karma

Mi hanno informata che in questa settimana la luna è crescente ed entra in Leone, che bisogna bere molto e che ci si può depilare in pace scongiurando per un po’ la ricrescita dei bulbi.

Ultimi giorni di settembre, pioggia torrenziale, sono torna a bologna ieri e bentornata cara, abituati al grigio ché hai bisogno di far pratica coi climi nordici e civili.
Fai girare il karma e regala ciò che non usi, dai da bere a piante che non sono tue, condividi il pranzo, la cena e la merenda. Per favore, in tempi di crolli politici e scaramucce parlamentari non essere griccio.
Ieri sono andata ad un pic nic portando con me pane, vino marmellata fatta in casa e melograni, e sono tornata con un pezzo di torta, un succo alla pesca e mezzo cocomero. 
Dai e ricevi, e prima di farlo prova a metterti uno specchio tra le costole, i polmoni, il fegato, lo stomaco, il cuore, osservati bene dentro e non barare, guarda proprio ciò che vedi e agisci di conseguenza. Dai e ricevi in un mutuo scambio, ma se l’altro è a terra dai tutto ciò che puoi e non cercare di spremerlo come un limone, perché se usi le persone come fossero agrumi, gli altri a lungo andare diventeranno tutti noci belle dure, e il mallo di noce, si sa, tinge le mani. 
Dai e ricevi; a volte ti sembrerà di essere il solo a prodigarti, ma se lo fai bene, senza secondi fini, se hai messo lo specchio dove ti ho detto, se non ti aspetti niente in cambio, tornerai a casa con un pezzo di torta, un succo alla pesca e un cocomero. E se li condividi, scoprirai che ci sono bilance karmike più precise di quelle delle farmacie.
(Agli amici sulla punta delle dita, alle mie spose in bicicletta, a chi ogni giorno mi mostra i prodigi dell’amor puro.)
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far come i porcospini

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione. (Parerga e Paralipomena, Schopenhauer)


La giusta distanza per non ferirsi, il giusto equilibrio per non ribaltarsi, come sulle altalene dei bambini bilanciare il peso, calibrare le parole, ma soprattutto il proprio ego, i propri cliché e i propri assiomi.
La giusta distanza per guardarsi negli occhi senza che le pupille si fondano in un ciclopico sguardo, guardarsi negli occhi per parlarsi quando le parole non bastano. Non è semplice, bisogna fare dei tentativi, un passo dopo l’altro trovare il modo di stare vicini senza ferirsi; trovare il modo di non prevaricare, di non essere prevaricati, di non completare le frasi dell’altro senza che ci venga richiesto.
E poi a volte bisogna fare un passo indietro e mettersi un po’ da parte per osservare le cose, non importa se porcospini o esseri umani, e dare loro la giusta prospettiva.



perché Anice?

Qualcuno, tempo fa, mi ha chiesto: perché proprio Anice?
Se sei nato nella provincia Ascolana, in quella lingua di terra che è la vallata del Tronto che confina a sud con l’Abruzzo e a nord con le Marche, se le tue radici sono un po’ marittime e un po’ campagnole, e se da piccolo trascorrevi i pomeriggi nella cucina della nonna, a imparare a fare gli gnocchi, il caffè, il ripieno dei cannelloni, il timballo, in un pout pourri di sorelle e cugine e gente che va, viene, torna, spizzica dalla pentola e se trascorrevi le serate ad ascoltare le mirabolanti avventure di cui solo gli anziani sanno farsi vettori; ecco, se hai più o meno vissuto tutto questo, sai che il profumo che ti sovviene alle narici appena ci pensi è quello dell’anice.
In realtà sotto il nome di anice si raggruppano piante differenti, che vanno dalla pimpinella all’anice stellato e a quello pepato, tutte con odore tendente a finocchio con retrogusto mentolato, e con l’anice verde si prepara la bevanda simbolo di ogni credenza frequentata da marchigiani del sud, il Mistrà, di cui Girolamo Varnelli ne fece l’omonimo prodotto vendibile e che è il parente campagnolo della celebre e ascolanissima Anisetta Meletti.
Il Mistrà si prepara in casa, non si compra in dispense da supermercato, ha un sapore secco e contadino, si usa per correggere il caffè ed allietare le serate invernali, fa bene alla digestione, allo stomaco e soprattutto all’umore.
Preparare il Mistrà richiede dedizione e costanza: si fanno macerare i semi per quaranta giorni mescolandoli spesso, si aggiunge uno sciroppo di zucchero e infine si filtra. Se ne fanno bottiglie da riempirci una dispensa, da regalare con la cartapaglia attorno, da stappare quando fa buio presto e  il caffè non basta mai.
Per fare abituare i bambini fin da piccoli al sapore che poi da grandi avrebbero ricercato nella familiare bevanda, si preparano i maritozzi con semi di anice, e se si è stati bravi li si riempie di marmellata.
Ecco perché Anice, perché per me che da dieci anni vivo a Bologna, in una terra che ancora non mi appartiene e che probabilmente non comprenderò mai a fondo, le radici sono come semi di anice da annusare ogni volta che ne sento il bisogno e che tornano a farsi vivi col loro profumo insistente quando meno me lo aspetto.

Si-Sempre

Si. Leggere L’anno del pensiero magico di Joan Didion stesi sul letto con la finestra semi aperta, gustandosi l’aria sui piedi senza calze, lasciandosi scalfire dalla prosa secca e senza mezzi termini.

Sempre posizionare la scrivania davanti alla finestra, lasciar entrare più luce possibile sulle pagine.

Passeggiare per bologna la domenica pomeriggio, sempre a caso, virando quando si ha bisogno di virare e fermandosi a sedere su un gradino ad ascoltare la città che scalpiccia sul pavè.

Si. Ascoltare il rumore che fanno le cose, lasciare che stridano se devono stridere, pazientare se sono silenziose.

Sempre cucinare assieme, e chi non cucina lava i piatti.

Si. Amarsi.

Mai-Non

Mai abbinare pizza al salame piccante con una giornata che inizia bene, prosegue bene e poi, senza che voi ve ne accorgiate, piano piano scende verso il basso, per poi  trascorrere la notte a girarvi nel letto mentre fuori il vento ribalterà l’unico cactus rimasto in vita.

Non cercare di chiarire situazioni con persone a cui non interessa affatto chiarire, rischierete di inanellare una serie di discorsi che verranno comunque letti al contrario come quei pezzi nei nastri contenenti messaggi satanici subliminali. Voi siete sempre e comunque il male.

Non mettersi a cercare lavoro di domenica, con la pizza al salame piccante che ancora la fa da padrona in reconditi angoli di stomaco. (e L. l’aveva detto che era troppo tonda quella pizza per essere buona, e ora se ne sta all’erta in trincea aspettando il momento giusto per uscire allo scoperto e stendermi a terra)

Non mettersi a cercare lavoro sperando di trovarne uno che prenda in considerazione le vostre lauree, i vostri corsi di formazione, le vostre esperienze sul campo. Sarete sempre o troppo poco preparati o troppo qualificati.

Non mettersi a scrivere un romanzo, una storia, un dialogo senza sentirne davvero la necessità. E soprattutto mai rileggere a stomaco pieno quello che avete appena scritto.

Non prendere i fermenti lattici appena svegli. Mai. Per nessun motivo rinunciare al caffè.

la uno, la due, o la tre

Lascia o raddoppia, la uno, la due o la tre? La busta o i premi?
Cosa sceglierai oggi appena sceso dal letto? Appena i piedi con le unghie squadrate si poggeranno sul tappeto ikea, saprai già cosa essere o ti servirà ancora guardarti di nuovo allo specchio? Controllerai prima le notifiche o lo farai discretamente mentre sei in bagno?

Oggi sono la uno. Oggi sono S. numero uno, con i capelli un po’ radi, ricci, con la riga di lato. Sono S., non sono particolarmente bella, ma ho dalla mia un innegabile potere persuasivo costruito in anni di letture e convinzioni, in lustri di coerenza infinita. Sono S. oggi perché devo imbonire la platea, digitare cuori sui social, dire a chiare lettere e con molti hashtag che amo i miei amici, la mia famiglia adottiva, i miei preziosi, miei e solo miei, compagni di vita. Sono la moglie che vorresti avere accanto, so tritare perfettamente il cioccolato amaro in scaglie finissime, posso organizzarti una festa a sorpresa senza che tu debba fare nulla per scoprirmi, riesco ad essere l’amica del cuore che hai sempre sognato e la mamma comprensiva e benevola che ti tiene stretto tra le braccia mentre le annusi il collo. Tu, mio, io, sono sempre presenti nei miei messaggi, ti faccio sentire importante, ti circuisco con avverbi e aggettivi qualificativi, giro attorno ai pronomi con dita dalle unghie mangiucchiate che tradiscono un’atavica insicurezza e così divento la
due. S. numero 2, coi capelli un po’ radi, ricci, disordinati. Non sono particolarmente bella, ma ho dalla mia un’innegabile dolcezza di ciglia costruita in anni di piccole bugie dette a fin di bene e in chiare richieste d’aiuto. Sono la due oggi perché scrivo mail con circonlocuzioni e puntini di sospensione, arricchisco ogni domanda di punti interrogativi in Times New Roman diciotto, giro sigarette con lo sguardo fisso sull’accendino.  Posso piangere al cinema e mentre vedo una pubblicità romantica, e le mie lacrime non mettono a disagio nessuno perché dettate dal motore amore. Posso interrogarti per ore sul come stai e sul come ti senti oggi, dimostrarti che sei una donna che ama troppo e sentenziare che sei troppo fragile per questo mondo così veloce, che sei troppo sensibile per essere data in pasto al continuo, incessante, assordante scorrere degli eventi. Amo la campagna, la verità del tagliare la legna e del caciocavallo genuino, la marmellata con more di bosco e la schiettezza del pane e olio, ma ci sono cose che proprio non mi vanno giù , troppo crudeli ed esagerate per me che spesso sono
la tre. S. numero 3, coi capelli un po’radi, ricci, legati in una treccia. Non sono particolarmente bella, ma ho dalla mia un innegabile bagaglio culturale costruito in affannosi studi umanistici e in anni di indottrinamenti accademici. Sono la tre oggi perché conosco La Critica della Ragion Pura di Kant e tutti gli stasimi e gli episodi dell’ Orestea di Eschilo. So scrivere una tesi di laurea di cento pagine in due mesi, dibattere sull’eccessivo peso dato al neoplatonismo nella Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini e irridere lo spauracchio del vaso cinese di Magalli o la cotonatura della Zanicchi. Posso consolare il mio ego con la lettura di Garcia Marquez e poi buttarmi in picchiata su Schopenhauer o su Marx. Posso sfoderare tutto ciò che ho assimilato ed anche quello che ho letto solo su Wikipedia, riesco a conoscere più capitali mondiali di te e a scrivere pensieri assai ridondanti e declamarli senza che nessuno batta ciglio, posso cinguettare serietà ovvie e indignarmi firmando una petizione on-line.
Io posso scegliere, la uno, la due o la tre. E soprattutto, non mi accontenterò mai dei premi.

tre cani

Avevano tre cani. Avevano tre cani e si amavano molto. Non avevano adottato i cani perché non potevano avere figli. Avevano adottato i cani perché gli piacevano gli animali. 

Quando la sera nel letto si guardavano negli occhi senza fare rumore e con la lampadina accesa, sapevano di amarsi molto e di aver fatto la scelta giusta.
(nuovi inizi.)

l’asteroide

Dicono che ieri alle 23.40 in cielo passasse un asteroide, nel cielo vicino alla luna, vicino alla terra, nella nostra orbita.
Dicono che l’asteroide fosse grande vari metri, che si sarebbe disintegrato in aria e al massimo ci sarebbe caduta in testa della polvere, né più né meno degli strati di smog e di polveri sottili che ci piombano in testa ogni giorno. Ci cade in testa polvere di stelle e nemmeno ce ne rendiamo conto.
Dicono che mentre passava l’asteroide in cielo, a Bologna, in Emilia Romagna, dentro le mura della città turrita, quattro amici stessero mangiando un piatto di pasta alla norma e che mentre aspettavano la pasta qualcuno si era abbuffato di patatine al lime e pepe rosa, e che poi sempre questi quattro amici avevano parlato di tutto un po’, di politica interna e di lodo mondadori, di ponti che oscillano e lanci in picchiata nello spazio e l’asteroide non l’avevano mica visto dietro le persiane verdi e sopra al cortile interno.
Dicono che mentre passava l’asteroide un gruppo di musicisti stesse componendo l’ultima fatica musicale balcan-folk e poi, a strumenti chiusi, festeggiasse con birra san miguel in piazza. Dicono che un discreto numero di persone stesse seduto nella stessa piazza a scambiarsi segreti e fumare mille sigarette col beneplacito della facciata della chiesa di san francesco.
Dicono che una coppia stesse facendo l’amore e le mani non bastavano mai per entrarsi nei capelli, nella schiena, nelle ossa.
Dicono che una scrittrice un po’ provata dalla giornata stesse cercando attenzioni sui social network, che il suo compagno avesse deciso proprio in quel momento di lasciarla sola con i suoi ego e i suoi tabù, che qualcuno si fosse introdotto furtivo nella casa di qualcun altro ma non avesse trovato niente a parte un vecchio portatile pieno di fotografie osé.
Dicono che tutti sembravano così presi dalle proprie lenzuola, dalla propria cena, dal proprio gatto, dal proprio giardino che il povero asteroide è passato e manco ha salutato.

Quanto sono belli

Quanto sono belli gli anziani che dentro le lucine del lungomare si stringono e danzano con passo lento. Dopo poi immagini la pancia di lui nella canottiera bianca prima di andare a dormire e i denti di lei nel bicchiere e la poesia diventa reale, sono ancor più belli quando litigano, quando lui magari la fettina che lei ha cucinato non la vuole e tiene il muso.

Quanto sono belle le mattine quando accanto hai quegli occhi appena svegli, con le ciglia appiccicate di sonno, la bocca appena aperta e la voce rauca. E sono ancor più belli quando ti accorgi che guardano proprio te.
Quanto è bello andarsene ai concerti, andare a sentire Daniele Silvestri, ascoltare e cantare, parlare poco e sorridere molto. E tornare a casa senza dirsi molto, solo con la fame. 
C’è questa persona che ogni volta che va a un concerto, uno spettacolo teatrale, al cinema, ad una mostra, a un festival, ad ascoltare la banda inizia sempre con Se devo trovare qualcosa che non mi piace è.  
A noi fa ridere un sacco scommettere su quale pelo nell’uovo troverà.