cieli del nord.

I cieli del nord Europa mi hanno insegnato alcune cose, alla vigilia di ciò che accade dopo il superamento della boa dei trenta e prima, molto prima, di diventare adulti.

La prima è che al vento non glienefregauncazzo, lui va per i fatti suoi, stravolge sempre tutto, spazza via le nuvole e poi le fa tornare, ci gioca a rimpiattino e a rialzo, le porta in alto nella cupola celeste e poi le stiracchia in basso, vicino ai fili dei tram. Al vento non importa se sei vestito leggero, se piove, se piove in ogni direzione per colpa sua. Ma se non piove, allora è gentile, e ti asciuga le lacrime.

Ho imparato che la pioggia ha un inizio e una fine, che prima o poi smette. Che l’ombrello non serve a niente, e non importa con quanta veemenza tu ti possa opporre al fenomeno atmosferico e con quanti e quali stratagemmi, comunque ti bagnerai ugualmente e ugualmente avrai freddo, che i piedi resteranno bagnati e che l’odore di umidiccio di dosso non si toglierà prima di sera. Ma il freddo svanisce sempre dentro a una casa di legno sui cui pavimenti andare scalzi e davanti a una tazza di tè bollente, con un uomo che ti presta il maglione mentre vi infilate sotto al piumone.

Che quando la pioggia scompare, scopri che il cielo ha luci che non immaginavi, colori che rimbalzano sulle pozzanghere, acqua in cielo e acqua sulla terra.

Che il cielo del nord, per qualche motivo arcano e per imperscrutabili migrazioni, è pieno di pappagalli verdi che volano a perdifiato e tagliano l’aria in un ossimoro cromatico di verde, grigio e bianco. Pappagalli verdi che resistono a latitudini diametralmente opposte a quelle consuete, che fanno un casino da veri terroni, lassù, nei cieli del nord, e si fanno sentire. Ci siamo anche noi, siamo i pappagalli verdi. Che quando li vedi pensi: se ce la fanno loro, ce la faccio anch’io.

 

 

 

 

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