La reperibilità 24/7

La reperibilità 24 ore su 24, la doppia spunta su whatsapp, la spunta su facebook e messenger, la conferma di avvenuta lettura tramite posta elettronica certificata.
Se la risposta non arriva subito, cadiamo in uno stato di profonda agitazione mista a paranoia, immaginando catastrofi dell’animo, congetturando e borbottando. Tutto e subito, tutto rapido, tutto in fretta e pronto al consumo. I messaggi senza interpunzioni, accenti, apostrofi o articoli.
Come pendolo d’orologio controllo se hai risposto, se hai accolto le mie parole nell’affollata conversazione sul social network, se hai una riposta alla mia domanda, se mi vedi, se mi senti, se esisto ancora.

Esisto ancora?

La comunicazione obbligatoria e necessaria, l’essere sempre attivi, presenti, dentro, dentro, dentro tutto, conoscere tutti e dire sempre grazie, mettere faccine o chiedere scusa se non ci si è fatti sentire per un po’.
E poi, non conoscere le cose importanti. Come ti senti? Di che colore è il cielo lì a Bruxelles? Come vanno, realmente, le cose? Utilizzi ancora la stessa bici a Bologna? Continui a cuocere il pane?
Non è importante, l’importante è selezionare parole e simboli, sconnessi dal qui e ora e proiettati in un lì e mai, in uno spazio inventato e fittizio. Fare finta di essere in presenza.
Se mi cercate, mandatemi una lettera, venite a suonare al mio citofono, se non sapete dov’è, cercatelo, fate come quella volta che mi avete chiamato dalla strada, cantando, o mi avete mandato una cartolina, una lettera con la busta marrone, un pacchetto pieno di tesori svedesi.
E se non mi cercate, va bene lo stesso, non mi offendo.

Annunci

bellaciao

Ho imparato Bella Ciao in prima elementare. La maestra Lidia, di matematica, ci aveva fatto cantare, disegnare  e battere le mani forte. Ancora oggi, quando la canto, ho in mente il fiore rosso che avevo disegnato sul foglio e il balcone da cui l’uomo che si alzava, quella mattina, trovava l’invasor.
Mia mamma, ogni venticinque aprile, espone sul balcone di casa nostra, nel nostro quartiere  ultracattolico e tendente a destra, la bandiera italiana cucita da mia nonna, più di novant’anni di sartoria, dita attente e storie di lotta, povertà e migrazioni.
Vorrei dire molte cose, ma oggi sono di fretta, ho fretta di stare con l’Italia espatriata in Belgio.
Solo, resistere, ricordare. Buon venticinque aprile.

Quattro

Inverno
Sull’autobus la gente è sola, pressata in lattine di autocomprensione. Mi chiudo la zip della giacca fino al naso, fa il rumore dell’impermeabilità che mi spalmo addosso la mattina appena suona la sveglia. E’ il suono di una zip che si riapre dopo il pigiama.
L’autobus devia per lavori in corso, barricate di birilli e cemento nel marrone della città; il vociare disseminato tra i sedili arancioni cresce fino a un’artrosi di parole e di punti di domanda.
Le dita si intirizziscono sull’abbonamento studenti, gli occhi si fissano sull’andirivieni di mattoni auto biciclette portici palazzi rotatorie viali, le orecchie nelle cuffie non lasciano spazio alla metamorfosi del cigolio di ferro e gomma, il naso rosso di freddo ringrazia l’entrata nel centro storico e la conseguente accensione del riscaldamento. Le nevrosi dell’homo sapiens si alternano a manciate di frangette giudicanti e a sporadiche definizioni di atrocità.
Il sole lo vedo quando mi sveglio, se guardo all’insù oltre il palazzo.
I piedi imbacuccati si trascinano a casa, toppa chiave ascensore secondo piano toppa chiave borsa cappotto sciarpa pipì scrivania letto e silenzio.
Sono a casa nostra e tu non ci sei più. Mio, tuo, sono aggettivi vuoti.
Mi chiedo allora dove vadano a finire le strade percorse dagli amanti, l’uno accanto all’altra, l’una accanto all’altra, l’uno accanto all’altro, con la manica del cappotto contro la manica del cappotto, a volte con la mano nella mano, a volte col braccio sulla schiena. Dove vanno a finire quando l’amore finisce?
Esiste un luogo dove si ammucchiano tutte queste cose? Una soffitta del cuore? uno sgabuzzino del sentimento?
Esiste una stanza che contenga tutti i sampietrini calpestati, i baci dati, gli occhi negli occhi, i corpi nei corpi, i litigi a voce bassa, i litigi a voce alta, le carezze sul viso, i consigli e le parole?
Hai lasciato la sciarpa buttata sul sofà, la sciarpa blu di cotone tua che ormai non parla più. Non so se la cercherai, so che l’ultima volta che sei venuto qui abbiamo litigato talmente forte da rompere i vetri in cucina. Si sono svegliati i vicini chiedendo se fosse tutto a posto. Tu hai risposto sì, e poi ti sei chiuso la porta alle spalle.
Se ci si spezza i cuori a vicenda, una sera, mentre fuori le sigarette la neve e le sbronze mai finite, le finestre accese ci guardano per non lasciarci soli.
Non ne abbiamo abbastanza di ritorni eterni, di nòstoi senza fine?
Non ne abbiamo abbastanza di lettere lunghe mesi che fanno fatica a partire sotto i tasti stanchi? Che si dileguano dopo poche righe e che diventano cibo per bocce di pesci rossi? Di copiaincolla isterici e sterili, in un susseguirsi sempre uguale di rosari, preghiere ed errori?
Ricordati la prima volta che hai aperto gli occhi e non eri solo nel letto, ricordati come è stato. E se non lo ricordi, ricordati il freddo della casa senza riscaldamento e senza porte. Ricordati del disegno sul legno e dell’odore di vernice acrilica, di sudore e di polvere. Ricordati dei piedi dentro le gambe.
Il percorso sempre uguale da casa a casa, lento all’inizio, mosso al centro, tentennante alla fine, lentissimo in ultima battuta. Identico nei giorni e nei modi. Scritto e già scritto.
Le occhiaie dell’alba e quelle della sera, sempre uguali, sempre scure come la sveglia alle sei.
La partenza, l’arrivo e di nuovo la partenza dentro un mare piccolo e ostile.

Primavera
Latitano i verbi, al mattino presto, con la serranda ancora abbassata a far entrare quella ‘nticchia di luce per vedere il profilo dei libri, delle lenzuola, dei confini del materasso.
La tapparella produce una trama a pois che alleggerisce la pesantezza di un risveglio non voluto e non richiesto; alle sette le sveglie suonano interrompendo lo sbavare nei sogni, dando il via a un mal di testa che si placa con il caffè e basta. In quel momento esatto in cui scendo il gradino dell’onirico e mi abbasso al reale tutto mi sembra sfumato, opalino. E il peso di piombo della giornata e delle scelte da compiere, delle mail da spedire, delle risposte da dare è quasi indulgente.
Aspetto sempre poco per scendere dal letto, se indugiassi il buco nero di lenzuola e torpore mi risucchierebbero. Ma se scendo dal letto termina anche la leggerezza dei pensieri.
Aprire la serranda poi è un colpo netto di polso che recide il giorno e la notte, è un prender coscienza della finitezza delle forme, dell’angusta stanza, del disordine che sovrasta ogni cosa.
Uscire dalla camera da letto, imbracciare dei vestiti, automatizzarsi in nome del precario lavoro, scendere, slegare, pedalare, legare, slegare di nuovo, leggere, forse parlare, forse tossire e forse fumare, dormire.
Salgo sulla linea sei della metro, quella blu che disegna una chiocciola attorno alla città. Ascolto gli Ofeliadorme, indosso gli occhiali da sole per il bruciore agli occhi e una giacca troppo pesante per la primavera impertinente. Siedo su uno dei pochi sedili liberi, accanto a me un uomo scorre col dito il suo smartphone uccidendo il tempo che passa dentro i tunnel e fuori dai tunnel. Nessuno mi parla, osservo quello che mi accade davanti come in un film muto, tutti dentro la vasca dei pesci tropicali e io fuori.
Sale una mamma africana, con la pelle scurissima scoperta in una maglietta microscopica bianca, sale con attorno uno sciame di bambini che ridono e si aggrappano ai pali della metro, lei guarda fuori mentre parla a bocca spalancata con una amica, una sorella o sua madre. Sale una mamma araba, con la pelle coperta da un velo blu lungo fino ai piedi, sale con uno sciame di bambini molto composti, si regge ai sostegni della metro con i bambini attorno, a cerchio. Mi sembrano uno sciame di api, che si muovono sincroniche e silenziose.
Scendiamo tutti, con le carrozzine, le buste della spesa, le giacche legate in vita.
Poi basta salire a due a due i gradini della scala mobile e sono di nuovo all’aria.
Una bambina con le ciabatte di plastica rosa e i calzini bianchi pedala fortissimo sulla bicicletta con due baguette lunghissime dentro le braccia, le sorrido perché mi ricorda me, che attraversavo la strada correndo e avevo le millelire per il pane accartocciate nella mano. Lei ricambia, le manca un dente.
Estate
Lei mi guarda da dietro gli occhiali neri mangiando una radice di liquirizia.
Mi siede di fronte, coi capelli a caschetto e la borsa da palestra sulle gambe.
Mi viene in mente che alla fiera di San Martino mia zia ce li comprava spesso, a me e mia sorella, i bastoncini di liquirizia o le carrube.
Il vagone è fermo da venti minuti, con le porte chiuse e i finestrini aperti; l’aria è bollente, consumata, mi manca il fiato, mi manca l’acqua. Mi spoglio delle maglie di cotone, aderisce la schiena nuda ai sedili di plastica marrone, ho le scarpe piene di sabbia ché oggi siamo state al parcogiochi io e la bambina. Una triste riproduzione di lidi d’estate, coi giochi in legno di piccoli indiani e scivoli a guisa di elefanti.
Provo fastidio. Resto immobile, come quando fa caldissimo e il sole mi spacca la testa.
Una voce annuncia in tre lingue che la linea due oggi ha problemi, si scusano per il disagio, provvederanno al più presto. La voce è di donna come quella di Trenitalia, confortevole a rassicurare impiegati di ritorno dal lavoro e mamme esauste.
Le porte si aprono con un fischio, tutti scendono, sono lentissimi. Si muovono a ondate come il caldo.
Decido che mi sarei alzata per ultima.
Le porte si richiudono, resto sola nel vagone. Non so perché ma non mi sono riuscita ad alzare.
Ho sempre voluto sapere dove vanno a finire i treni.
Ho un taccuino in cui segno le cose da fare della giornata.
Rifare il letto.
Spostare la scrivania davanti alla finestra
Aprire le persiane, spegnere la luce, fare entrare il sole.
Bere il caffè rimasto dal pranzo prima che arrivi qualcun altro
Amare a perdifiato proprio quel ragazzo lì che stamattina ti ha portato i cornetti (mai dimenticarsi di).
Per fare il pollo alle prugne serve poco.
Stasera ho del tempo, ho spento il computer, ho tagliato il pollo, l’ho infarinato e speziato, messo a cuocere con olio e poi brodo. E alla fine le prugne.
Per scaldare una stanza serve poco.
Stasera ho un amico che mi viene a trovare, mangia il mio pollo, raschiamo la pentola. Facciamo la scarpetta col pane e le parole non si smarriscono mai, hanno percorsi contorti che ci portano a ricordare ed annusare. Poi guardiamo un film stesi sulle coperte e con le orecchie tese e quando finisce non vogliamo dormire più.
Per non andare a dormire serve poco: andiamo in cucina, nella teiera giapponese mettiamo a scaldare malva e melissa, e poi le parole se le porta via la finestra aperta sull’estate che sembra non arrivi mai.
Autunno
Cicale che annichiliscono, moriamo di rumore, moriamo di sole, moriamo da sole, canaglie le nostalgie, la saudade di posti mai visti, le mappe che non si srotolano, le decisioni prese, le direzioni che dicono sei obbligato a, hanno ammazzato Pablo Pablo è vivo.
Poi svoltare a sinistra, seguire le indicazioni per Modena, svoltare a destra quando incontri il campo di girasoli.
Non sapevo avessi un terrazzo; è che me ne dimentico anche io, ci vado solo quando mi nascondo.
Pioveva e loro senza ombrello scesi dall’autobus hanno camminato per due chilometri sotto l’acqua e lei col velo rideva tantissimo. Pioveva e loro dentro casa facevano entrare l’acqua e i baci.
Centocinquanta stelle e se cadono tu non dire niente che altrimenti non si avvera.
Settembre come marzo di poco dormire ma coi gusci di cicale in mano.
Se soffia il vento è scirocco.
Andiamo ad za dal pont.
Se mi tieni la testa quando dormo sogno meglio.
Andiamo al fiume ma restiamo a letto, facciamo una passeggiata, buonanotte fiorellino.
Ho fame, non darmi il menu.
Trasferirsi dove l’inverno è lungo dieci estati, mi mancherai. Mandami una foto al giorno. Mi mancherai ugualmente ma non ci saranno fiocchi di neve a tenerci lontane.
Altea ha delle nubi sopra la testa, a volte si addensano sugli occhi e poi piove.

Buganvillea

Ascoltare il respiro.
Accogliere il disgelo.
Tornare, sempre, come le rondini, da se stessi.

La buganvillea, sfuggita alla tassonomia di Linneo ma battezzata qualche tempo dopo da Louis de Bougainville, ha origine in zone tropicali ma vive bene anche nell’Europa meridionale. Si avvinghia ai muri, selvaggiamente ma con grazia. Dicono che sia il rampicante del benvenuto, dell’accogliere. In Messico ne era pieno, di ogni tipo e colore, ma anche la casa in cui sono cresciuta ne aveva una.
Se penso alla buganvillea vedo le rondini della primavera, i passeri che cadevano dai nidi e che mio nonno raccoglieva, il cortile ne ospitava anche alcuni che non ce la facevano a salvarsi, e restavano lì a far da mangiare alle formiche. Ero bambina e non mi sembrava crudele, solo, la natura. Mangiavo i gambi dell’acetosella e toglievo di nascosto le spine alle rose. Non capivo perché sul libro di grammatica l’aggettivo Superbo fosse associato al girasole, proprio lui che poveretto soffriva di meteoropatia.

buganvillea, chiapas, messico

Poi, non so se buganvillea si scriva così, ho trovato tante versioni ma quella giusta non la conosco.

Buonanotte Pomeriggio

Dormire tre ore la notte significa molte cose, significa stringersi nel sonno le mani e dirsi che andrà tutto bene, sognare con la tapparella alzata sulla luce viola delle cinque del mattino, giocare a scacchi fino a tardi, imparare l’alfiere e la torre, amarti molto e dirtelo, scrivertelo, lasciarti un biglietto che chissà se vedrai, svegliarsi con l’odore di caffè forte e salutarti dalla finestra anche se non mi guardi, tu e la tua valigia dell’ultimo minuto che sparite nei tubi della metro.

Significa addormentarsi sul divano alle quattordici e quindici, con il pensiero alle favole di Pinocchio di quando eravamo bambine, e la storia del Pescatore Verde che ho imparato a memoria senza volerlo. Significa desiderare anche essere un po’ più a sud, in familiari latitudini, perché non è mai una questione di presenza ma di essenza, e bere molto caffè dalla moka, bollente.