Estate tempo due

Certe sere d’estate sei in due e non hai bisogno di dirti niente. Stai in silenzio seduto e aspetti l’aria fresca che ti asciughi un po’ e si porti via un attimo, solo per un attimo, tutta la fatica che hai fatto durante il giorno, con il ventilatore puntato in faccia a lavorare con le mani e con la testa, con la pressione bassa e il cuore in subbuglio.

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week in photos

Mancanze.

Il cielo di Bruxelles ore quattro di pomeriggio, dopo la pioggia, con il sole in arrivo.
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Letture estive.

Come non perdersi leggendo le stelle.

Inaspettati mazzi di lavanda colta in campagna.

Qui i tramonti migliori si vedono in autostrada.

Ho fatto un sogno: sognai che partivo da san benedetto con un pattino nel mare olio nove di mattino.
Mia nonna mi saluta di là dalla spiaggia fresca.
Un bagnino che non è nessuno passa il pulizzino e va a sbrigar faccende nel dietro di uno chalet.
Dal mio moscone alla prima secca vedo l’occhi dei cannelli.
San benedetto di là dalla bruma come repubblica di palme e birilli.
Metto i piedi pallidi nel buco che c’è al centro del moscone mio azzurro e bianco con su scritto
sud est. (Paz)

Sempre. A monito.

estate tempo uno

Tenere gli occhi ben aperti, immergere la testa sotto, un colpo di reni e andare giù a spiare il fondale, toccare la sabbia con la punta delle dita e sfiorarla con la pancia, battendo i piedi ritmicamente, dando larghe bracciate.
Andrea quel giorno era risalito in superficie con una conchiglia in mano, l’aveva sciacquata nell’acqua della riva e infilata nella tasca dei pantaloncini. Poi, tornando a casa, mentre le cicale e gli odori di mezzogiorno, l’aveva posata sul davanzale di Emma, che il giorno dopo se ne tornava a Milano. Prima però si era guardato bene attorno, sperando non lo vedesse nessuno dei ragazzini del mare con cui condivideva le estati e i baffetti incipienti. E tornando a casa si era sentito leggero sulla bmx di suo cugino più grande, con lo zainetto sulle spalle e le braccia cotte dal sole, aveva mangiato la pasta al sugo e poi, mentre la famiglia dormiva,via sul dondolo in giardino a far finta di niente e a immaginare lo stupore e il sorriso e Emma che teneva in mano quella conchiglia una volta casa di paguro, come se tenesse la sua mano di preadolescente nelle mani, come se su quel davanzale ci fosse un pezzettino di sé; un dito del piede, una ciocca di capelli, il polso della mano sinistra. E così via, tutto il pomeriggio sonnolento a grattare via le pagine dei Tex di suo padre, ché al mare non c’è il wifi e la playstation non ce la portiamo, così  svuoti un po’ il cervello e respiri l’aria buona gli avevano detto.
E poi la sera era uscito salutando di fretta, di nuovo verso i lidi e la spiaggia. Era il primo e si era messo a gironzolare, con gli occhi attenti a fessura a vedere se arrivava lei, con sua sorella o sua cugina più piccola. e mentre la pensava gli sudavano i palmi delle mani, che chissà se l’avrebbe salutato, se aveva riconosciuto l’odore delle sue mani sulla conchiglia, chissà se gli avrebbe detto che si sarebbero sentiti anche dopo, una volta tornati in città. E poi ecco arrivare gli altri ragazzini, chi a piedi e chi in bicicletta, ciondolando con le braccia lunghe sui fianchi, con le scarpe da tennis bianche a tradire acquisti materni. Si erano seduti sul muretto, con le bici appoggiate ad una ringhiera, senza parlare di niente e dicendosi tutto: le bocciature, il compagno di classe più grande che aveva sempre casa libera, le carte di yu gi oh, il nuovo samsung, il gelato e poi la scuola, il rientro a settembre, i litigi a casa e il calcio, sempre e comunque il calcio, i coretti da stadio e poi Emma, Emma la grassa di Milano che si è mangiata tutto l’Expo, Emma con il culo grosso e il costume a righe da tendone da circo, Emma che è tonda ovunque e piatta davanti.
Andrea spiazzato era rimasto in silenzio, con le mascelle serrate e qualcosa che bolliva nella pancia, e poi aveva detto che dài, non è vero, è molto simpatica. E tutti giù a ridere, a canzonare con la stessa litania del coro da stadio Andrea che con le guance rosse se ne era rimasto in silenzio, a buttar giù le risatine per trascorrere il tempo, il ricamo a punto e croce di ragazzini su altri ragazzini.
Era andato a letto tardi, con la gola secca e senza averla vista, vuoto e sgonfio e voglioso di tirare dei pugni su quei nasi di ragazzini di città.
Aveva allungato la strada del ritorno, con i lacrimoni per non aver saputo fare nulla, e su quel davanzale la conchiglia era ancora lì, e così il giorno dopo, e quello dopo ancora.
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n’importe pas / non importa

Non importa quanti progressi tu abbia fatto, quanti portoni abbia varcato e quanti ti siano stati sbattuti in faccia. Non importa quanto tu sia cresciuta anagraficamente, quante candeline abbia spento e quanti giri di bevute abbia offerto per festeggiare l’ultimo compleanno. Non importa se hai cambiato abitudini alimentari, numero di cellulare, città, nazione. Non importa se convivi, se hai dovuto imparare a stirare, se non indossi più le tute dell’ adidas. Non importa, perché guidando la panda di tua mamma, nell’estate di questo 2015, ascoltando il cd con la playlist del 2001, sarai sempre e per sempre quella ragazzina di diciassette anni con i capelli lunghi e le converse ai piedi che amava andare in giro in macchina con la musica alta e il sole delle sette di sera.

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金継ぎ kintsugi / I have to change to stay the same

è una vita che mi alleno all’arte dello kintsugi 金継ぎKintsugi 2 (1)

Kintsugi, ovvero riparare con l’oro i cocci rotti, cosicché le crepe diventino venature preziose, e i vasi, i piatti, le ceramiche, di volta in volta assemblati in maniera diversa in base al tipo di rottura, si trasformino in pezzi unici, rari, preziosi.

Un mantra che intreccia la lingua, onirico e geniale: kintsugi kintsugi kintsugi.

Perché forse non è il voler a tutti i costi piacere a tutti che genera bellezza, né il restare se stessi per sempre in un gioco alla coerenza forzata.

Sul muro della Hogeschool Rotterdam, Willem de Kooning fa scrivere I have to change to stay the same. Ecco, io credo che il riempire le rotture con l’oro non sia molto differente da questa affermazione qui, perché se nasciamo tondi possiamo diventare quadrati, e viceversa, perché se qui una volta era tutta campagna allora io pianto il rosmarino e il basilico idroponici e metto le casine per gli uccellini, perché bisognerebbe smettere di pensare che un piatto una volta rotto non si aggiusta e bisognerebbe anche smettere di utilizzare il vile silicone tra le crepe.

have to change

sorditanze

Oggi l’otorino mi ha detto che ho un abbassamento bilaterale dell’udito a determinate frequenze, cioè che sono un po’ sorda.

Mi ha fatta sedere in una cabina tipo quelle di tira e molla del buon vecchio Mike Bongiorno, mi ha messo sulle orecchie delle cuffione anni novanta e poi mi ha sparato nei timpani dei suoni tipo tuuu tuuu del telefono. Quando sentivo il suono dovevo dire Si o No alzando la manina. Ogni tanto guardavo in basso per vedere se ci fosse un pulsantone rosso da pigiare, come nei giochi a premi, o il montepremi in gettoni d’oro.

Sono un po’ sorda, e la causa potrebbe essere un forte trauma scatenante acufene o un difetto genetico. Ovviamente non le ho menzionato gli Asian Dub Foundation sotto cassa.

A pranzo mentre mio papà mangiava una fetta di parmigiana di melanzane gli ho detto “Papà, oggi la dottoressa ha detto che sono un po’ sorda”, e lui mi ha risposto “Cosa?”. Credo che gli Asian Dub Foundation possano sentirsi sollevati.

Il binario tre piazzale ovest

Il binario tre piazzale ovest mi porta dritta a casa tua, e io lo preferisco perché si allontana dalla confusione delle rotaie importanti, quelle che vanno a Milano Centrale o Venezia Santa Lucia. E il treno dalla stazione di questo centro Italia una volta Stato della Chiesa si allunga tutto senza aria condizionata e va lento tra i campi di girasole e l’acqua verdognola dell’Adriatico. Si suda, si legge, si fanno i cruciverba, si parla ad alta voce nei cellulari, si bevono bottiglie d’acqua che un tempo era fresca e si aspetta.
E quando arriva, coi suoi minuti di ritardo, sembra quasi fresco fuori dai vagoni, sembra quasi di essere più leggeri, di essersi portati dietro un po’ di aria di mare.
mari writing