ogni mattina della sua vita

mio nonno, è uno che ogni mattina della sua vita si sveglia che è ancora notte e accompagna il sole sorgere guardandolo negli occhi con la caffettiera che borbotta.
quando nel letto del piano di sotto io scalpito per i primi chicchirichì e morfeo ancora non mi ha colta con una botta feroce sul cranio, lui si muove mica tanto quatto e mica senza tanti rumori per la cucina in un tintinnio di posate.
poi prende due tazzine, di quelle di ceramica sottile, bianche, una zuccheriera e dosa. uno. e uno. e poi porta a letto una caffettiera in due.
ogni mattina della sua vita.

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qualcosa farà cric

Tu piangi come piangono i bambini.

A bocca aperta?

No. Piangi in ritardo. Prima prendi una botta, diciamo sullo stinco, diciamo che sbatti uno stinco sullo spigolo del tavolino ikea. Poi senti il dolore, e ti mordi il labbro inferiore. Poi ti siedi, scuoti la gamba e ci metti il ghiaccio. Il giorno dopo se ci ripensi piangi.

Vuol dire che ho una buona resistenza al dolore.

No. Vuol dire che ti porti il dolore addosso. Prima resisti. E dopo finché non l’hai spremuto via non te ne liberi.

Vuol dire che soffrirò di più dopo che te ne sarai andato invece che nel momento esatto in cui te ne andrai.

Vuol dire che in ogni caso soffrirai ma poi guarirai.

Vuol dire che il giorno in cui te ne andrai ti saluterò dalla mia finestra con la mano aperta e ti guarderò svoltare l’angolo. E una volta che sarai sparito dalla mia vista qualcosa farà cric e ci vorrà tempo prima di rimettere tutto in ordine.

Come se qualcuno cambiasse all’improvviso i codici di catalogazione della biblioteca.

Non riconoscere più niente.

E poi abituarsi ai nuovi codici. Finché non cambiano di nuovo.

Sembra difficile. E spossante.

Non c’è niente di eroico a salutare qualcuno e poi piangere, e poi sopravvivere ai nuovi codici.

Soprattutto se sei tu quello che non cataloga.

rumore

Sai che rumore fa una vita quando va in pezzi? Fa il rumore che fanno le campane del vetro, quelle verdi della differenziata, quelle che ci lanci dentro le bottiglie nei piccoli oblò di plastica, quelle che giri con due sacchi pieni di bottiglie e non le trovi mai, fa il rumore di una campana del vetro quando i netturbini la svuotano e tutte le bottiglie delle feste di fine estate e di cene stretti in otto nel tavolo della cucina, di serate in due con un litro di rosso del supermercato e la pasta al tonno, di dissertazioni politiche e di noia, volano via in pezzi e cadono in un momento sul fondo del camion che le porterà da un’altra parte. Le sotterrerà sotto la sabbia, sotto al monte di immondizia di San Lazzaro, in un canale che se le porterà fino ai lidi. Ecco che rumore fa. Fa fragore.