la pancia ha gli orecchi

il cuore ha gli occhi
il cuore ha gli occhi che gli occhi non vedono.

tu che mi aspetti con il cappotto grigio e le occhiaie del non sonno
che poi mi porti a tavola dove hai apparecchiato per due anche se non mangi, anche se è tardi, se fuori è buio e gli altri dormono

tu che siedi con la coperta sulle gambe e io ti abbraccio perché non so fare nient’altro che abbracciarti e tenerti la mano e farti il solletico ai piedi mentre ti tiro su le calze di lana

e poi tu che apri le mani sul fuoco e cuoci il pane da millenni sempre allo stesso modo, bestemmiando e mangiando la cenere

tu che metti in ordine le foto e mi chiedi aiuto perché non ricordi, che apri le ali e poi voli e l’altezza non ti fa paura, perché sei aria che gira in tondo e ha bisogno di fuggire

e tu che dormi dentro un guscio di noce e hai i capelli rossi che sbucano dal legno, e scrivi piano senza far rumore, tocchi con le mani le maniglie dei portoni e li spalanchi sempre senza che nessuno se ne accorga.

tu che ti addormenti con la testa vicino alle ginocchia mie, e parli mentre sogni, e sai che
la pancia ha gli orecchi
la pancia ha gli orecchi che gli orecchi non sentono.

un inizio

E’ iniziata così, perché a me scappano dette le cose.
Ad esempio tre settimane fa ero sul treno che va da Bologna a San Benedetto del Tronto. Prendo il regionale, faccio il cambio ad Ancona, perché costa meno e così ho quattro ore e passa di dinamiche umane che si accalcano sui predellini.
C’è un tizio seduto di fronte a me con gli occhi di lucertola. E’ grasso, indossa una camicia di flanella a scacchi verdi su fondo rosso, un paio di jeans a cui sua madre o la sua fidanzata ha fatto l’orlo perché lui è veramente grasso ma i pantaloni per i grassi sono anche lunghi.
E insomma questo tizio qua con occhi di lucertola guarda i sederi di tutte le ragazze presenti, e se vede che qualcuna si sta per alzare per andare in bagno la fissa e aspetta che barcolli sul corridoio. Squadra le tasche, il solco dei pantaloni, le chiappe, le cuciture dei jeans.
Allora a un certo punto lo guardo, lui è seduto di fronte a me, e dico “La smette per favore?”
A me succede spesso che mi scappano dette le cose.
A volte a scuola, quando sto lavorando, faccio i laboratori di manualità, li chiamano così, e in realtà non facciamo altro che attaccare pezzi di carta colorata su anime di rotoli di carta igienica, insomma mentre sto lavorando mi scappa detta la parola Merda e allora con gesto fulmineo mi tappo la bocca con entrambe le mani e sgrano gli occhi e la merda sembra ancora più grossa. Una merda grossa e fumante nell’auletta di manualità.
Una volta con uno eravamo nella sua stanza, che era una delle cose più belle che possedeva, la sua stanza, la sua renault 4 e la sua città, e mi scappa detto che lo amo. Ho scatenato un inferno che mai mi sarei immaginata perché non è che stessimo proprio assieme io e quello lì, ci si vedeva, e tra l’altro io non so nemmeno se lo amavo per bene, è che a me scappano dette le cose.
Ed è iniziata così.
Mi è scappata detta una cosa e poi siamo partiti io e il ragazzo della renault 4 e del ti amo.
E’ andata che dopo avergli detto quella cosa catastrofica, siamo andati in Messico.
Infatti succede che mi laureo, col bacio accademico, i fiori e i nonni che piangono, prendo i risparmi nelle buste bianche con gli auguri e le firme della famiglia e compro il biglietto più economico, senza assicurazione e con due scali. Me ne pento più tardi, quando con l’oceano sotto, il cuore a tremila mi dà della stupida, idiota, incosciente per non aver aggiunto quei cento euro in più, che se precipitiamo adesso chi glielo dice a mamma che non c’è l’assicurazione sul biglietto, che non ho diritto manco al salvagente, che se mi perdono lo zaino sono senza spazzolino e senza comfort europei?
Parto Il 2 aprile e a Bologna fa ancora freddo, ho la felpa col cappuccio, mi sono tagliata i capelli e mi devo abituare agli spifferi sul collo. Ho riempito lo zaino di cose invernali, a mezz’ora dalla partenza della navetta BLQ  per l’aeroporto lo svuoto per metà e ci metto quelle estive, non ho le idee chiare sul clima che incontrerò.
E insomma parto, con lo zaino mezzo pieno di cose invernali, i capelli corti, Città del Messico da incontrare e una guida comprata alla Feltrinelli piena di dettagli sui pericoli.
Dopo qualche settimana scopro che anche in Messico fa freddo e si battono i denti. Scopro che non mi posso lavare i capelli perché nello zaino il phon non ci stava, l’acqua è gelida e non me li posso asciugare, credo diventerebbero ghiaccioli sottilissimi se li lasciassi all’aria dell’altopiano. Scopro che i capelli a caschetto mi stanno male, ma sono comodi. Sono sempre sporchi.
Penso che questo viaggio mi capita perché a me scappano dette le cose. 

un matrimonio così

Ecco, io se proprio dovessi sposarmi, opzione tra l’altro assai remota in questo momento, un matrimonio in questo momento in cui scrivo lo vorrei così.
Vorrei che fosse caldo, quel caldo secco di agosto in campagna con le cicale che friniscono e non smettono mai, la tavola nel campo, le ombre tagliate di netto dal sole. Ecco io vorrei che ci fosse della musica, e del vino, e una torta a piani e ci fossero i litigi dei ritrovi familiari.Vorrei che tutti si togliessero le scarpe sotto ai tavoli e i bambini nascosti tra le tovaglie le sparpagliassero, vorrei che cucinasse tutto mia nonna, che ci si asciugasse il sudore con fazzoletti di stoffa inamidati e vorrei che i vestiti di tutti odorassero di naftalina. Vorrei che ci fosse lo scirocco e che soffiasse sulla terra arsa, sull’erba, sugli alberi e sui tavoli e che poi alla fine si portasse via tutto, stoviglie, tovaglie, invitati e sposi.

Le cose che bisogna e che voglio pur fare prima di morire

Controllare il cibo che metto a scaldare sul fuoco, invece di lasciarlo lì a crepare da solo e a bruciarsi.
Imparare a fare le torte per bene, a lasciarle lievitare il tempo giusto senza che esplodano nel forno.
Acchiappare tutti i segreti culinari di mia nonna, soprattutto sul disossare gli animali.
Fare la turista a Bologna, andare a vedere gli affreschi di Parmiggiani in Via Nazario Sauro.
Far crescere le piante sul balcone, questa è una cosa che potrei fare adesso.
Sistemare la mia stanza che dopo il trasloco con la scusa della precarietà è rimasta in stato instabile e disordinato. Togliere per esempio i poster rovinati, metterci delle bacchette ai bordi, riordinare la libreria senza ammonticchiare le cose l’una sullaltra, mettere al riparo dal caos gli orecchini e le macchine fotografiche.
Queste sono cose che se mi impegnassi potrei fare da subito, da ora.
Poi ci sono cose a lunga scadenza, che richiedono un po’ d’impegno e organizzazione come
Stare  per almeno un mese su una nave senza scendere.
Fare bunjee jumping, buttarmi col paracadute, buttarmi con il deltaplano e tenere gli occhi aperti.
Imparare il russo, il portoghese,  il tedesco e il giapponese.
Vivere per un po’ a Berlino, a Kreuzberg o Friedricscheine.
Scrivere un romanzo.
Scrivere un romanzo a puntate sotto pseudonimo.
Scrivere una cosa che so di voler portare a termine.
Tornare in America Latina, magari a viverci. Andare in Ecuador a vedere le tartarughe, in Patagonia a farmi spostare dal vento.
Fare dei figli, in numero dispari, quindi va bene anche uno.
Andare a vivere per un certo periodo, abbastanza lungo, in un posto di mare, per esempio Genova o Trieste.
Tornare a Palermo senza stare male per lo scirocco.
Riordinare le foto della mia famiglia, in ordine cronologico e coi nomi scritti dietro a penna per non dimenticare chi sono quelle genti.
Riordinare le diapositive di mio padre e poi proiettarle tutte, in una maratona di giorni, sul soffitto mentre stiamo stesi sul letto.
Andare a cavallo, con costanza.
Rifare un viaggio in bicicletta, con una graziella, una mappa e cinque amiche.
Rasarmi a zero o tingermi di biondo, fare un po’ la sciocca con i capelli.
Percorrere tutta la Muraglia Cinese a piedi.
Fare parte di una foto di Spencer Tunick.
Bere un caffè con Dario Fo senza parlare di teatro.
Bere un caffè con Emma Dante parlando solo di teatro.
Imparare a fare le bolle con le big babol.
Imparare a fischiare come i pastori, con le dita sulle labbra.
Salire sull’albero più vecchio del mondo, che è una Sequoia della California.
Avere un giardino dove i cani che hanno voglia di restare si possano fermare.
Fare un’immersione con le bombole e tutto l’armamentario.
Vedere le balene da vicino.
Percorrere il Rio delle Amazzoni.
Poi ci sono cose che implicano ci sia una forte dose di coraggio o volontà. Come
Avere ben saldo il timone nel direzionare le mie scelte, evitare di prendere delle decisioni a caso.
Prendere il coraggio per andare se c’è da andare e la testardaggine per restare se c’è da restare.
E poi vorrei anche
Rinunciare per un certo periodo, facciamo due settimane, al telefono e al computer e vedere se resisto, se mi viene voglia ancora di suonare i campanelli.

tutto di tutto e molto condito

per fare il pollo alle prugne serve poco.
stasera ho del tempo, ho spento il computer, ho tagliato il pollo, l’ho infarinato, infilato le spezie e poi messo a cuocere con olio e poi brodo. e alla fine le prugne.
io non so perchè, ma le ricette coi mischioni mi riescono sempre. sarà che a casa mia si cresce mangiando tonnellate di fricandò* col pane.
per scaldare una stanza serve poco.
stasera ho un amico che mi viene a trovare, mangia il mio pollo, raschiamo la pentola perché ci sembra sia davvero buono. facciamo la scarpetta col pane. parliamo col vino di ascoli, e le parole non si smarriscono mai, hanno percorsi contorti che ci portano a ricordare ed annusare. poi guardiamo un film stesi sulle coperte e con le orecchie tese e quando finisce siamo un pò tristi perchè vuol dire che si deve andare a dormire.
per non andare a dormire serve poco.
nel mio caso pochissimo visto che sono insonne spesso e volentieri.
allora andiamo in cucina, nella teiera giapponese mettiamo a scaldare malva e melissa, e poi le parole se le porta via la finestra aperta sul freddo.

* il fricandò è un piatto dell’infanzia sudmarchigiana, dell’età adulta sudmarchigiana, della vecchiaia sudmarchigiana. consiste in un piatto di zucchine melanzane peperoni pomodori patate. Ogni verdura va cotta a parte e poi si mischiano assieme con litrate di olio e pezzi di carne.
si dice si chiami così per fregare antonio, probabilmente nome di qualche marito affamato, perchè il piatto è povero ma ricco.
anni fa volevo creare uno spazio di mischioni di arti varie ed eventuali e chiamarlo, appunto, fricandò.