come l’epica degli Arcade Fire

Ché se questa vita fosse una canzone, sarebbe come l’epica degli Arcade Fire, un crescendo continuo, un’apertura luminosa che convive con la capacità di conservare una parte impenetrabile di intimità. Un nocciolo duro ed egoista che fa di noi, due pattinatori singoli sul ghiaccio della stessa superficie dura e inscalfibile.

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lucciole dagli occhi

Sarebbe bello restare così, abbracciati nella tenda di lenzuola che abbiamo costruito insieme, e mettere il naso fuori solo quando c’è il sole, in quei pochi giorni dell’anno che sono clementi con il cielo.

Guardo i tuoi occhi, due fili immaginari ti tirano su la bocca in un sorriso. Non ho mai visto nessuno a cui rida così tanto il viso, tutto insieme, mentre mi guarda. Dai tuoi occhi piovono lucciole, ogni anno a inizio Maggio, si rincorrono tra le parole che non abbiamo ancora detto. Nessuno le vede, sono il nostro segreto luminoso.

Le lucciole piovono e fanno cessare la paura di invecchiare, di diventare grandi, di non saper volare più, di non saper ridere ancora davvero, di smettere di essere umani.

 

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Di stazioni, deja vu e gemellaggi transoceanici

Alla stazione dei bus di Roma Tiburtina, se fossi un nordeuropeo in braghe di tela e marsupio, mi sentirei spaesato come un uccello che ha perso lo stormo e si è ritrovato per caso al mercato di Bangkok. C’è fila, agli sportelli per la vendita di biglietti, ma mancano i cassieri. Le persone aspettano un improbabile Godot de noartri che permetta loro di partire. Sono gentili, le persone perse. Fanno capannelli di apologie e di mutuo soccorso. Il bagno è a pagamento, 60 centesimi di euro per un deja vu messicano di tazze alla turca, carta igienica molto poco soft, barboni che fanno le loro cose con la porta aperta e musica latina in filodiffusione. La cassiera dei bagni ha le unghie rosa lunghe e una ricrescita bulbifera bianca incipiente, mentre parla in spagnolo al telefono con mi amor. Un cartello scritto a bic rossa diferenzia l’unico bagno senza turca attraverso la scritta in stampatello donne tazza. Poi mi chiedono come mai io sia tornata in Italia. Come farei a vivere, senza incappare in questo caos che ti costringe a stare al mondo? Come farei a sorridere, senza questi gemellaggi transoceanici?

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Sala conferenze numero 2. Uno spazio dalle pareti bianche con file di quadri misura  40×30 centimetri contenenti frasi motivazionali e foto dei prodotti top aziendali. Un’interminabile via crucis auto celebrativa in risposta all’horror vacui. Una platea di circa 50 sedie di colore rosso e un piccolo palchetto a pedana di legno nero. 

Buon lunedì a tutti e bentrovati. 

Quelli che già mi conoscono, possono rilassarsi e mettersi comodi. Per chi invece mi vede per la prima volta è doveroso che io mi presenti. Non sarò troppo prolissa, lo giuro, è lunedì mattina per tutti.

Sorride e fa l’occhiolino alla platea, mentre lo dice, per assicurarsi che tutti vedano che possono fidarsi di lei. Che lei è dalla loro parte, che lei è una di loro, una di loro che ce l’ha fatta. E incalza. 

Il mio nome è Letizia, sono specializzata nella formazione del personale dell’azienda secondo le direttive nazionali. Le mie lezioni riguardano tutto ciò che ha a che fare con la gestione e la cura degli spazi aziendali comuni e personali.

Fa una pausa.

Cura, avete sentito bene, perché è di questo che si tratta, e perché come ci piace sempre ricordare: il mio ufficio è la mia casa

Scandisce le parole senza inflessioni particolari, dizione perfetta, tono formale ma accogliente.

Nessuno si sognerebbe mai di avere a casa propria un divano scomodo, o un letto su cui non riesce a dormire, perché il comfort è importante, e il comfort

prende una brevissima pausa di respiro

genera dipendenti felici. Alla Time to Rain noi vogliamo che vi sentiate a vostro agio, che siate felici, che sappiate di essere in famiglia. Che sappiate di essere a casa.

Sorride mentre lo dice, fissando negli occhi le prime file della platea.

E come in tutte le famiglie e in tutte le case, ogni tanto c’è bisogno di un piccolo remind sul modo in cui certe azioni vanno svolte. La prassi è importante tanto quanto ciò che si sta svolgendo.  Lo sappiamo, avete il prontuario aziendale sempre a portata di mano, con codici di comportamento e soluzioni esemplificative per la gestione di ogni attività ordinaria e straordinaria, ma la direzione ha ritenuto importante e necessario che venisse eseguita una dimostrazione pratica riguardante un’abitudine comune e condivisa da tutti. La dimostrazione pratica vi aiuterà di certo a migliorare la convivenza aziendale, di questo siamo certi.

Leggero mormorio di curiosità della folla. 

Letizia li guarda ammiccante.

Invito quelli che occupano gli ultimi posti a venire davanti, c’è ancora spazio nelle prime file ed è necessario che prestiate la massima attenzione e soprattutto osserviate con cura tutto il procedimento. Prima di cominciare vi chiedo di dotarvi del vostro smartphone personale, per poter riprendere o fotografare tutte le fasi della lezione, e poi condividere i vostri video o le vostre foto. La direzione vi ricorda di utilizzare esclusivamente l’hashtag ufficiale aziendale #timetorain e quello del vostro settore specifico #customerexperiencetimetorain. Non sono ammessi altri hashtag, pena la cancellazione del post. Ma sono sicura che lo sappiate già.

La folla tira fuori dalla tasca della divisa, un completo pantalone nero e felpa nera con logo aziendale, il proprio smartphone. Chini sugli schermi illuminati postano sulla pagina social aziendale il loro status rilassato e attento con gli hashtag indicati. Nel mentre sul piccolo palcoscenico della sala conferenze viene trasportata attraverso una serie di pedane mobili la riproduzione perfettamente funzionante dei bagni aziendali. Un cubicolo di metri 2,50 per 1,50 lastricato sia sulle pareti che sul pavimento di piastrelle quadrate color bianco opaco. Da un lato un grande lavabo quadrangolare, con il dispenser pieno del sapone monomarca rosa e l’asciugamani elettronico, dall’altro un wc con supporto per disabili dotato di rotolo di carta igienica ecologica e il pulsante per lo scarico dell’acqua. La folla fotografa la nuova scenografia e di nuovo con la testa china sullo schermo illuminato del proprio smartphone aggiorna lo status con gli hashtag indicati.

Signori, quello che avete di fronte è il gabinetto standard dell’azienda, progettato per la Time to Rain seguendo le linee guida della direzione e rispettante tutte le normative europee. La problematica che è emersa dalle ultime tre riunioni del consiglio di amministrazione, è che molti dipendenti non eseguono il normale flush dell’acqua una volta terminato l’utilizzo del wc. Una abitudine assai spiacevole se consideriamo che è a disposizione un servizio igienico ogni dieci dipendenti e che qualcuno, a causa di questa cattiva condotta, potrebbe non sentirsi a proprio agio.

Per questo, in accordo con la direzione abbiamo preparato un piccolo prontuario che vi è già stato inviato via mail. Quattro semplici step per un ambiente aziendale migliore e un più collaborativo utilizzo degli spazi comuni.

Uno. Cercare di depositare ogni materiale di tipo organico all’interno del wc.

Due. Pigiare l’apposito pulsante di scarico, anche più volte, per consentire il download dei materiali organici depositati.

Tre. Utilizzare gli appositi contenitori per gettare rifiuti ingombranti che potrebbero ostruire lo scarico.

Quattro. Prima di uscire immaginate sempre che qualcun altro potrebbe aver bisogno dei servizi dopo di voi.

Qualora dovessero insorgere degli inconvenienti di qualsiasi tipo, siete pregati di informare il vostro responsabile di settore che prenderà in carico la vostra segnalazione e cercherà di risolverla il prima possibile.

Segue dimostrazione pratica, con materiale organico ecosostenibile. La folla segue attentamente il processo della durata di circa quindici minuti, inclusa spiegazione per ogni fase, ogni tanto chinandosi sullo smartphone aggiornando lo status sul profilo social aziendale e usando sempre gli hashtag indicati. 

Signori, nella speranza che questa dimostrazione pratica sia stata esplicativa e utile, vi invitiamo a fare una breve pausa di cinque minuti e poi a tornare ognuno alla propria postazione lavorativa per poter riprendere a svolgere le proprie mansioni con le idee più chiare. Porgo un grande ringraziamento da parte della direzione della Time to Rain a voi tutti che avete seguito con attenzione la formazione di oggi e che avete postato sulla pagina social aziendale, per poter condividere questo importante vademecum con tutti i colleghi. Vi ricordiamo che come sempre, ogni momento congregativo della vita aziendale, viene monitorato dai microfoni della direzione della Time to Tain.

Letizia rimane ferma sulla pedana con un sorriso, accompagnando le teste della folla che la salutano con cenni impercettibili. La sala conferenze numero 2 velocemente si svuota. Qualcuno torna al proprio cubicolo, altri ne approfittano per prendere un caffè. Gli addetti trasportano in un non meglio precisato magazzino la riproduzione perfettamente funzionante dei bagni aziendali. Quando la sala si è svuotata, il sorriso di Letizia si spegne. Gli occhi ritornano opachi. Slaccia leggermente la zip della felpa con logo aziendale che anche lei deve indossare. Butta giù un groppo di ansia e saliva, mentre stringe i pugni. Le nocche bianche. Le unghie non tagliate che si conficcano nella pelle lasciando sui palmi delle piccole mezzalune rosee. Stringe gli occhi fino a strizzarli tendendo il collo. Poi, pian piano, rilassa e distende i muscoli, come mercurio che scivola sulle membra, riprende  coscienza di sé. Poi, di scatto, apre la bocca a gridare muta, nessuno la può vedere mentre le labbra sillabano mute un v a f  f  a n c u l o.

 

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Ora legale

Non ho sentito la prima sveglia, ma nemmeno la seconda e la terza. Mi sono svegliata di soprassalto come Jon Snow nella 6×02. Ho fatto la moka senza caffè, ma prima di rendermene conto ho atteso invano fissando il vuoto per dieci minuti. Ho perso il primo treno, ma anche il secondo e il terzo. Al bar della stazione un ragazzo mi ha indicato dicendo vorrei un panino ai quattro formaggi come la signorina. Stavo mangiando un cornetto al cioccolato. Ma la cosa più agghiacciante di tutte, la cosa per la quale potrei iniziare a gridare accucciata in un angolo, è che le due ragazze sedute accanto a me sul treno parlano un mix di milanese e inglese composto da crazy treno, you like it?, shit, fucking domenica, manco fossero la Ferragni nei suoi momenti di confusione linguistica più evidenti e che ora commentano un servizio de Le Iene scambiandolo per alto giornalismo.

Ah, è il 23 marzo e l’inverno non finirà mai.

Non è vero. È il 25 marzo.

il passato (di verdure) suona sempre due volte

Non è che il passato si faccia poi troppi scrupoli quando si tratta di farsi notare.

Un giorno qualunque di inizio primavera lui decide, così, di prenderti a sberle in faccia, quando meno te lo aspetti. Decide di spingerti forte all’indietro, facendoti scivolare sui gradini di marmo, proprio nel giorno in cui hai un aspetto orrendo, le occhiaie del sonno dei poveri cristi, la maglietta a righe bucata e cerchi di venire a galla dalla marea di ore e ore di litigi, parole e ancora litigi. E poi, alle tre e un quarto, arriva a darti un bel calcio nel culo, il passato bello e modesto, il passato politicamente impegnato, e giusto, senza rughe né occhiaie, col tempo di pettinarsi, andare in palestra, a correre, al cinema, a teatro, col tempo di pensare e di mangiare sano, senza zuppe in scatola o crackers di supporto.

Vaffanculo, gli dici. Spostati e fammi passare.

Ma lui se ne sta lì, irremovibile, le braccia sui fianchi, statuario e perfetto, coi denti bianchi nel sole, anni e anni di ortodonzia scintillante nella luce forte del primo pomeriggio, e non ti permette di fare neanche solo un passo.

Gli fai un dito medio. Fottiti.

Il passato non si muove, ti guarda dall’alto in basso come si guardano i bambini fuori posto, come fossi vestita da carnevale il 15 di agosto alla festa in spiaggia dei diciott’anni di qualcuno. Non ti sta compatendo, no, ti sta solo dicendo, sussurrando, impercettibile, con le labbra sottili e la voce d’oro: guarda come eri bella con me, guarda che sorriso, e che capelli, e che entusiasmo, e che vita, che energia. Guarda come era facile sorridere, e amarsi, non dormire, star svegli a leggere, studiare, parlare, e non avere un soldo nel conto in banca…

Ti crei un passaggio a destra, gli chiedi di lasciarti stare, ma lui allunga una mano e ti ferma, e allora ti crei un passaggio a sinistra, e lui con un piede ti spinge di faccia sul cemento. E allora quando sei così, con la faccia piena di polvere, e le braccia doloranti, non resta altro da fare: mettersi supini, le gambe stese, gli occhi semiaperti, la schiena aderente al terreno, e smettere di guardarlo.

al lago (side B, versione #2)

Vorrei che il tempo non esistesse e che si congelasse nel momento zero in cui eravamo in equilibrio, con tutti i corollari della stabilità al proprio posto, ordinati uno dietro l’altro su una mensola:  io e lui, moglie e marito, una casa nostra, un bambino nostro, un cane nostro, un lavoro a testa. Era quello che avevamo sempre voluto, forse non lo avevamo mai desiderato dispiegando le vele del galeone del sogno, ma era giusto.

Però succede che questa benedetta vita a quanto pare sia davvero più complicata di quanto ci potesse sembrare da bambini e che non ne voglia sapere di darti respiro.

E allora quando accade ciò che non avresti mai immaginato, bisogna imparare a respirare in modi nuovi, con branchie, boccaglio e bombole di ossigeno che non avresti mai pensato di saper utilizzare. Bisogna apprendere a respirare per bene. Prendere fiato, smettere di pensare che l’aria stia per finire e accorgersi che ce n’è abbastanza, e che c’è anche il tempo di sentire il fresco sulla schiena e il caldo del raggio di sole sulla faccia. Come quando galleggi sul mare, aspettare, immobili, che il corpo si espanda, leggero, tutt’uno con l’acqua, come una libellula sugli specchi. Appoggiarsi con la testa all’indietro, sentire che i muscoli del collo cedono e una mano invisibile ti spinge dal centro della schiena. Sentire le gambe leggere e le mani dentro un guanto intessuto di acqua, appena sostenute da un cuscino, così, penzoloni. E respirare a pieni polmoni. Gli occhi chiusi ad immaginare il sole su di te. E le orecchie a cullarsi col rumore delle conchiglie là sotto che la marea muove e rimuove. Catenine strisciate. Riso versato in un recipiente. Pala che si conficca nella sabbia. Catenine portate indietro, quasi al punto di partenza. Riso versato in un altro recipiente. E pala che esce dalla sabbia. E i capelli che sfiorano la nuca e poi si allungano. E poi sfiorano ancora una volta la nuca.

Forse la marea li ha colti così, mio marito e mio figlio. Li ha colti felici, in un momento di vita con le vele del galeone dei sogni gonfie di vento, in un momento in cui la pellicola a scorrimento continuo, la pellicola sui binari, era stata messa in pausa. O forse si era inceppata negli ingranaggi di un proiettore.

Un momento di follia delicata e necessaria. Si saranno scambiati un’occhiata complice e si saranno liberati dei vestiti, per ritrovarsi a schizzarsi di acqua di lago, con le mani aperte e tese a spruzzare le onde grandi, e poi fare i morti a galla, inspirando, espirando.

Forse devono essersi agitati molto senza riuscire a raggiungere la riva, devono aver gridato aiuto.

Ma questa benedetta vita a quanto pare è davvero più complicata di quanto ci sembrava da bambini. E anche se l’acqua smette di parlarti, la marea torna sempre, solo si allontana un po’. Ma poi ritorna.


al lago (side B, versione #2) è il lato B di questo racconto qui: al lago (side A, versione #1)

Non sono racconti fratelli né parenti. Erano entrambi stati pensati per partecipare a questo concorso qui , ma side B, versione #2 non è mai stato inviato. Ora vede la luce, come le conchiglie dopo una lunga mareggiata.

 

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il nuotatore, di Paolo Cognetti, illustrazioni di Mara Cerri, orecchio acerbo editore

 

 

 

 

stelle elettroniche sotto cieli di neon

Quando eravamo piccoli e ci sentivamo stelle elettroniche sotto cieli di neon, e prendevamo autobus alle 7 del mattino senza aver dormito, tutta la notte a vagabondare nella Bologna dei disperati che non trovano pace e non lo sanno che ad essere disperati poi non si chiudono gli occhi, si fa come i pesci negli acquari e si guarda il mondo fuori, sempre ad occhi aperti. Perché durante le notti di stelle elettroniche sotto cieli di neon, si attraversavano i ponti in sella a biciclette sconosciute, e si sfidava il tempo correndo sotto ai portici ghiacciati. Mai tristi davvero, sempre in corsa, senza un nido, con le ruote veloci e i pedali forti.

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Di notte il rifugio è tra le sue braccia

Lo abbraccio. Di notte allungo la mano e lo trovo lì, con il petto largo su cui riposare. In queste ore insonni mi rigiro sotto alle coperte e trovo rifugio tra le sue braccia. In un tempo e uno spazio rarefatti, tra la notte e le prime luci dell’alba, avvinghiata a lui come un’edera, respiro piano, un respiro mio ogni due suoi, e mi sento a casa. Mi scendono lacrime dure come pietre sulle guance, che mi tagliano la faccia in due, che mi sorprendono con la loro pesantezza. In questa notte di veglia e di pensieri rapidi, mi sono ancorata al suo abbraccio come se niente potesse farmi del male, come se nella confusione di corpi e pigiami ci fosse una bolla di ghisa a proteggerci. E abbiamo allontanato il domani tenendo gli occhi stretti, le mani nelle mani, i sogni in contenitori grandi come mongolfiere.By instagram

Il rimbalzino

Lo conosci il gioco del rimbalzino? È quel gioco che fai in ufficio, quando ti arriva una cosa da fare che non sai fare bene, che sai fare, per così dire, a metà, e che ti viene rimbalzata da qualcuno che la sa fare benissimo ma che forse non ha voglia di farla. Allora tu la inizi a fare e a metà ti fermi, e chiedi aiuto, rimbalzi, per così dire, la palla a chi te l’aveva passata. E la persona che te l’aveva passata ha così modo di sottolineare la tua incapacità, o meglio, la tua capacità a metà. E così via fino alla fine della giornata.