A volte, quando mi manca moltissimo qualcuno, anche solo sognarlo mi rende l’umore incrollabile per un giorno intero, mi lascia pensare che lui sia qui, ancora una volta, e sempre.
Ciao nonno, ti voglio bene.

Caro ragazzino

Caro ragazzino
che fai le derapate col motorino smarmittato proprio sotto casa mia e io ho le finestre aperte per godermi il venticello, e voglio stare a far nulla coi piedi appoggiati sul tavolino e la schiena affondata nei cuscini del divano; caro ragazzino che gridi al mondo tutta la tua gioia di vivere preadolescenziale attraverso repentini cambi di toni vocali e che tanto domani non c’è scuola e puoi stare fuori casa ad andare avanti e indietro per Avenue Carton de Wiart impennando mille volte e facendo notare a tutti, nel caso non se ne fossero accorti, la tua presenza attraverso grugniti vichinghi; caro ragazzino per favore potresti cercare di avere pietà di me? Sto anche scrivendo con tutte le maiuscole al posto giusto, ché di solito non le uso mai, nemmeno per le firme; daje ragazzì, fai il bravo. Solo per oggi eh, non chiedo molto altro, domani sera puoi fare tutte le derapate che vuoi e dare sfogo a tutti i suoni disarticolati che ti vengono in mente, ma oggi no; perché oggi la classe dirigenziale del futuro, quella che un giorno deciderà se io e te ragazzino vivremo ancora in austerity o meno, quella che a fine mese avrà tanti zeri nel conto in banca, che tanto la banca è pure la sua, casa e bottega, quella che parlerà almeno quattro lingue e soprattutto l’inglese con impeccabile accento tedesco, quella futura classe dirigenziale, due anni di età e una passione sfrenata per i lego, oggi mi ha sganciato addosso mezza litrata di cacca liquida, e io mi ero anche messa la maglietta carina color panna, che sta bene coi jeans chiari. Quindi caro ragazzino, o la smetti subito o ci andiamo a bere una birra al bar all’angolo.

Trébucher

Credo sia bello inciampare nelle cose.
Non sempre è facile, ma quando accade è bello.
Perché poi ti fermi un attimo e, sembra stupido, ma vedi dell’altro. La bellezza dei dettagli insignificanti, che fa tanto atmosfera rarefatta e un po’ hipster, ma è così.
Pensi di dover andare, che so, da casa tua alla fermata del bus più vicina, e la strada è sempre quella, l’oracolo di google maps te l’ha detto, e siccome sai che la strada è sempre quella, a volte ascolti la musica, a volte ripassi mentalmente la lista della spesa, calcoli l’orario in cui arriverai a destinazione, a volte leggi un libro mentre cammini. Chi non l’ha mai fatto? Io lo faccio sempre, una volta accanto a me camminava una che leggeva Tex. Avrei voluto abbracciarla.
Comunque a volte mi capita anche l’esatto opposto. Cammino e mi fermo ogni due secondi a guardare i cartelli di affittasi, o l’interno delle case, o le locandine di concerti, o di corsi di qualcosa, o le scritte sui muri. E impiego il triplo del tempo per arrivare alla mia fermata del bus.
E ci sono altre volte in cui invece inciampo. Tutti i giorni inciampo sul gradino delle scale di casa, il muro è ruvido e le piante accanto al corrimano sono di plastica a buon mercato, le incisioni appese al muro ruvido sono della vecchia Londra, incorniciate in cornicette ikea.

Inciampo e mi perdo, scopro che esiste un giardino dentro a un portone, che ma pensa un po’ quella piazza è vicinissima a qui e invece sembrava così lontana vista da google. Oppure scopro che proprio quel negozio lì vende la cosa che mi serve e che non trovo mai, o che la via parallela a quella che sto percorrendo è più piacevole, la gente stende i panni ad asciugare tra le finestre e c’è un gatto rosso che passeggia tra i cortili.
E poi quando inciampo, e quando rischio di cadere, mi viene sempre in mente il Trébuchet di Duchamp.

Trébuchet, Marcel Duchamp. 1916
“A real coat hanger that I wanted sometime to put on the wall and hang my things on but I never did come to that – so it was on the floor and I would kick it every minute, every time I went out – I got crazy about it and I said the Hell with it, if it wants to stay there and bore me, I’ll nail it down… and then the association with the Readymade came and it was that” (Joselit 160).
Trébucher in francese significa inciampare, e il trébuchet è una mossa degli scacchi che tende a ostacolare l’avanzata del pezzo avversario.
Quel geniaccio di Marcel Duchamp posizionò il suo attaccapanni all’ingresso della Bourgeois Art Gallery; non venne molto notato, forse venne addirittura scavalcato, probabilmente ne serviva uno più grosso e invasivo per scollare le idee di quelli che entravano.

Una cosa che mi fa ridere

Una cosa che mi fa ridere
sono quelli che fanno le presentazioni prima degli spettacoli a teatro, quando il pubblico ha appena preso posto, quando ci si tolgono le giacche e si aspetta mormorando l’inizio, quando si è appena messo in modalità silenziosa il cellulare.
Quelli che devono spiegarti tutto prima, darti il senso preconfezionato. Sono così buffi, nei loro cinque minuti didascalici e inutili, con il microfono che fischia o la pretesa che quello che stanno per dire sia davvero fondamentale ai fini della fruizione.
Mi ricordano i saggi di danza delle scuole medie, quando la presentatrice in pantaloni bianchi tesseva gli elogi di quello che le mamme, i papà, i nonni, le zie, i cugini avrebbero visto di lì a poco, per cui avevano sganciato un anno di mensilità e migliaia di minuti di macchina, di tutù da mettere a posto e di calze da stirare.

Cecità

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.
Saramago, Cecità

Rileggo questo romanzo per la seconda volta, ché la prima l’ho letto in spagnolo, ed ora che ne ho bisogno lo rileggo in italiano.
Bisogno.
E’ una medicina questo romanzo, una metafora forte come una staffilata sulla faccia. 
Lo leggo sulla metro, sul tram, mentre aspetto nelle interminabili attese cittadine, a volte lo leggo mentre cammino. Lo leggo e mi pulisce, mi fa diventare trasparente dentro, mi costringe a dirmi e a dire la verità.
Non mi autorizza ad essere accondiscendente.
Come un vetro senza che si appanni.
Come un’ampolla che si riempie di nuovo dopo che è stato tolto il tappo.

Poi succedono cose che non mi aspetto, mentre leggo Cecità. Succede che mi vedo riflessa nel vetro della metro alle dieci e un quarto di mattina mentre vado verso sud per incontrare le volpi e una coppia di sposi, e mi sorrido da sola senza arrendevolezza. Sono pur sempre stata allevata con severità. Ma mi sorrido con courage, forse per la prima volta da quando sono qui, e mi prendo una pausa dalla concentrazione estrema degli ultimi mesi. 

Succede che per caso parte una traccia di Beck mentre dieci bambini ai margini di un bosco iniziano a soffiare fortissimo dentro alle bolle di sapone, ed erano anni che non mi capitava di vedere una cosa così bella e così pulita. Soffiano bolle di sapone come se fosse la cosa più importante del mondo e se smettessero il mondo si fermerebbe in quell’istante esatto; poi giro la faccia al cielo ed è bianco latte.

Se in questo momento sono sincera, cosa importa se domani dovrò pentirmene