chi semina al vento

Stanotte ho sognato che prendevo lo zainetto nero, quello piccolo e lungo dei viaggi corti, e lo riempivo di cose minuscole ma necessarie come il liquido per le lenti, la saponetta, una maglia pesante e una leggera, e poi prendevo la giacca di pelo nera, quella della bancarella della montagnola, e salivo su un furgone destinazione Amburgo. Amburgo non Berlino, Amburgo non Bruxelles, Amburgo. Che non ho mai visto ma so che è vicino alle acque nordiche. Amburgo per andare e trasferirmi.

Perché mi scoccia ammetterlo, ma a me un po’ quel nordeuropa cordiale e coerente mi manca. Mi manca il vento belga che mi taglia la faccia e mi devasta i capelli, la schizofrenia del cielo che cambia direzione ogni cinque minuti, macinare i chilometri in metro senza sudare come una disperata, la distanza delle cose, la vicinanza dei mulini a vento, la notte che in estate arriva tardi col trillo del furgone dei gelati.

Perché in pianura padana e sul basso adriatico il vento non c’è, e se c’è è brezza, e i pensieri non se li porta via mai,  e quei semi di Ivan Tresoldi, poeta italiano, artista di strada, che a seminare al vento si fa fiorire il cielo, nei cieli di quaggiù non volano mai, fanno una fatica bestiale tra aspettative, desideri, lucidità leopardiane, malumori, dissapori da telegiornale, lamentele, compatimenti a fare a gara a chi sta un po’ meno peggio, che sono la cosa che mi dà più ai nervi.

Perché mi scoccia ammetterlo, ma mi sono stufata di scrivere il curriculum manco fosse un codice miniato e lettere di motivazione che sembrano redatte da gente sotto benzodiazepine, e di ascoltare i miei amici che dicono che hanno trovato lavoro, che non li pagano ma almeno è lavoro, che sono sfruttati, derisi, sostituiti, che si tengono stretto quello che hanno anche se li fa viver male perché altrimenti arriva l’uomo cattivo e se lo porta via.

Perché mi scoccia ammetterlo, ma anche questa è lamentela improduttiva, e allora adesso con la parmigiana di melanzane sullo stomaco, faccio quello che in norvegia fanno fare ai cinni ipercinetici e prendo la bici, la bici nera di mio nonno, dove da piccola insonne mi caricavano nel seggiolino per guardare la luna, pallone aerostatico nel cielo che conciliava le mie dormite, e pedalo, pedalo forte fino al mare.

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