cieli del nord.

I cieli del nord Europa mi hanno insegnato svariate cose.

La prima è che il vento stravolge sempre tutto, spazza via le nuvole e poi le fa tornare, il vento asciuga le lacrime. Che la pioggia ha un inizio e una fine e poi svanisce. Che l’ombrello non serve a niente, e non importa con quanta veemenza tu ti possa opporre al fenomeno atmosferico e con quanti e quali stratagemmi, comunque ti bagnerai ugualmente e ugualmente avrai freddo. Ma il freddo svanisce sempre dentro a una casa di legno sui cui pavimenti andare scalzi e davanti a una tazza di tè caldo.

Che quando la pioggia scompare il cielo si riempie di luci che rimbalzano sulle pozzanghere, acqua in cielo e acqua sulla terra.

Che il cielo del nord, per qualche motivo arcano e per imperscrutabili migrazioni, è pieno di pappagalli verdi che volano a perdifiato e tagliano l’aria in un ossimoro cromatico di verde, grigio, scintillii e bianco. Pappagalli verdi che resistono a latitudini diametralmente opposte a quelle consuete.

Che puntualmente basta alzare gli occhi per sorprendersi, uscire dalla solita traiettoria visiva e abbracciare il grandangolo delle prospettive.

 

 

 

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