ho viaggiato in auto blu (per 10 minuti della mia vita)

Forse voi non ci crederete mai, ma un giorno, quando avevo ventiquattro anni ed ero ancora giovane e spensierata all’università, in quel mondo fatto di studio matto ma non disperatissimo e pause caffè, sono andata a prendere Italo Zannier all’Hotel Baglioni, l’ho anche accompagnato in auto blu, e siamo andati assieme alla conferenza stampa organizzata dall’Associazione con cui lavoravo, mentre lui in completo grigio e io con gli stivaletti da elfo marroni gli raccontavo dell’università, degli esami, arrossendo, timidissima, e ricordo che pensavo: sono in auto blu, con Zannier, quello di cui ho letto i libri e i saggi, che fino ad ora esisteva solo nei libri, sono con lui, vestita di jeans e con gli stivali da elfo marroni, in un auto blu che corre nella T di Bologna, la ZTL più ZTL che ci sia, cazzo, sono con Zannier, cazzo.

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Stazione di Rimini

Qualche giorno fa ero alla stazione di Rimini, col mio valigino piccolo piccolo e il sole che solamente in Italia ce l’abbiamo così, quel sole che ti avvolge come una copertina, mai pungente, e quel cielo azzurro senza nuvole e gli alberi d’autunno ma senza autunno e senza freddo.
Ero alla stazione, aspettavo il mio papà, appoggiata al mio valigino, davanti al parcheggio dei taxi. I tassisti tutti in attesa di clientela, appoggiati alle vetture, fumando sigarette. Li ho sentiti parlottare, ho teso le orecchie, ancora incredula di non dovermi districare tra francese, inglese e accenti, suoni, gutturalismi. Allora ascolto, senza che le orecchie pongano un freno, ficcanaso nelle parole d’altri.
E questi omoni, alcuni tatuati, alcuni con la berretta a coprire la calvizie incipiente, altri con gli occhiali da sole e la sfilza di sigarette accese, la voce roca, il corpo rilassato, si raccontavano senza mezze misure e a voce alta dell’ultimo film per cui avevano pianto. In testa The million dollar baby, valà, ché avevano versato lacrime calde sul finale, ché proprio quella poverina non se la meritava quella vita lì.
E allora mi è venuta nostalgia, voglia di tornare a casa correndo, mi è venuto tanto da sorridere, perché l’essere umano non smette mai di stupirmi. E ho pensato anche che avevo capito un po’ meglio gli scritti di Pedretti, e di Baldini, quella mattina alla stazione di Rimini. Senza scomodare per forza Fellini, che di queste piccole epifanie era maestro.

I nomi delle strade
Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.

Nino Pedretti

Torno subito (era solo una pausa caffè)

Sono accadute delle cose negli ultimi anni che non ho mai scritto qui. 

Ma negli ultimi giorni hanno ceduto degli argini e il fiume è tornato a scorrere, seppur per poco, naturalmente. E allora questa è l’unica inondazione buona che conosca, perché alla fine mi è venuta voglia di scriverle tutte queste cose. Forse un blog non basta, forse ho bisogno di qualcosa di più.

merci

Je devrais écrire en Français, car ce blog est lu plus en France que en Italie, mais j’ai tellement beaucoup de langues dans ma tête que je ne réussis pas débrouiller la pelote.
De toute façon merci, quiconque tu sois, français, pour la confiance.