una storia piccola

Se stai leggendo, allora vuol dire che ogni tanto capiti qui, che talvolta vieni a vedere cosa succede su queste lande desolate dall’abbandono dell’autrice.

Allora se ogni tanto capiti da queste parti, vorrei farti un regalo, voglio regalarti una storia piccola. Una storia che in pochi conoscono, e che mi fa sorridere ogni volta che ci penso.

Io sono più grande di mia sorella di quasi tre anni, 2 anni e otto mesi ad essere precisa. I miei genitori ci hanno avute da giovani, non come i genitori tardivi della mia generazione. Avevo genitori giovani, zii ancor più giovani, nonni giovani. Ero una bimba circondata da piccoli adulti. I miei lavoravano, come tutti i genitori giovani del mondo, e io li volevo tutti per me. Quando è nata mia sorella, per non mettere a dura prova i miei sentimenti di primogenita, hanno pensato di regalarmi la villa di campagna di Barbie. Non la casa di cartone con l’ascensore, proprio la villa con le colonne bianche, il tetto rosso, una enorme terrazza e il portavivande che trasportava i beni di prima necessità o le Barbie stesse (mancavano le scale) in terrazza. Mi ricordo un intero pomeriggio trascorso a montare assieme a mio zio e mio papà, sul pavimento del salotto, la villa enorme. Ricordo le viti che servivano per tenere fermo il piano di sopra, da avvitare con cacciavite a punta piatta.

Quando mia sorella è tornata a casa, piccola e batuffolosa, i miei l’hanno messa a dormire nella culla bianca a dondolo che era stata prima di mia nonna, poi di mio papà e poi mia. Era una culla che potevi far dondolare girando una manovella che caricava una molla. L’avevano messa accanto al letto.

Mi ricordo che mi ero avvicinata a mia mamma, distesa sul letto. Lei mi aveva chiesto se la villa di Barbie mi era piaciuta, io le avevo detto si. E lei mi aveva detto che me l’aveva portata la sorellina.

Allora io, Anice treenne, ricordo di aver pensato che mia sorella, con tutte quelle colonne, viti, pezzi di ringhiera, terrazzo e portavivande assieme a lei, aveva fatto un viaggio nella pancia molto scomodo. E che mentre mamma aveva la pancia, non mi era sembrato di veder sporgere della parti appuntite, ma vabbè.

dream cottage barbie onirismi onanismi

 

 

 

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amaca [bozza #3, 2014]

La condizione dell’amaca.

Sospesa da terra, in perpetuo rollìo, con il cielo sopra e il cielo sotto, legata a due alberi di cui bisogna fidarsi per forza, a due pali che stabiliscono quanto ancora potrai dondolarti, indolente.

Perché non dipende da te, e non importa quanto forte stringi i nodi o quanto tieni aperti gli occhi, a volte basta un po’ di vento più forte a farti aggrovigliare su te stesso.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

Amazonas-Hamacas

 

preghiera della domenica

Dammi uno straccio per spazzare via la pigrizia della domenica, con quaranta ore di ufficio alle spalle, almeno 5 di auto, 2 e mezzo di pranzi riscaldati al microonde. Dammi un caffè che mi ricarichi la barra dell’energia, mi faccia guadagnare una vita e un gettone da usare in caso di bisogno.

Dammi un libro che mi insegni a non fare tardi, puntare la sveglia e sentirla, sorridere il lunedì mattina.

Dammi un taccuino su cui segnare tutte le parole che vorrei spiegare agli amici che si lamentano perché non c’è mai tempo per loro, a chi ti cerca senza chiedere mai come stai, a chi si lamenta del sole.

Dammi un’ostia che faccia andare via i miei brufoli, i chili di troppo, i capelli in disordine, le occhiaie, la faccia stanca; dammi orecchie nuove per ascoltare tutti senza che mi venga l’otite. Dammi mani di ferro, affinché non perda la forza di scrivere.

Dammi gambe buone che abbiano voglia di prendere la bicicletta, e occhi aperti fino a tardi ad aspettare il mio Ulisse tornare a casa.

E poi dammi la bussola, che mi indichi il nord della giustezza, e quale sentiero percorrere ogni giorno per non trovare code in tangenziale.

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