blue monday

Altro che blue monday. Qui ci troviamo di fronte, sìore e sìori, ad un evento unico nel suo genere: un vero e proprio banco di nebbia color cobalto tra il nervo ottico e l’ipotalamo, una iperpigmentazione della retina del colore degli abissi, una dermatite sugli arti dai toni della notte profonda che si acuisce sulle falangi e sulle nocche delle dita.

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act like Sampei, be Sampei

Guaritrice e Sampei, i primi vagiti di questo duemiladiciotto. Li ha sussurrati non troppo piano, sfiorandomi l’orecchio con il naso, davanti a tutti in una casa a due piani nell’entroterra marchigiano, con i fantasmi nascosti durante la notte. Un gruppo di amici, l’ultima notte dell’anno, riunito in un rituale ancestrale di giochi da tavolo e un cenone luculliano, un gatto rosso fuggito per il troppo rumore, tra la mezzanotte e le quattro del mattino sono stati gli unici testimoni dei primi pianti di vita del nuovo anno.

Guaritrice. Curandera. Colei che nel villaggio assalito dai lupi può salvare la vita a qualcuno e renderlo invulnerabile. Mai ho provato l’ebbrezza e la ferocia di essere un lupo che durante la notte, infame, famelico, come un ladro, noncurante del bene comune, sbrana uno dei villici e se ne va in giro con lo scalpo tra i denti. Il mio istinto intorpidito dal disarmo delle facoltà più profonde, dall’embargo che ho messo a certi luoghi interiori, ha permesso che la guaritrice usasse il suo potere profondo proprio con la bestia famelica. Perché la guaritrice non pensa mai  che si possa salvare se stessi,  mettersi in salvo all’asciutto con le proprie portentose mani, la guaritrice è come una bambina stolta e fiduciosa tutta protesa verso il prossimo.

Essere una guaritrice è tutto ciò che voglio lasciare indietro. Questo buttarsi a braccia aperte a scudo umano davanti a qualcuno, con la moviola che riprende tutto il senso del dovere, della giustezza, della fiducia, lo scemo senza giubbotto antiproiettile.

Sampei. Il giovane nipponico pescatore dei cartoni animati degli anni ottanta con cappello di paglia, infradito, pantaloni alla caviglia, canna da pesca in mano sempre e comunque, prolungamento della propria essenza su cui forse Freud avrebbe tanto da dire. Il ragazzo che viaggia sull’isola, un fricchettone dei teleschermi, amante della natura, senza amore, senza casa, senza sosta, la cui morale si traduce nell’umiltà e forza d’animo orientali: impara dai tuoi errori, rispetta l’avversario e sii in sintonia con la natura. Si tratterebbe quasi del ragazzo perfetto, se chiudessimo un occhio nei confronti dell’outfit e dell’ossessione ittica che non gli regala certo l’olezzo e la prestanza fisica di Raz Degan nella pubblicità del Pino Silvestre. E non lo faremo, no, quell’occhio lo lasceremo ben aperto a monito di quanto si possa essere fallibili.

Ma Sampei è leggero, vive vicino all’acqua, viaggia, Sampei pesca, impara, è un haiku di leggerezza verde e blu, un granello nel mondo in cerca di equilibrio e insegnamento. E poi ride spesso, a quanto pare, questo Sampei così concentrato sulla propria, oserei dire, ma potrei certo sbagliarmi, armonia. Sampei, sei tutto ciò che voglio essere in questo 2018, pantaloni alla caviglia inclusi se ce ne fosse necessità.

 

 

h a p p y n e w y e a r

dall’archivio magnetico.

un’accurata selezione in aggiornamento costante finché l’indolenza non prenderà il sopravvento.

il criterio guida: ciò che ha somigliato al 2017, ma anche no; ciò che potrebbe somigliare al 2018, ma anche no.

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pin of Guerrilla art action group
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Manifesto Errorista, La Boca, Buenos Aires
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Guerrilla Girls
Nikki McClure
illustration by Nikki McClure
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Piero Manzoni, Achrome 1961-62, Pane e caolino su tela
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Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1305
yk
Yayoi Kusama, Ininity Mirrors
Manifesto Dada
Dada

 

Dicembre – mano a mano

Mano a mano che ci si allontana dalla bocca dell’inferno, ci si sente più leggeri. La risalita è come tornare a casa da scuola in un giorno di primavera. Ho calcolato che ci vogliono due ascolti di Stormi di iosonouncane per arrivare a casa sua, con le cuffie nelle orecchie camminando veloce per la città. Che ci sia il sole o piova, la notte è sempre sincera quando cammini dentro a un paio di scarpe da tennis e le lucine di Natale fanno da aureola alla santità del litro di vino che hai bevuto seduto su una panca da osteria. Innamorarsi a Dicembre si porta dietro i cappotti e le sciarpe e i guanti che si sfilano come strati di cipolla, mano a mano che si lascia un pezzetto di sè in pasto all’altro.

arti, periferie, selvaggio west

Le periferie del mio corpo sono più simili a stalattiti di ghiaccio che a dita, falangi, naso, orecchie. Se ne stanno inermi lontano dal cuore, dove si pompa la vita a tutto spiano, a volte più velocemente, quando il panico e l’ansia ma anche l’amore. Se ne stanno lì avvolti da un doppio strato di calzini a righe, dentro a stivali pesanti, il corpo a matrioska di magliette maglioni canottiera maglia di cotone, non in quest’ordine. Le maniche tirate quasi fino all’ultima falange, che tanto il tic tic sul computer lo fai solo con la punta delle dita, leggerissima come un colibrì che cerca un senso all’andare e venire di parole e tasti.

Ogni tanto una manica ripara il naso con la punta gelida sognando estati torride a scorrazzare tra sabbia rovente e paesini lucani intatti. Fuori il riscaldamento globale innalza il mercurio, o ciò che ne resta, nei termometri. Esplode in tramonti in technicolor, in svestimenti repentini in mezzo all strada, in armadi che traboccano di very fast fashion per tutte le stagioni e in felicità ignara. Ma non dentro a questo luogo, igloo sperduto nella tundra metropolitana, tra la via emilia e il west, in cui i caloriferi in ghisa degli anni di gloria del passato, sono oggi un orpello démodé e disfunzionale.

Mi ricordo di quando mettevo le mani dentro allo scaldotto di pelo acrilico rosa, e il mondo odorava di punch al mandarino e pane, con le serate a fare da numi tutelari al fuoco del caminetto, seduti sul tappeto a guardare Henry Fonda tra i canyon di Tabernas. Se il Natale fosse una cosa, sarebbe esattamente questa: gli arti al caldo, col cuore in fiamme nel selvaggio West.

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Pep Carriò, Cuadernistas

Il fred dla pianura n’è onest per nient.

Il fred dla pianura n’è onest per nient.

Immaginate che a pronunciarlo sia un uomo di mezz’età, proveniente dalle Marche lato nord, zona Urbino, con in testa un berretto di lana blu da marinaio e addosso una giacca in pile di due taglie più grande.

Immaginate che quest’esclamazione arrivi alle vostre orecchie in un non-luogo ai margini sfilacciati della bassa padana, nel parcheggio di una pompa di benzina immersa nella nebbia, tra capannoni e svincoli autostradali.

Immaginate che due minuti prima avevate la testa tra le mani, immobilizzati sul sedile dell’auto, le nocche livide e i piedi gelidi.

Immaginate di sorridergli, e di annuire. E che lui vi spieghi che da dove viene lui il freddo è sincero; ci si sveglia la mattina nell’aria gelida delle case di campagna, coi pavimenti che sono lastre di ghiaccio, si accende la legna nel camino, si esce fuori nella luce radente nel mattino e si guardano il profilo delle colline e i campi che nascondono semi e si maledice la fatica. Il freddo è cristallino, trasparente, la campagna coperta di brina moltiplica la luce. L’aria punge, stringe e tira la pelle ma non nasconde, non bagna, non inzuppa i pensieri.

Immaginate di sentirvi per un momento piccolissimo, complici, perché voi e l’uomo provenite dalla stessa terra di mezzo anche se da latitudini diverse. Di sentirvi per una frazione di secondo, in viaggio verso casa.

25 novembre

Non solo la violenza fisica, brutale e assassina. Ma anche quella subdola, sottile e manipolatoria. Quanto spesso hanno abusato del proprio ruolo di potere per calpestarci, farci sentire sbagliate, insicure, fallite, inadatte?
Esiste una donna al mondo che non abbia subito una molestia? Verbale, fisica, psicologica. Sul lavoro, a casa, per strada.
Ecco, quegli uomini che pensano di essere più uomini quando calpestano una donna li vedo e li vedrò sempre così: minuscoli e falliti.

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Una favola in cui cappuccetto rosso ammazza subito il lupo, alla prima avance. e poi se ne va a mangiare castagne e vino cotto con la nonna.
Una favola in cui possiamo attraversare il bosco, di notte, senza aver paura.

migliore

La strada

mappata,

dritta,

predestinata,

le linee spartitraffico continue, divieto di sorpasso, lampioni a distanza regolare senza soluzione di continuità.

La strada

che hai scelto, che non hai scelto, da cui non c’è via di scampo, nessuna inversione a U, nessuna svolta a sinistra, nessun incrocio.

Puoi solo

andare avanti, accumulare punti sulla patente, tappe a premi che altri hanno scelto per te.

Nell’album

delle figurine panini della realizzazione sociale, sfogliare di pagine a suon di cantilena “ce l’ho manca”, e se manca lo voglio.

Una storia stabile. Ce l’ho.

Lauree, anni di tirocini non pagati machefannocurriculum, una famiglia medioborghese altoborghese borghese in grado di sostenere il mio percorso. Ce l’ho.

Un unico lavoro possibile, un lavoro immaginabile con la laurea e i tirocini e la famiglia medioborghese altoborghese borghese. Ce l’ho.

Amici, sempre quelli nei secoli dei secoli amen. Ce l’ho.

Un ruolo

di donna crocerossa , di uomo malato, sempre pronti e sempre all’erta. Ce l’ho.

Progetti

di maternità, di paternità, di nomi già scelti, di studio che si trasformerà in cameretta. Ce l’ho.

Una casa mia, una casa nostra, una casa comprata coi risparmi di famiglia medioborghese altoborghese borghese. Una casa borghese. Ce l’ho.

Un lavoro

a tempo indeterminato statale parastatale con stipendio fisso e ferie comandate, ventisei giorni, un lavoro che ti svegli la mattina ringraziando dio per quanto hai avuto culo ad essere assunto, ad essere indeterminata, ad aver vinto il concorsone in questi anni di crisi. Ce l’ho.

La supponenza

di sapere cosa sia meglio per te, per gli altri, per il mondo intero, comprando Manifesto e Repubblica e sentendoti esautorato, sollevata, dalla responsabilità di far parte del mondo. Ce l’ho.

La consapevolezza

mai manifesta ma mascherata da timidezza mista a umiltà di essere sempre e comunque migliore, perché tu il giogo, e il morso, non li togli mai, li sai portare con stile, perché sei migliore. Migliore. Ce l’ho.

 

 

pic by M.C.

 

Serraglio

L’asino il morso, glielo mettono quando inizia a diventare grande. E noi, il morso, e il giogo, tutti i giorni con le file in tangenziale e le auto, le scadenze, le sveglie alle 7.15, posponi posponi posponi. E le lamentele. Lo stare meglio all’estero, al paesello, al mare, in vacanza, in ferie. Che comprare una casa diventa l’unica cosa importante. Che sfogliare il quotidiano la mattina e il caffè amaro e lo sguardo suo sono sorriso stretto.

Quanto pesa una lacrima

Quanto pesa una lacrima versata sul cesso, con le mutande abbassate e la testa tra le ginocchia. Col fiato che manca e l’occhio che perde lucidità. Quanto pesa una lacrima quando il collo, la fronte, le guance, servono solo a fare da scivolo. Quanto pesa una lacrima con i denti serrati, la bocca chiusa, la lingua malata, le orecchie perdute, il senno sulla luna. Quanti anni mi dai con i solchi in faccia, canali, fossi, rigagnoli, delta di acque. Quante pupille perse nel lavandino, senza riuscirsi mai più a guardare allo specchio.