Dove vanno a finire i treni

Lei mi guarda da dietro gli occhiali neri mangiando una radice di liquirizia.
Mi siede di fronte, coi capelli a caschetto e la borsa da palestra sulle gambe.
Mi viene in mente che alla fiera di San Martino mia zia ce li comprava spesso, a me e mia sorella, i bastoncini di liquirizia o le carrube.
Il vagone è fermo da venti minuti, con le porte chiuse e i finestrini aperti; l’aria è bollente, consumata, mi manca il fiato, mi manca l’acqua. Mi spoglio delle maglie di cotone, aderisce la schiena nuda ai sedili di plastica marrone, ho le scarpe piene di sabbia ché oggi siamo state al parcogiochi io e la bambina.
Una triste riproduzione di lidi d’estate, coi giochi in legno di piccoli indiani e scivoli a guisa di elefanti.
Provo fastidio. Resto immobile, come quando fa caldissimo e il sole mi spacca la testa.
Una voce annuncia in tre lingue che la linea due oggi ha problemi, si scusano per il disagio, provvederanno al più presto. La voce è di donna come quella di Trenitalia, confortevole a rassicurare impiegati di ritorno dal lavoro e mamme esauste.
Le porte si aprono con un fischio, tutti scendono, sono lentissimi. Si muovono a ondate come il caldo.
Decido che mi sarei alzata per ultima.
Le porte si richiudono con un fischio, resto sola nel vagone. Non so perché ma non mi sono riuscita ad alzare.
Ho sempre voluto sapere dove vanno a finire i treni.

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