la latitanza delle parole

latitar dei verbi, al mattino presto, con la serranda ancora abbassata a far entrare quella nticchia di luce per vedere il profilo dei libri, delle lenzuola, dei confini del materasso.
la tapparella produce una trama a pois che alleggerisce la pesantezza di un risveglio non voluto e non richiesto; alle sette le sveglie suonano interrompendo lo sbavare nei sogni, dando il via a un mal di testa che si placa con il caffè e basta. in quel momento esatto in cui scendo il gradino dell’onirico e mi abbasso al reale tutto mi sembra sfumato, opalino. e il peso di piombo della giornata e delle scelte da compiere, delle mail da spedire, delle risposte da dare è quasi indulgente.
aspetto sempre poco per scendere dal letto, se indugiassi il buco nero di lenzuola e torpore mi risucchierebbero. ma se scendo dal letto termina anche la leggerezza dei pensieri.
aprire la serranda poi è un colpo netto di polso che recide il giorno e la notte, è un prender coscienza della finitezza delle forme, dell’angusta stanza, del disordine che sovrasta ogni cosa.
uscire dalla camera da letto, imbracciare dei vestiti, automatizzarsi in nome del precario lavoro, scendere, slegare, pedalare, legare, slegare di nuovo, leggere forse parlare forse tossire e forse fumare, dormire.

smancerie

pomeriggio
 istruzioni per l’uso

rifare il letto
spostare la scrivania davanti alla finestra
aprire le persiane, spegnere la luce, fare entrare il sole
bere il caffè rimasto dal pranzo prima che arrivi qualcun altro
amare a perdifiato proprio quel ragazzo lì che stamattina ti ha portato i cornetti (mai dimenticarsi di)
sonnecchiare

no more pages

non credo che a qualcuno interessi, ma ho tolto tutta la suddivisione in pagine.
onirismi et onanismi ora assomiglia molto di più al mio armadio, con stratificazioni geologiche di mode andate, capi spiegazzati ed accatastati l’uno sull’altro, poco spazio e nessun tipo di ordine logico.
ma come gli armadi è confortevole starci dentro, al buio, mentre tutto il resto corre all’impazzata.

l’arco

L’arco
Kim Ki-Duk


fiducia.

paura.
quando la paura ci domina, la fiducia decade e lascia spazio al caos. 
un uomo e una bambina su una barca scrostata in un mare qualsiasi fanno un gioco: lei si dondola coi piedi a penzoloni nell’acqua su una altalena appesa a uno dei fianchi della nave, lui scocca le frecce che serviranno a lei per predire il futuro. le scocca sempre verso la nave, verso di lei.
lui tende l’arco, lo tende senza il pensiero di poter sbagliare, di poter ledere in alcun modo lei. e scocca. è dominato dalla totale fiducia verso se stesso e verso la bambina. 
sa che la completa disposizione all’altro, la totalità dell’amore provato, la fiducia nel proprio sentimento, anche se grottesco o esagerato, non possono ferire.
Ma tutto si sublima nell’assenza, nel totale svincolarsi da un vivere terreno. Metafora dell’amor puro, di quel grado zero e bianco che per taluni è solo il primo stadio della relazione, prima che l’amore si modifichi ed evolva. Invece in un forzato isolamento marittimo, nel ventre materno di nave, il candore e la totalità del dono reciproco possono essere protratti all’infinito. 
Quando arriva il caos, sotto forma di evento esterno portato lì per caso, l’equilibrio perfetto crolla. E con esso crolla la fiducia totalizzante. Crolla il delicato meccanismo di sguardi e sorrisi, di delicati equilibri di carezze nella tinozza e rituali quotidiani. E più si cerca  di imbrigliare gli eventi più ne perdiamo la bellezza, ed essi vanno comunque dove tendono ad andare. Crolla perché si ha paura che leda noi stessi, non l’altro, soltanto noi stessi e le nostre certezze dipendenti dall’altro.
La fiducia manca, la fiducia verso se stessi e la sicurezza della corrispondenza d’amorosi sensi non esiste più, e allora si sbaglia, si fanno i passi falsi. Avrebbe potuto trafiggerla, con quella freccia scagliata tremando di terrore e furore, e invece l’intervento esterno è stato salvifico, ma non abbastanza forte.
E quando l’esterno porta via lei, il cordone ombelicale d’amor paterno e incestuoso si tende, fino a far quasi  morire il vecchio d’amore. Ed è lì che si separano davvero, lei taglia il cordone prima di lui, e  gli dà il commiato lasciando che le cose vadano come devono andare, come era stato scritto sul calendario. L’amore finisce di consumarsi e di spegnersi nell’assenza, e resta la purezza. Lui muore comunque per amore, inghiottito da un ventre fluido e materno, e lei abbandona il noto, diventa madre di se stessa, e probabilmente, una volta scesa al porto, comprende che quell’esterno era solo un tramite per la terra.


L’arco
Un film di Kim Ki-Duk. Con Min-jung Seo, Jeon Sung-hwan, Han Yeo-reum, Seo Ji-seok, Jeon Gook-hwan, Kim Il-tae Titolo originale Hwal. Drammatico, durata 90 min. – Corea del sud 2005.


Questo film l’ho visto a gennaio, dentro una coperta a casa mia, mentre l’inverno fuori si portava via la luce ma iniziava per me un periodo molto bello. come l’arco di totale fiducia.


finché inverno non vi separi

La sei andata a prendere con il cappotto pesante e un paio di scarpe leggere in cui la pioggia poteva infilarsi senza incontrare ostacoli. La sei andata a prendere sotto casa con la twingo rossa di tua mamma; ti ha guardato arrivare dalla finestra, ti ha visto accostare e poi guardare in su. Ha percorso i gradini col cuore in gola, con la trepidazione che hanno le sedicenni di provincia quando qualcuno le aspetta sotto casa.
L’elastico della sua gonna era troppo stretto, doveva già aver segnato di rosso la vita tracciando un confine ben visibile e valicabile. Ma tu pensavi a tuo nonno che non c’era più, pensavi solo a questo e ti sentivi solo come un faro spento. Pensavi e fumavi, e lei parlava del gatto e di Seneca del giorno dopo, che avrebbe ripassato più tardi.
Lei ti piaceva perché era liscia e croccante come una mela, perché sapevi che scendeva i gradini quattro a quattro quando arrivavi, perché anche col gelo non metteva mai i collant sotto i pantaloni di velluto a coste. Viaggiava in quarta, ti leggeva il Manifesto mentre guidavi, e con uno sbuffo mandava avanti il lettore cd. Aveva una famiglia che ti guardava di sottecchi quando salivi fino in camera sua, tutti stretti sul divano di fronte a un film, tutti a orecchie tese per ascoltarvi. E invece voi parlavate poco e sottovoce mentre gli anni duemila vi rombavano accanto e non li sentivate. L’enciclopedia del Jazz sfogliata a casaccio, le musicassette e i compact disc sparsi sul pavimento, i segreti spaiati come calzini, il Decameron che ti piaceva certamente molto di più della Commedia. Poi dicevi che avresti finito il Liceo e saresti partito, e lei ti ascoltava sapendo che in realtà no, sapendo che neppure lei sarebbe partita.
E quando tutti i giocattoli erano sparsi a terra, la finestra era stata aperta per far uscire l’odore di tabacco e fare entrare quello di salsedine, quando tutti i capelli erano stati attorcigliati tra le dita, e gli Ascolta questo, l’ho registrata ieri perché è impossibile che tu preferisca i Beatles, e gli Andiamo in Palestina altroché, e i Guarda che Seneca non puoi tradurlo così, quando tutte le sottigliezze e il rumore di calzini umidi sul pavimento erano cessati, lei si metteva a dormire dentro lenzuola di fustagno a castigare i suoi sogni, e tu nella twingo andavi a brindare perché la quiete no, quella andava bene solo con lei.
E finché inverno non vi separi la sei andato a prendere con la twingo rossa di tua mamma, con l’aria calda al massimo, i vetri con la manovella un po’ abbassati, le scarpe leggere e i cappotti pesanti.