con-sola-zione

I cibi consolatori sono quelli che appena li mangi stai un po’ meglio, o per lo meno ti fanno regredire a una fase infantile in cui la pappa era morbida e arrivava come un aeroplano dritta dritta alla bocca.
Le immagini consolatorie sono quelle che ti stringono il cuor. Io oggi ho bisogno delle colline a scacchi dell’infanzia e di quelle rughe che conosco bene. Quindi oggi, prima di fare pranzo e con tanta necessità di consolazione, oggi spulcio tutto Mario Giacomelli.

malattie stagionali

Io adesso, dopo una settimana di febbre, di raffreddore, di ossa rotte e riparate col clenil, esco, vediamo come va.
E il primo che mi dice che ho la voce da maschio o che mi fa un sorrisetto compatito perché mi ammalo sempre, lo riempio di germi.
Sono un’arma chimica. Altroché.

se stessi stronzi mai

Gente che si accavalla nelle parole, che si sovrasta a vicenda coi volumi, che è la riprova che si può parlare per ore senza mai ascoltarsi.
L’ascolto sta tra le scapole e la base del collo, dove finisce l’io e subentra il noi.

Dentro un milione di scompartimenti che preferiamo tenere divisi per non contagiarsi di impulsi. Dentro un milione di scompartimenti che esploriamo solo se c’è un vero e proprio tornaconto.
Parole di parole di parole che nascono storpie in partenza, riportate da bocche maliziose, tese a trarre benefici e sconti percentuali. Parole di parole che io lo faccio se qualcosa torna a me.

Tra una democrazia di facciata, tra un mettiamolo ai voti e un che vinca la maggioranza, tra un mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati e un tanto lo stronzo sei tu.

Se stessi stronzi mai.

L’arte del pettegolezzo, della vernecchia, del cutigghio, del cotilleo, tiene a bada forti percentuali di persone frustrate, insoddisfatte, profondamente tristi e inferocite verso se stesse. Lo dimostrano gli studi di novella duemila.

il gioco del silenzio

Facciamo il gioco del silenzio, facciamo che stiamo in silenzio e non ci parliamo più.
Ma se poi tu mi guardi serio a me viene da ridere.

Allora facciamo che se ci viene da ridere ridiamo, ma poi dobbiamo tornare seri.
E se non ce la facessimo? Voglio dire, se non avessimo più voglia di tornare seri?

Allora sarà tutto come adesso, senza silenzi e senza vuoti.

qualcosa è cambiato

Se me lo avessero chiesto qualche tempo fa avrei risposto Nah.
Ma anche se me lo avessero chiesto una settimana fa, mentre facevo colazione con gli occhi infestati di sonno, la mia risposta sarebbe stata molto simile. Probabilmente avrei mosso silenziosamente la testa a destra e poi a sinistra.
Ma oggi posso dirlo: quattro giorni quattro senza caffè.
Dalla gastrite all’intorpidimento. Dalla sonnolenza coatta al thè nero che mi ha regalato Anna lo scorso Natale.
Ho imparato a fare il caffè perché un giorno mia nonna mi ha detto: impara. Mi ha detto di non schiacciare mai la miscela, di poggiarla delicatamente sul filtro, di non mettere l’acqua mai oltre la valvola, di mischiare sempre il caffè con un cucchiaino una volta uscito.
Un elemento diventa topos per pomeriggi in cucina e mattinate domenicali. Tazzina bianca di porcellana sottile, piattino e zollette. Rituale di ogni casa che ha necessità impellente di scaldare se stessa.
Non riesco a ricordare una giornata senza caffè, senza la caffettiera che fa quel rumore che ti riempie le narici, senza quella tazzina senza zucchero ma piena fino all’orlo.
Poi giovedì sera mi è venuta la gastrite, perché i malanni psicosomatici sono quelli a cui sono abbonata a cadenza bisettimanale. E il giorno dopo mi è stato vietato il caffè, e anche quello dopo ancora, e il successivo. Così sono quattro giorni quattro che non bevo caffè e sono sopravvissuta a quello che credevo essere l’Armageddon, il giudizio universale, la fine di un’era, l’inizio di settimane di occhi pesti e di sonno.
Sono sopravvissuta. Come in tutti gli stravolgimenti che crediamo impossibili da superare. Sono viva e vegeta, non ho particolarmente sonno, le mie facoltà mentali sono abbastanza in salute, non sono schiattata di sbadigli. Come quando arriva qualcosa che non ti aspetti e poi un giorno ti svegli e dici: qualcosa è cambiato.