buongiorno

Se hai dormito quattro ore, mettersi a fumare ancor prima di svitare riempire e avvitare la caffettiera, nella casa vuota e con le serrande abbassate, può nuocere all’intera indolenza della giornata, può farti dimenticare persino che fuori c’è il sole. 

Se invece ti sei lasciato cullare dal sonno dei giusti, allora evita di comprare quotidiani, di aprire siti di informazione on line, di -se ce l’hai- azionare la tele col digitale. 
Fuma una paglia. 
Abbassa le serrande. 
Aspetta la primavera comodamente sdraiato sul letto.

Beograd

nòstoi

Non ne abbiamo abbastanza di ritorni eterni, di nòstoi senza fine?
Non ne abbiamo abbastanza di lettere lunghe mesi che fanno fatica a partire sotto i tasti stanchi? Che si dileguano dopo poche righe e che diventano cibo per bocce di pesci rossi? Di copiaincolla isterici e sterili, in un susseguirsi sempre uguale di rosari, preghiere ed errori?
Ricordati la prima volta che hai aperto gli occhi e non eri solo nel letto, ricordati come è stato. E se non lo ricordi, ricordati il freddo della casa senza riscaldamento e senza porte. Ricordati del disegno sul legno e dell’odore di vernice acrilica, di sudore e di polvere. Ricordati dei piedi dentro le gambe.
Il percorso sempre uguale da casa a casa, lento all’inizio, mosso al centro, tentennante alla fine, lentissimo in ultima battuta. Identico nei giorni e nei modi. Scritto e già scritto.
Le occhiaie dell’alba e quelle della sera, sempre uguali, sempre scure come la sveglia alle sei.
La partenza, l’arrivo e di nuovo la partenza dentro un mare piccolo e ostile.

Se ci si spezza i cuori a vicenda, una sera, mentre fuori i gelati e le birre e le sigarette di primavera e le sbronze mai finite, le finestre accese ci guardano per non lasciarci soli.

che scrosta i muri

il vento che corre appresso alle nuvole che girano attorno alla terra che gira attorno al sole che ha smesso di farsi vivo.
il vento che scrosta i muri dice la verità.
l’abbiamo seppellita sotto strati di giustificazioni e paure, l’abbiamo martoriata e presa a calci in culo. l’abbiamo ingoiata insieme ai bocconi del pranzo e l’abbiamo mutata come più ci faceva comodo.
abbiamo trovato più scuse di quelle che l’occidente dovrebbe al resto del mondo.
abbiamo fatto finta di essere felici, abbiamo fatto finta che quello che stavamo vivendo fosse giusto.
ci siamo giustificati come si fa al liceo, prendendo il libretto e falsificando la firma.
ci siamo arrabbiati e poi abbiamo avuto paura quando qualcuno ci faceva notare che, si, non eravamo poi mica tanto veri.
ci siamo scannati per un pezzo di pane.
abbiamo continuato a dire con presunzione che lo facevamo per il bene comune, per noi stessi, per i figli dei figli dei figli degli anticoncezionali.
siamo stati presuntuosi, e arroganti, e ci siamo sentiti traditi quando ci siamo trovati soli a pulire il giorno dopo i residui della cena.
siamo stati presuntuosi, e arroganti, e abbiamo gridato sprezzanti quando il gioco di fili intessuti è crollato.
siamo stati testardi e abbiamo perseverato nella bugia, sperando di non essere scoperti, o, se scoperti, di essere il meno peggio e di essere perdonati,
perché noi siamo i giusti, noi siamo gli onesti, noi siamo quelli che fanno fatica.
noi abbiamo il diritto di stare dal lato illuminato della strada
noi abbiamo il dovere che ci venga dato tutto; attenzione, premura, soccorso, comprensione.
e poi abbiamo messo i fiori nel vaso, rimboccato le coperte e detto buonanotte e ci siamo girati dall’altra parte.
abbiamo detto buonanotte e abbiamo cercato di piangere, e poi ci siamo girati dall’altra parte. e poi basta.