this is ansia

fare gli incubi la notte, svegliarsi con le lacrime, alzare la tapparella e vedere la neve, farsi il caffè, rispondere alle mail, rispondere ai messaggi, rispondere di tutto quanto, sapere di dover riempire gli scatoloni del trasloco e di essere a un dodicesimo del lavoro da fare, sapere di voler salutare gli amici e di non avere tempo abbastanza. this is ansia, e io ci navigo.

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tra le scatole

Tra le scatole, le scatole del trasloco, con tutti i libri, con le storie dell’arte contemporanea piene di sottolineature, le lettere nelle buste e le foto, soprattutto le foto, quelle che abbiamo stampato in camera oscura, storditi dall’odore degli acidi e quelle ancora su negativo, da stampare più in là, col tempo e la devozione. Con le catene da bicicletta da legarsi al polso, i quaderni pieni di appunti, di schemi, di parole, con  i bastoncini di incenso e le penne a sfera. Con i bigliettini, i carillon, i post it, i romanzi, le poesie, le scarpe piene di fango, le pantofole tue.
Nel casino degli ultimi dieci anni, coi traslochi, le perdite, le novità che diventano pian piano quotidianità senza che tu te ne accorga e senza che tu ne possa fare a meno, con tutto quello che in dieci anni una persona può accumulare, amare, odiare, dimenticare, solo le cose realmente importanti restano.
Magari ne sono centocinquanta, magari di meno, non sono in grado di fare bilanci e non voglio nemmeno farne, le variabili sono troppe e troppo complicate, posso solo fare i bagagli con quello che mi è rimasto e quello che mi importa conservare, riporre quello a cui tengo in grosse scatole di cartone, chiuderle con il nastro adesivo e riporle in luogo sicuro.

è come andare in bicicletta: per mantenere l’equilibrio bisogna continuare a muoversi.

Le cabine telefoniche e i gettoni

Una sera, tra amici, tutti molto più vicini ai trenta che ai venti, si parlava delle cose di una volta, come se gli ultimi vent’anni fossero stati tramutati da cronos in anni luce, come se le cose dell’infanzia fossero lontanissime e di conseguenza, come tutto ciò che il tempo edulcora e mitiga, più che belle, bellissime.
E la conversazione di tutti gli amici molto più vicini ai trenta che ai venti -vicinissimi direi- sembrava fatta di bauli che si aprivano, di cassapanche che si scoperchiavano, di scatoloni con la scritta giocattoli che si scaraventavano a terra.
C’è chi si era nutrito per anni e manco tanto di nascosto di coccoina e crystal ball, c’erano gli uni posca che se ci soffiavi sopra facevano effetto aerografo, poi c’erano emilio è il meglio che ti portava il succo d’arancia a letto, baby mia, i power rangers che combattevano nel deserto del sinai, c’erano i mini pony e le lady lovely e i simpatici animaletti da agganciarsi al cranio, c’era indovina chi con se è pelato allora è bill, c’era gira la moda, c’erano un sacco di giochi che negli inoltrati anni zero i geni del marketing del giocattolo hanno tirato fuori di nuovo ma in versione moderna, coi catarifrangenti, lo schermino digitale, i colori un po’ più accesi.
E poi c’erano le cabine telefoniche e i gettoni. Meno di un metro quadro di confessioni, scherzi telefonici e dichiarazioni d’amore interrotte per le duecento lire mancanti.
C’è stato un periodo in cui, poco prima che le togliessero definitivamente, avevano inserito anche l’opzione per mandare messaggini al cellulare, e allora era un tripudio adolescenziale di Mi piaci o di Sei bellissimo in caratteri neri su fondo verde. Si collezionava anche le schede telefoniche noi, io ne avevo una con una volpina arancione che mordeva fili d’erba, ma ce n’erano anche di rarissime come quella col papa o con la torre di pisa. C’era gente che si era comprata il quadernino apposta per tenerle in ordine.
Le cabine telefoniche, molto spesso dovevi lasciare la porta a soffietto aperta perché puzzavano talmente tanto che qualsiasi tipo di conversazione sarebbe stata inibita.
Per un po’ di tempo, quando ero all’università, non avevo il cellulare e andavo sempre a telefonare dalla cabina vicino a piazza san domenico, e credo anche di averla già scritta questa cosa, forse inizio a fare come quelle nonne che ripetono gli aneddoti una decina di volte prima di cambiare storia, fatto sta che mi ricordo quelle telefonate come davvero importanti, ché un conto è avere il cellulare a portata di mano, i minuti gratis della wind e whatsapp sempre acceso, un conto è dover percorrere tutta la strada intenzionalmente e intenzionalmente acquistare il gettone, comporre il numero a memoria e parlare finché ce n’è. Voglio dire, servivano un motivo reale, una voglia concreta, un’intenzione salda.
Quando vivevo in spagna, telefonare a casa, in italia, dalla cabina telefonica, era diventato un appuntamento settimanale, un momento di connessione con la famiglia riunita attorno al telefono. A volte, se non trovavo la cabina, andavo al locutorio, che mi ha sempre fatto venire in mente qualcosa di brutto e mortuario, ma che in realtà non era altro che un piccolo call center, una stanzetta spoglia con tante cabine telefoniche gestita per lo più da bengalesi. Anche a bologna ce ne sono tantissimi, oramai dotati di pc, skype, microfonini, cuffie.
Io vado sempre in quello di via delle moline, ha anche la stampante e la fotocopiatrice, lo gestisce un signore che ha accanto al poster di Aishwarya Rai mezza nuda, un’immagine di shiva. Cambia i prezzi a seconda dell’umore del giorno, non sai mai quanto spenderai. Un giorno mi ha fotocopiato quaranta curricula, me li ha spillati tutti e poi mi ha stretto la mano forte, dicendomi in bocca al lupo. Ci siamo sorrisi e mi sono sentita a casa.

no te rindas

No te rindas, aún estás a tiempo
De alcanzar y comenzar de nuevo,
Aceptar tus sombras,
Enterrar tus miedos,
Liberar el lastre,
Retomar el vuelo.
No te rindas que la vida es eso,
Continuar el viaje,
Perseguir tus sueños,
Destrabar el tiempo,
Correr los escombros,
Y destapar el cielo.

No te rindas, por favor no cedas,
Aunque el frío queme,
Aunque el miedo muerda,
Aunque el sol se esconda,
Y se calle el viento,
Aún hay fuego en tu alma
Aún hay vida en tus sueños.
Porque la vida es tuya y tuyo también el deseo
Porque lo has querido y porque te quiero
Porque existe el vino y el amor, es cierto.
Porque no hay heridas que no cure el tiempo.
Abrir las puertas,
Quitar los cerrojos,
Abandonar las murallas que te protegieron,
Vivir la vida y aceptar el reto,
Recuperar la risa,
Ensayar un canto,
Bajar la guardia y extender las manos
Desplegar las alas
E intentar de nuevo,
Celebrar la vida y retomar los cielos.

No te rindas, por favor no cedas,
Aunque el frío queme,
Aunque el miedo muerda,
Aunque el sol se ponga y se calle el viento,
Aún hay fuego en tu alma,
Aún hay vida en tus sueños
Porque cada día es un comienzo nuevo,
Porque esta es la hora y el mejor momento.
Porque no estás solo, porque yo te quiero.
Mario Benedetti, uruguayo, poeta d’amore e del quotidiano.


No te rindas, Porque existe el vino y el amor, es cierto. Porque no hay heridas que no cure el tiempo.