Latrocchia [bozza #2, 2012]


Alfredo Latrocchia ha raggiunto almeno tre certezze alla vigilia dei quaranta.

La prima è che la nuvola di capelli grigi in espansione costante e simmetrica ai lati della testa non gli dona affatto quell’aria sale e pepe pubblicizzata da George Clooney sulle riviste di sua moglie. Meglio un taglio radicale: una passata di rasoio a regolazione intermedia e la testa torna ad essere asciutta e lineare. La barba la porta sempre corta e ben pareggiata.

La seconda è che Angela Latrocchia può preparare in quarantacinque minuti netti la più buona parmigiana di melanzane con ricetta tradizionale familiare siciliana di tutta Carpi. Caratteristica non da poco, dato che Alfredo Latrocchia mangia con un appetito da quindicenne in piena esplosione ormonale.

La terza è che la pratica a giorni dispari della salsa cubana lo sta rendendo snello e agile come quando da ragazzino agitava le ginocchia a colpi di twist.

Alfredo Latrocchia va a lezioni di salsa perché lo ha convinto sua moglie, -chè non possiamo mai ballare perché sei un tronco- lo rimproverava sempre. E allora avevano sfidato il parquet e gli occhi da gatta dell’insegnante e si erano stretti in un “un due tre, indietro avanti indietro passo passo giro”.

A giorni dispari Alfredo e Angela sono una coppia che riscopre di essere ben rodata. Non hanno perso quella ritualità di gesti e sentimenti che rende lunghi gli amori. Avvinghiata a suo marito, lei pensa a come in fondo quel ragazzino che l’aveva fatta innamorare e poi portata su al Nord sia ancora vivo dentro al corpo di suo marito; e aggrappato a sua moglie, lui riflette su quanto Angela sia una brava moglie, mamma, amica, una donna che aveva chiuso gli occhi e sempre perdonato. Tra un ancheggiamento e l’altro si prendono in giro, scacciando fantasmi a colpi di pizzichi sul sedere e alluci calpestati.

E sulla via del ritorno, fumando e spettegolando coi polmoni ben aperti, lui la chiama sempre “nicuzza mia” e Angela sa che che mentre lo dice è vero.

I Latrocchia hanno una figlia, Sara, che da un anno si trova sul cavalcavia dell’adolescenza e a giorni alterni minaccia di lanciarsi di sotto tra scocche di macchine in corsa e di non terminare la scuola mai. Sara ha tredici anni, i capelli corti piastrati e i jeans con il risvolto sulle scarpe da tennis. Crede di odiare sua madre, ma ancor più non sopporta suo padre che la va a prendere a scuola con i pantaloni da piastrellista specializzato.

Nei giorni pari e dispari la routine della famiglia Latrocchia si compone di: sveglia di mamma e moglie Latrocchia prima degli altri, colazione nutriente a base di gocciole sottomarca, latte intero, caffè bollente, lavaggio di ascelle, mani, denti, faccia nell’ordine desiderato, vestizioni più o meno lunghe. Termina per primo il capofamiglia che se ne va alla ditta fumando la prima delle dieci sigarette della giornata, un pacchetto a giorni alterni, così ha voluto l’inflessibile signora Latrocchia. Per seconda Angela Latrocchia, la cui abilità principale consiste nell’incitare Sara a vestirsi, pettinarsi, preparare la cartella con la stessa intonazione cinque giorni su sette mentre nel frattempo sparecchia, mette nel lavello, sistema i letti. E per ultima Sara, che non si guarda allo specchio ma si sistema i capelli in ascensore, con nella cartella il diario su cui ha scritto in fondo e in rosa Lorenzo ti amo.

I Latrocchia una volta usciti di casa si disperdono per la piccola città come granelli di sabbia, inghiottiti da strade provinciali e capannoni, ingurgitati da cooperative sempre meno cooperanti e sempre più dittatoriali, da scuole medie in cui l’imperativo categorico è farsi baciare prima dell’ultimo anno.

La sera dei giorni dispari, con la fatica della giornata addosso, calpestarsi gli alluci durante la salsa cubana è un gioco da ragazzi.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

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casa di cemento [bozza #1, 2010]

Ho conosciuto un signore che viveva da solo nella sua piccola casa di cemento. La casa era quadrata, con pochi mobili, nessuna cura dei dettagli, le poltrone di sua madre.

Era una casa senza specchi, perché voleva evitare di guardare negli occhi gli sconosciuti, una casa senza piatti e cucchiai. A differenza di quello che si potrebbe immaginare, era un luogo molto pulito, il legno dei mobili lucidato con cura e il pavimento lavato ogni giorno.

Odorava di ammoniaca e di chiuso.

Ci aveva trascorso una vita intera tra quelle mura, c’erano dentro tutte le parole non dette attaccate ancora alle finestre.

[bozza # è un lavoro di archeologia emotiva condotto all’interno di questo blog con l’intento di dare vita a tutti gli incompiuti e a tutte le scritture residuali che si nascondono tra le briciole sotto i tasti]

 

alchimie

A volte mi chiedo cosa sia successo davvero in quegli anni, e come mai sia scomparso tutto.

Una alchimia, una alchimia di gesti, necessità e umanità variegate che hanno trovato il modo, per qualche tempo, di camminare assieme. stesso passo, stesso ritmo, stesso respiro. Una formula chimica di cose belle.

E poi.

Chilosà, è arrivato un reagente strano, una molecola fuori posto si è sclerotizzata e ha cambiato la formula, modificato il risultato finale. O forse era terminato il tempo, e camminare insieme non ci bastava più.

Certo è che è stato bello, nonostante le occhiaie, la stanchezza, l’incertitudine, la fatica e i litigi. Certo è che ce ne sono state di idee, scritture, pranzi, agli e olii e peperoncini, follie, nottate, albe e tramonti sul ponte di via stalingrado. E amori, amori grandi.

E, cavolo, mi manca quel senso di libertà della bicicletta in salita. Quelle ore infinite a progettare, plasmare, modificare, con la sveglia presto e la buonanotte tardi, quelle ore infinite a cesellare le cose insieme, ché le idee sono di tutti e di chi le sogna, quelle ore infinite che non saranno mai pesanti come i doveri di oggi, perché erano trascorse insieme, mani nelle mani e scarpe nelle scarpe.

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pic by Filippo Carnevali