è stato morto un ragazzo


Oggi, in ritardo, leggo degli applausi da spellarsi le mani ai tre dei quattro agenti che hanno ammazzato Federico Aldrovandi, che prima di incontrarli aveva diciottanni e basta, e dopo ne aveva sempre diciotto + cinquantaquattro lesioni sul corpo. Dopo non era più Federico, ma era Federico morto ammazzato.
I quattro agenti sono Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto e sono stati condannati dalla Corte di Cassazione il 21 giugno 2012 per eccesso colposo in omicidio colposo a tre anni e sei mesi, tre anni dei quali coperti dall’indulto. E adesso al congresso del sindacato autonomi di polizia vengono applauditi pure, gli eroi della patria, quelli che hanno massacrato un ragazzo che potevo essere io, o Luca, o chiunque. 
Mi fate vomitare, voi che vi alzate in piedi e applaudite, che giustificate e denigrate, che ammazzate cento volte, ogni volta che una mano tocca l’altra producendo il suono di un applauso a un assassino.
Ché non ci siano mai più Creonte, ma solo Antigone.

E lode a me darebbero tutti costoro, se terror le lingue
non rinserrasse: privilegi ha molti
la tirannide; e questo anche fra gli altri:
che dire e far ciò ch’essa vuole può.
(Antigone, Sofocle)

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di navi, capitani e onestà intellettuali


Domenica pasquale, dopo pranzo. Stesa sul letto leggo l’articolo del New York Times in cui Christopher Drew e Jad Mouawad riflettono circa l’abbandono delle navi da parte dei loro stessi capitani.
C’è il caso recente  e controverso della nave Sewol, sprofondata nei mari della Corea del Sud, in cui il capitano si è messo in salvo come se niente fosse nonostante ci fossero ancora centinaia di persone da evacuare; c’è il caso tutto italiano di Francesco Schettino, che nel 2012 dopo aver fatto cucù all’Isola del Giglio e aver fatto ribaltare la Costa Concordia, si è dileguato lasciando nave e passeggeri in balìa del mare.
Non c’è una legge scritta che obblighi il capitano a restare a bordo, ma di sicuro è lui il responsabile della sicurezza dei passeggeri, colui che dovrebbe tutelarne la vita e l’incolumità. 
Mi inquieta. Questo facile abbandonare la nave che sprofonda da parte di chi invece dovrebbe proteggerla e averne cura, mi inquieta.
Mi inquieta la facilità con cui Schettino sia saltato fuori dal finestrino e atterrato all’asciutto, incurante del fatto che la città galleggiante che fino a pochi minuti prima traghettava nelle acque del Tirreno si stesse capovolgendo su se stessa, morendo sotto i colpi dei flutti e degli scogli, schiacciando e sommergendo le vite che trasportava.
Mi inquieta il salto spigliato che certi esseri umani sono in grado di compiere al di fuori del caos che hanno loro stessi creato; un salto alla Olio cuore al di là della staccionata e via, coscienza smacchiata e faccia da chi si è salvato le chiappe. 
Cecità, presunzione.
Cecità nel non vedere il tracollo, nel non volerlo ammettere, nel non voler ascoltare i sintomi, le assi che scricchiolano, il rumore dell’acqua che entra. Dire che tanto tutte le navi rumoreggiano così. Che tanto la nave è forte, le assi non cederanno mai. 
Presunzione nel non voler ammettere le proprie responsabilità di fronte all’evidenza. Che lo scoglio è arrivato all’ultimo minuto. Che il cane mi ha mangiato i compiti. 
Giustificarci non ci rende giusti. 
E’ così difficile essere sinceri, una volta tanto? 
L’onestà intellettuale si sta estinguendo come il panda gigante.
Dire a se stessi e poi agli altri Ho fatto una cagata pazzesca. Ho sbagliato. 
Fare retromarcia, chiedere scusa, accollarsi le conseguenze senza fiatare, senza i Se e i Ma del caso.
E’ così difficile restare a bordo della nave che affonda, reggere il timone con tutte e due le mani, chiedere aiuto, dire a tutti di tirarsi fuori, cercare di non sprofondare?
Si, è difficile vostro onore. E’ difficile perché significherebbe ammettere che siamo poggiati con mani e piedi sul nostro ego e basta, che il resto non ci tange e che siamo noi metro e misura di tutte le cose, non importa se sulla nave ci sono centinaia di passeggeri, l’importante è che quello col cappello bianco e le nappine, quello che regge il timone, sia col culo all’asciutto.

ripostigli

a volte mi chiedo
dove vadano a finire le strade percorse dagli amanti, l’uno accanto all’altra, l’una accanto all’altra, l’uno accanto all’altro, con la manica del cappotto contro la manica del cappotto, a volte con la mano nella mano, a volte col braccio sulla schiena
dove vanno a finire quando l’amore finisce?
esiste un luogo dove vanno a finire tutte queste cose? una soffitta del cuore? uno sgabuzzino del sentimento?
esiste una stanza che contenga tutti
i sampietrini calpestati
i baci dati
gli occhi negli occhi
i corpi nei corpi
i litigi a voce bassa
i litigi a voce alta
le carezze sul viso
i consigli e le parole?

pesci tropicali

Salgo sulla linea sei della metro, quella blu che disegna una chiocciola attorno alla città. Ascolto gli Ofeliadorme, indosso gli occhiali da sole per il bruciore agli occhi e una giacca troppo pesante per la primavera impertinente. Siedo su uno dei pochi sedili liberi, accanto a me un uomo scorre col dito il suo smartphone uccidendo il tempo che passa dentro i tunnel e fuori dai tunnel. Mi sento come al cinema, non conosco bene la lingua e nessuno mi parla, osservo quello che mi accade davanti come in un film muto, tutti dentro la vasca dei pesci tropicali e io fuori.
Sale una mamma africana, con la pelle scurissima scoperta in una maglietta microscopica bianca, sale con attorno uno sciame di bambini che ridono e si aggrappano ai pali della metro, lei guarda fuori mentre parla a bocca spalancata con una amica, una sorella o sua madre. Sale una mamma araba, con la pelle coperta da un velo blu lungo fino ai piedi, sale con uno sciame di bambini compostissimi, si regge ai sostegni della metro con i bambini attorno, a cerchio. Mi sembrano uno sciame di api, che si muovono sincroniche e silenziose.
Scendiamo tutti, con le carrozzine, le buste della spesa, le giacche legate in vita.
Poi basta salire a due a due i gradini della scala mobile e sono di nuovo all’aria.
Una bambina con le ciabatte di plastica rosa e i calzini bianchi pedala fortissimo sulla bicicletta con due baguette lunghissime dentro le braccia, le sorrido perché mi ricorda me, che attraversavo la strada correndo e avevo le millelire per il pane accartocciate nella mano. Lei ricambia, le manca un dente.