spunto immaginifico. Una riflessione interrotta. Triangolo industriale. Acqua. Pesci. Spazi culturali. Treni. Guardare il fondale. Il regionale Milano Torino.

Tra i frammenti un solo brano, che se fosse musicato avrebbe  la colonna sonora firmata da Beck. Una cosa così: perché quella sera, fumando affacciati alla minuscola finestra della mansarda, mentre le stelle e le televisioni nei palazzi di fronte si riflettevano sui tuoi occhiali, una parte di me si è frantumata a terra, mille piccoli pezzi di terracotta.

E poi anche una cosa così, che invece non avrebbe musica. Perché da adulti si fa così fatica a chiedersi: vuoi tornare ad essere mio amico, mio amico per sempre? E si indugia in quei messaggi senza scopo, buon natale, buon anno, tanti auguri. Smile, faccine. E ci si pensa di nascosto da tutti. Ci si chiede: perché non parliamo davvero? Una volta ci si dava la mano e si correva nella segale,  e ci si prendeva a vicenda, prima di mettere il piede nel dirupo.

E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli.

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respirare. le temps est une invention des gens incapbles d’aimer

Quando l’atmosfera è color mare alle sette del mattino, all’alba dopo la notte di san lorenzo quando le comete si portano via i desideri e lasciano spazio al sole, mentre ci si bacia sulle labbra di sale. Quando si ha davanti ancora un mese di mare e passeggiate e gelati e sbronze e corse in motorino prima che torni l’inverno a spazzare via tutto. Quando le cicale tagliano l’aria e la fanno a pezzetti e tutto sembra impazzito, condensato in un unico momento dal peso di piombo, un qui e ora immanente di sudore tardoadolescenziale. Quando il sole fa le ombre piccole e l’atmosfera è sovraesposta, gli occhi si stringono a fessura per mettere a fuoco le cose. Quando il tempo è scandito dal solo essere nel momento esatto in cui ci si trova, senza lancette e punti fermi, ma dato solo da un presente infinito, uno spazio bianco non pensato. Quando il suono del camminare dei piedi nei sandali sovrasta ogni cosa, coi gigli selvatici a guardia dei passi. Quando lo stare a galla, con le braccia e le gambe lunghissime, pròtesi del respiro, potrebbe essere uno stare a galla permanente, con il sole che fa il giro dello sguardo. Quando l’amore ha la durata del rumore del mare dentro alla conchiglia, e il movimento di mani nelle mani, nei capelli e nelle pieghe del corpo si mangia tutto il resto, prende a morsi le altre emozioni e non ne lascia che briciole. Quando i granelli sotto le unghie raccontano di poco dormire. Quando niente importa, e se importa allora è enorme, una valanga del sentimento che butta giù tutto il resto, e lascia una bocca senza fiato e senza sforzo a respirare, soltanto respirare.

temps

cieli del nord.

I cieli del nord Europa mi hanno insegnato svariate cose.

La prima è che il vento stravolge sempre tutto, spazza via le nuvole e poi le fa tornare, il vento asciuga le lacrime. Che la pioggia ha un inizio e una fine e poi svanisce. Che l’ombrello non serve a niente, e non importa con quanta veemenza tu ti possa opporre al fenomeno atmosferico e con quanti e quali stratagemmi, comunque ti bagnerai ugualmente e ugualmente avrai freddo. Ma il freddo svanisce sempre dentro a una casa di legno sui cui pavimenti andare scalzi e davanti a una tazza di tè caldo.

Che quando la pioggia scompare il cielo si riempie di luci che rimbalzano sulle pozzanghere, acqua in cielo e acqua sulla terra.

Che il cielo del nord, per qualche motivo arcano e per imperscrutabili migrazioni, è pieno di pappagalli verdi che volano a perdifiato e tagliano l’aria in un ossimoro cromatico di verde, grigio, scintillii e bianco. Pappagalli verdi che resistono a latitudini diametralmente opposte a quelle consuete.

Che puntualmente basta alzare gli occhi per sorprendersi, uscire dalla solita traiettoria visiva e abbracciare il grandangolo delle prospettive.

 

 

 

chiapas [bozza #6, 2010]

A: cosa scrivi?
B: scrivo….
A: è difficile?
B: un po’ all’inizio. poi diventa naturale, come guardare le cose.
A: io non so scrivere, non so leggere, il maestro l’hanno mandato via perche non serviva a niente e non c’erano cibo e legna anche per lui. tra un maestro e un medico tu chi sceglieresti?
non so scrivere io, ma so che mi chiamo antonia e che nessuno mi ha mai fatto mettere una firma su un pezzo di carta. non serve. basta la parola.quella sì che conta.
B: e cosa sai fare?
A: so fare tortillas con una sola mano, l’altra ha detto il dottore, quel merobak della clinica, che non la posso muovere per l’artritis. si chiama cosi no?
B: sì, si chiama così. Sei nata qui?
A: Sì. nata qui e morta qui. so che ho avuto una collana in dote, so riconoscere le erbe velenose soltanto dall’odore e ringhiare contro i cani quando vogliono mangiare le mie galline. so che se mi sveglio presto è meglio. so che il rumore delle foglie è uguale a quello dei serpenti, ma che le foglie fanno scccccccccccccccccc….
so partorire. otto volte.
so aiutare a partorire. tante volte.
e aiutare a non partorire quando è necessario. una vita non è sempre una vita, a volte è solo una bocca.
e io lo so che dio non esiste… è inutile che vengano qua quei preti kashlan a dirci che ora pro nobis, si risparmino pure di guadare il fiume, di atterrirci con la fame.
tutto si puo mangiare eh.
ma se quello che mangi una volta era vivo è meglio!
B: dalle mie parti inorridirebbero.
A: (ride)
so che libertà è decidere di poter essere esattamente nel posto in cui vuoi essere.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

chiapasmujeres

prima di andare via

perché non ho più voglia di sentire parlare di politica e sono almeno quattro mesi che non leggo un giornale? e non so che cazzo succede e sembra che non me ne freghi neanche un cazzo?
si chiama nuovo pensiero minimale. 

crisi economica, sociale, personale, intestinale.

ma servono per forza idee nuove o ricicliamo quelle vecchie?

perché sento di dover andare via anche se andare via mi fa stare male? è solo per il cibo? sono così superficiale?

forse è anche per il clima.

iniziamo quasi tutte le nostre frasi con io. il soggetto è così importante come dice la grammatica francese?

[per te che leggi, che sai, che prima di andare via, bisogna sempre darsi un bacio.]

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sono volate tutte le sedie

sono volate tutte le sedie.

mi arriva un messaggio, è lui.

sono volate tutte le sedie.

senza faccine, ché non le usa mai. senza altro da aggiungere. solo un punto a indicare l’irrimediabilità del tutto. un lutto di legno e chiodi volato via. le sedie marroni di suo nonno prima, dei suoi genitori poi, nostre infine.

enormi, coi sedili di paglia appena rifatti.

sono volate via.

le avevamo lasciate in balcone, per una cena iniziata la sera prima. le avevamo lasciate lì, nell’indolenza di un venerdì sera di giugno. e poi il vento forte aveva spazzato i terrazzi, i tetti, i giardini.

aveva seminato nell’aria il trifoglio, lasciando una scia di vuoto, assi spezzate, coperchi divelti, aveva scelto di portarsi via quello che voleva, senza badare a pesi e gravità.

e quando eravamo tornati a casa, senza sedie, ci eravamo stesi sul letto, ognuno col proprio gelato al pistacchio, un po’ più leggeri, senza un posto in cui sederci davvero, sorridendo.

 

 

 

desideri del 5 giugno

Vorrei essere in grado di saper raccontare la fatica di questo periodo la solitudine la mancanza di ascolto e di sonno che vanno in coppia come gli innamorati il fuoridentro luoghi persone e responsabilità vorrei essere in grado di scrivere dell’odore di tiglio e gelsomino che c’è fuori dalla finestra del benessere che provo tornando a casa la sera e buttando la borsa sul letto del profondo piacere che c’è nel non rispondere ai messaggi e alle mail del fatto che avrei bisogno di piangere un chilometro e non posso delle perdite di quando non sai cosa dire di quando sembra tutto sbagliato del fatto che odio i consigli non richiesti vorrei essere in grado di raccontare di oggi della mia passeggiata di tre ore e delle cose che ho visto dei vecchi innamorati che si tenevano la mano vorrei saper raccontare la nostalgia e la rabbia e la frustrazione  e i dubbi su quale sia davvero la strada il modo per stare accanto a chi amiamo vorrei saper dire di quando ti faccio ciao dalla finestra di casa ciao e ancora e sempre ciao vorrei.

 

case di carte

Mi ricordo mio nonno che costruiva castelli di carte da briscola enormi ed equilibrati. Avevano forma triangolare, tanti triangoli perfetti e pensati a modulo del resto.

Case di carte di cui io riuscivo a mettere insieme solo una piccola parte, con fatica, piegando leggermente gli angoli delle carte per farle stare in equilibrio. Massimo tre triangoli e poi la precaria costruzione crollava. Sul tavolo c’era una tovaglia verde un po’ lanuginosa, e io ero piccola, mi sporgevo con gli occhi su tutto.

Ci ho riprovato dopo anni a costruire castelli di carte, mi sono cimentata in intere palazzine altissime e terrazzate, dalle forme futuristiche e improbabili, in case dai voli pindarici e dalle scale tortuose, barocche, attorcigliate, senza fine.

Poi le scosse telluriche del cuore e i viaggi e gli allontanamenti hanno spazzato via i fregi, i decori, le colonne tortili e gli specchi. È rimasto un piano terra essenziale fatto di necessarie fondamenta, di pochi oggetti e pochi amori, grandi, reali.

cards onirismi onanismi

una storia piccola

Se stai leggendo, allora vuol dire che ogni tanto capiti qui, che talvolta vieni a vedere cosa succede su queste lande desolate dall’abbandono dell’autrice.

Allora se ogni tanto capiti da queste parti, vorrei farti un regalo, voglio regalarti una storia piccola. Una storia che in pochi conoscono, e che mi fa sorridere ogni volta che ci penso.

Io sono più grande di mia sorella di quasi tre anni, 2 anni e otto mesi ad essere precisa. I miei genitori ci hanno avute da giovani, non come i genitori tardivi della mia generazione. Avevo genitori giovani, zii ancor più giovani, nonni giovani. Ero una bimba circondata da piccoli adulti. I miei lavoravano, come tutti i genitori giovani del mondo, e io li volevo tutti per me. Quando è nata mia sorella, per non mettere a dura prova i miei sentimenti di primogenita, hanno pensato di regalarmi la villa di campagna di Barbie. Non la casa di cartone con l’ascensore, proprio la villa con le colonne bianche, il tetto rosso, una enorme terrazza e il portavivande che trasportava i beni di prima necessità o le Barbie stesse (mancavano le scale) in terrazza. Mi ricordo un intero pomeriggio trascorso a montare assieme a mio zio e mio papà, sul pavimento del salotto, la villa enorme. Ricordo le viti che servivano per tenere fermo il piano di sopra, da avvitare con cacciavite a punta piatta.

Quando mia sorella è tornata a casa, piccola e batuffolosa, i miei l’hanno messa a dormire nella culla bianca a dondolo che era stata prima di mia nonna, poi di mio papà e poi mia. Era una culla che potevi far dondolare girando una manovella che caricava una molla. L’avevano messa accanto al letto.

Mi ricordo che mi ero avvicinata a mia mamma, distesa sul letto. Lei mi aveva chiesto se la villa di Barbie mi era piaciuta, io le avevo detto si. E lei mi aveva detto che me l’aveva portata la sorellina.

Allora io, Anice treenne, ricordo di aver pensato che mia sorella, con tutte quelle colonne, viti, pezzi di ringhiera, terrazzo e portavivande assieme a lei, aveva fatto un viaggio nella pancia molto scomodo. E che mentre mamma aveva la pancia, non mi era sembrato di veder sporgere della parti appuntite, ma vabbè.

dream cottage barbie onirismi onanismi

 

 

 

Latrocchia [bozza #2, 2012]


Alfredo Latrocchia ha raggiunto almeno tre certezze alla vigilia dei quaranta.

La prima è che la nuvola di capelli grigi in espansione costante e simmetrica ai lati della testa non gli dona affatto quell’aria sale e pepe pubblicizzata da George Clooney sulle riviste di sua moglie. Meglio un taglio radicale: una passata di rasoio a regolazione intermedia e la testa torna ad essere asciutta e lineare. La barba la porta sempre corta e ben pareggiata.

La seconda è che Angela Latrocchia può preparare in quarantacinque minuti netti la più buona parmigiana di melanzane con ricetta tradizionale familiare siciliana di tutta Carpi. Caratteristica non da poco, dato che Alfredo Latrocchia mangia con un appetito da quindicenne in piena esplosione ormonale.

La terza è che la pratica a giorni dispari della salsa cubana lo sta rendendo snello e agile come quando da ragazzino agitava le ginocchia a colpi di twist.

Alfredo Latrocchia va a lezioni di salsa perché lo ha convinto sua moglie, -chè non possiamo mai ballare perché sei un tronco- lo rimproverava sempre. E allora avevano sfidato il parquet e gli occhi da gatta dell’insegnante e si erano stretti in un “un due tre, indietro avanti indietro passo passo giro”.

A giorni dispari Alfredo e Angela sono una coppia che riscopre di essere ben rodata. Non hanno perso quella ritualità di gesti e sentimenti che rende lunghi gli amori. Avvinghiata a suo marito, lei pensa a come in fondo quel ragazzino che l’aveva fatta innamorare e poi portata su al Nord sia ancora vivo dentro al corpo di suo marito; e aggrappato a sua moglie, lui riflette su quanto Angela sia una brava moglie, mamma, amica, una donna che aveva chiuso gli occhi e sempre perdonato. Tra un ancheggiamento e l’altro si prendono in giro, scacciando fantasmi a colpi di pizzichi sul sedere e alluci calpestati.

E sulla via del ritorno, fumando e spettegolando coi polmoni ben aperti, lui la chiama sempre “nicuzza mia” e Angela sa che che mentre lo dice è vero.

I Latrocchia hanno una figlia, Sara, che da un anno si trova sul cavalcavia dell’adolescenza e a giorni alterni minaccia di lanciarsi di sotto tra scocche di macchine in corsa e di non terminare la scuola mai. Sara ha tredici anni, i capelli corti piastrati e i jeans con il risvolto sulle scarpe da tennis. Crede di odiare sua madre, ma ancor più non sopporta suo padre che la va a prendere a scuola con i pantaloni da piastrellista specializzato.

Nei giorni pari e dispari la routine della famiglia Latrocchia si compone di: sveglia di mamma e moglie Latrocchia prima degli altri, colazione nutriente a base di gocciole sottomarca, latte intero, caffè bollente, lavaggio di ascelle, mani, denti, faccia nell’ordine desiderato, vestizioni più o meno lunghe. Termina per primo il capofamiglia che se ne va alla ditta fumando la prima delle dieci sigarette della giornata, un pacchetto a giorni alterni, così ha voluto l’inflessibile signora Latrocchia. Per seconda Angela Latrocchia, la cui abilità principale consiste nell’incitare Sara a vestirsi, pettinarsi, preparare la cartella con la stessa intonazione cinque giorni su sette mentre nel frattempo sparecchia, mette nel lavello, sistema i letti. E per ultima Sara, che non si guarda allo specchio ma si sistema i capelli in ascensore, con nella cartella il diario su cui ha scritto in fondo e in rosa Lorenzo ti amo.

I Latrocchia una volta usciti di casa si disperdono per la piccola città come granelli di sabbia, inghiottiti da strade provinciali e capannoni, ingurgitati da cooperative sempre meno cooperanti e sempre più dittatoriali, da scuole medie in cui l’imperativo categorico è farsi baciare prima dell’ultimo anno.

La sera dei giorni dispari, con la fatica della giornata addosso, calpestarsi gli alluci durante la salsa cubana è un gioco da ragazzi.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]