xenia – frammenti

Non ho risposte, solo un milione di pezzettini di scritto in bozze. Frammentazione di un pensierino lunghissimo, come quelli delle elementari. Non riuscivo ad essere prolissa nemmeno lì.

Alcuni frammenti sono vuoti, bianchi nel bianco della cartella bozze. A volte ci sono solo una parola o una piccola frase. Uno spunto immaginifico. Una riflessione interrotta. Triangolo industriale. Acqua. Pesci. Spazi culturali. Treni. Guardare il fondale. Il regionale Milano Torino.

Tra i frammenti un solo brano, che se fosse musicato avrebbe  la colonna sonora firmata da Beck. Una cosa così: perché quella sera, fumando affacciati alla minuscola finestra della mansarda, mentre le stelle e le televisioni nei palazzi di fronte si riflettevano sui tuoi occhiali, una parte di me si è frantumata a terra, mille piccoli pezzi di terracotta.

E poi anche una cosa così, che invece non avrebbe musica. Perché da adulti si fa così fatica a chiedersi: vuoi tornare ad essere mio amico, mio amico per sempre? E si indugia in quei messaggi senza scopo, buon natale, buon anno, tanti auguri. Smile, faccine. E ci si pensa di nascosto da tutti. Ci si chiede: perché non parliamo davvero? Una volta ci si dava la mano e si correva nella segale,  e ci si prendeva a vicenda, prima di mettere il piede nel dirupo.

E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli.

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dichiarazione di.

Non c’è nessuna verità in quello che scrivo.

Invento, disfo e scucio come la tela. Non c’è differenza tra realtà e finzione, tra mondi e mondi. Scrivo per colmare il crepaccio tra me e me stessa.

Non c’è esercizio di stile o di forma, o fini concreti da raggiungere. Non ambisco a niente se non alla scrittura come forma di dialogo con una me più piccola e raccolta. Con la parte più onesta di me. Odio i puntini di sospensione, il foglio virtuale fa in modo che scompaiano.

Mi folgorano, le immagini, vere o inventate che siano, me le porto dentro a lungo, mi segnano senza che io lo sappia. E poi vengono vomitate fuori, in momenti poco opportuni o di solitudine.

Oggi un amico ha detto che mi legge sempre, che scopre cose di me tramite questo luogo. Ma non c’è nulla di autobiografico in questo spazio. E se anche ci fosse, nessuno si senta offeso, o tirato in causa.

 

 

 

Momento acidità

Il momento acidità di oggi lo dedico a:
Chi si improvvisa

Chi si improvvisa:

Tour manager

Organizzatore teatrale

Ufficio stampa

Ufficio logistica organizzazione studio di fattibilità

Organizzatore di party in piscina

Bigliettaio

Web master

Grafico

Insegnante

Maestro

Maestro di vita

Guru indiano

Santone on line

Venditore di verità porta a porta

E a questo stivaletto che ci tiene tutti stretti e sull’attenti con l’ansia e il tirare a campare.

 

tagliato sottile [bozza #4, 2013]

certe persone non vedono l’ora di farti a pezzi, tagliarti a julienne sul tagliere dell’homo homini lupus e metterti in pentola con tutti i residui di frustrazioni e fallimenti.

ma se c’è una cosa grande che ho imparato nel 2013 è che certe persone non sono stronze o cattive, sono solo tanto infelici.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

pezzetini

noia

A volte penso che questa nostra generazione di ventitrentenni sia proprio una generazione noiosa. Con le paturnie, gli affanni, i non ce la farò mai, le pillole del buonumore, le depressioni incurabili, la tesi, il parking universitario, le lamentele, i profili facebook da santoni postmoderni, le fragilità ricercate e la musica indie.

Se ci guardo da fuori penso proprio: madonna che palle.

 

 

preghiera della domenica

Dammi uno straccio per spazzare via la pigrizia della domenica, con quaranta ore di ufficio alle spalle, almeno 5 di auto, 2 e mezzo di pranzi riscaldati al microonde. Dammi un caffè che mi ricarichi la barra dell’energia, mi faccia guadagnare una vita e un gettone da usare in caso di bisogno.

Dammi un libro che mi insegni a non fare tardi, puntare la sveglia e sentirla, sorridere il lunedì mattina.

Dammi un taccuino su cui segnare tutte le parole che vorrei spiegare agli amici che si lamentano perché non c’è mai tempo per loro, a chi ti cerca senza chiedere mai come stai, a chi si lamenta del sole.

Dammi un’ostia che faccia andare via i miei brufoli, i chili di troppo, i capelli in disordine, le occhiaie, la faccia stanca; dammi orecchie nuove per ascoltare tutti senza che mi venga l’otite. Dammi mani di ferro, affinché non perda la forza di scrivere.

Dammi gambe buone che abbiano voglia di prendere la bicicletta, e occhi aperti fino a tardi ad aspettare il mio Ulisse tornare a casa.

E poi dammi la bussola, che mi indichi il nord della giustezza, e quale sentiero percorrere ogni giorno per non trovare code in tangenziale.

posta

 

Latrocchia [bozza #2, 2012]


Alfredo Latrocchia ha raggiunto almeno tre certezze alla vigilia dei quaranta.

La prima è che la nuvola di capelli grigi in espansione costante e simmetrica ai lati della testa non gli dona affatto quell’aria sale e pepe pubblicizzata da George Clooney sulle riviste di sua moglie. Meglio un taglio radicale: una passata di rasoio a regolazione intermedia e la testa torna ad essere asciutta e lineare. La barba la porta sempre corta e ben pareggiata.

La seconda è che Angela Latrocchia può preparare in quarantacinque minuti netti la più buona parmigiana di melanzane con ricetta tradizionale familiare siciliana di tutta Carpi. Caratteristica non da poco, dato che Alfredo Latrocchia mangia con un appetito da quindicenne in piena esplosione ormonale.

La terza è che la pratica a giorni dispari della salsa cubana lo sta rendendo snello e agile come quando da ragazzino agitava le ginocchia a colpi di twist.

Alfredo Latrocchia va a lezioni di salsa perché lo ha convinto sua moglie, -chè non possiamo mai ballare perché sei un tronco- lo rimproverava sempre. E allora avevano sfidato il parquet e gli occhi da gatta dell’insegnante e si erano stretti in un “un due tre, indietro avanti indietro passo passo giro”.

A giorni dispari Alfredo e Angela sono una coppia che riscopre di essere ben rodata. Non hanno perso quella ritualità di gesti e sentimenti che rende lunghi gli amori. Avvinghiata a suo marito, lei pensa a come in fondo quel ragazzino che l’aveva fatta innamorare e poi portata su al Nord sia ancora vivo dentro al corpo di suo marito; e aggrappato a sua moglie, lui riflette su quanto Angela sia una brava moglie, mamma, amica, una donna che aveva chiuso gli occhi e sempre perdonato. Tra un ancheggiamento e l’altro si prendono in giro, scacciando fantasmi a colpi di pizzichi sul sedere e alluci calpestati.

E sulla via del ritorno, fumando e spettegolando coi polmoni ben aperti, lui la chiama sempre “nicuzza mia” e Angela sa che che mentre lo dice è vero.

I Latrocchia hanno una figlia, Sara, che da un anno si trova sul cavalcavia dell’adolescenza e a giorni alterni minaccia di lanciarsi di sotto tra scocche di macchine in corsa e di non terminare la scuola mai. Sara ha tredici anni, i capelli corti piastrati e i jeans con il risvolto sulle scarpe da tennis. Crede di odiare sua madre, ma ancor più non sopporta suo padre che la va a prendere a scuola con i pantaloni da piastrellista specializzato.

Nei giorni pari e dispari la routine della famiglia Latrocchia si compone di: sveglia di mamma e moglie Latrocchia prima degli altri, colazione nutriente a base di gocciole sottomarca, latte intero, caffè bollente, lavaggio di ascelle, mani, denti, faccia nell’ordine desiderato, vestizioni più o meno lunghe. Termina per primo il capofamiglia che se ne va alla ditta fumando la prima delle dieci sigarette della giornata, un pacchetto a giorni alterni, così ha voluto l’inflessibile signora Latrocchia. Per seconda Angela Latrocchia, la cui abilità principale consiste nell’incitare Sara a vestirsi, pettinarsi, preparare la cartella con la stessa intonazione cinque giorni su sette mentre nel frattempo sparecchia, mette nel lavello, sistema i letti. E per ultima Sara, che non si guarda allo specchio ma si sistema i capelli in ascensore, con nella cartella il diario su cui ha scritto in fondo e in rosa Lorenzo ti amo.

I Latrocchia una volta usciti di casa si disperdono per la piccola città come granelli di sabbia, inghiottiti da strade provinciali e capannoni, ingurgitati da cooperative sempre meno cooperanti e sempre più dittatoriali, da scuole medie in cui l’imperativo categorico è farsi baciare prima dell’ultimo anno.

La sera dei giorni dispari, con la fatica della giornata addosso, calpestarsi gli alluci durante la salsa cubana è un gioco da ragazzi.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

alchimie

A volte mi chiedo cosa sia successo davvero in quegli anni, e come mai sia scomparso tutto.

Una alchimia, una alchimia di gesti, necessità e umanità variegate che hanno trovato il modo, per qualche tempo, di camminare assieme. stesso passo, stesso ritmo, stesso respiro. Una formula chimica di cose belle.

E poi.

Chilosà, è arrivato un reagente strano, una molecola fuori posto si è sclerotizzata e ha cambiato la formula, modificato il risultato finale. O forse era terminato il tempo, e camminare insieme non ci bastava più.

Certo è che è stato bello, nonostante le occhiaie, la stanchezza, l’incertitudine, la fatica e i litigi. Certo è che ce ne sono state di idee, scritture, pranzi, agli e olii e peperoncini, follie, nottate, albe e tramonti sul ponte di via stalingrado. E amori, amori grandi.

E, cavolo, mi manca quel senso di libertà della bicicletta in salita. Quelle ore infinite a progettare, plasmare, modificare, con la sveglia presto e la buonanotte tardi, quelle ore infinite a cesellare le cose insieme, ché le idee sono di tutti e di chi le sogna, quelle ore infinite che non saranno mai pesanti come i doveri di oggi, perché erano trascorse insieme, mani nelle mani e scarpe nelle scarpe.

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pic by Filippo Carnevali

im-perdibili

Circondata da serate imperdibili, indimenticabili, strabilianti, chesenoncivaicomefai, di eventi da non perdere, appuntamenti a teatro da non mancare

io vorrei una serata perdibile in cui perdermi

nel bicchiere d’acqua della noia

e l’onestà di chi le comunica, me compresa, le serate imperdibili, di dire al resto del mondo che la serata è perdibilissima, e che se quella sera le persone se ne stanno a casa, col plaid e la pasta al forno, non hanno fatto nulla di male.

 

Torno.

Torno.

In maniera discontinua e con molte mezze misure, con la vita negli ennesimi stravolgenti scatoloni che perdono per strada cose dagli angoli spaccati, con le lampade accumulate in una stanza e i vestiti dell’estate nello zaino. Torno in una casa sconosciuta; non so dove sia la carta forno, non memorizzo gli interruttori come al solito, a volte dimentico dove ho parcheggiato. Ho la testa piena e il cuore all’altezza giusta, il cuore che fa il limbo sotto l’asticella delle liste di milioni di cose da fare, che come un ingranaggio butta fuori e butta dentro, sangue rosso, sangue bianco.

Torno con le liste della spesa nelle tasche dei cappotti, le liste dei “to do” sulle pagine a righe dei quaderni ad anelli, con le date segnate sul calendario.

Torno alla solitudine della tua assenza provvisoria, al cercarti la sera, al guardare fuori dalla finestra e dirsi che non si vuole uscire, e poi la febbre che attenua il dovere e il senso di condivisione, che annebbia il pensiero e lascia uscire un sentire ovattato, coperto da batuffoli di cotone.

Torno a stare avec moi même, con le presenze importanti che ogni tanto luccicano sullo schermo del cellulare come farfalle che vivono poche ore e poi scompaiono per riapparire in altri luoghi in cui non ho voglia di andare.

Torno ad ascoltare la radio, a cucinare il brodo, a rendere piccoli i sospiri e tappare i buchi dello scolapasta che fa acqua da tutte le parti, a non avere voglia di esserci per forza, a non rispondere alle domande, a non dover portare la giustificazione alle mie assenze ma pagarne inesorabilmente lo scotto.

Ci sono soltanto tre ore, il lunedì sera, e in quel lasso di tempo mentre guido nella pianura imbevuta di concimi aziendali e corro verso la pizza che hai cucinato.

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