quello che vedo dalla finestra

Succede che a Bologna io il cielo dalla finestra non lo vedo quasi mai, che c’è un cielo lontano e bianco a volte che pare un foglio A4 sopra la testa.  Mi pare un foglio A4 bucato che trasuda pioggia. E per vederlo mi devo sporgere con tutto il corpo fuori dal vetro, e schivare i piccioni e torcere il collo e guardare in alto, perché la cosa che vuoi vedere dalla finestra è il cielo con le nuvole che corrono, o un albero sempreverde semmai, o al massimo un cortile col brecciolino e i giochi dei bambini. Mica vuoi vedere il palazzo di fronte con tutte le storie che ci si intrecciano dentro. Il palazzo di fronte è rosso, come la metà dei palazzi tutti uguali del centro di Bologna. All’università un professore di architettura con delle scarpe molto a punta e delle giacche bianche strette come mute da sub ci disse che quello stile si chiama barocchetto, ed è demodè e provinciale. A me non sembra né demodè né provinciale, a me sembra solo rosso e basta. Ma non un rosso uniforme da città norvegese, nè tantomeno un rosso variopinto a coprire le lamiere sudamericane. Mi pare un rosso vecchio e nostalgico virante all’arancio, che cambia da palazzo a palazzo in così tante cromie che i Pantone gli fanno un baffo a queste sfumature qua.
La casa di fronte alla mia è rossa, rosso chiaro, quasi arancio se il cielo non è bianco. E succede che il rosso non è uniforme, ma cambia soprattutto nella sua consistenza architettonico-sociale; nuovo dove ci sono avvocati e medici e notai, e scrostato dove ci sono avvocati e medici e notai che affittano a figli di avvocati e medici e notai migrati all’università. A sinistra quello scrostato, poi una linea impercettibile, e di seguito il rosso nuovo di restauri.
Succede che questo rosso un po’ arancione un po’ demodè un po’ barocco lo hanno abbinato a delle persiane color  azzurro carta da zucchero che al salire dei piani migliorano le loro qualità di persiane del centro di Bologna. Le finestre del primo per esempio sono sigillate, tappate, che non ci esce nemmeno l’odore della minestra da quelle persiane lì, sono mangiate, con la vernice scrostata e con le crepe sulle assicelle. Quelle del secondo sono scolorite di pioggia, socchiuse. Quelle del terzo cromate e coi fermi in ottone. Quelle del quarto non le vedo perché io sono troppo in basso. Posso vedere  solo che sono tutte aperte, per prendersi la luce, mentre al primo piano ci hanno rinunciato alla luce del sole alto alto oltre il foglio A4; e la sera vedi tante lampadine a basso consumo, quelle dell’ikea. Fanno una luce gialla quelle lampadine lì, e la sera chi ce l’ha si nota.
Succede che il muro portante rosso un po’ arancione è a meno di quattro metri da me. Succede che mentre torco il collo per guardare in alto lui è proprio di fronte a me, e gira per la stanza in mutande e maglietta, con la pancia che sporge e i capelli un po’ legati, e fuma di continuo, e il posacenere ce l’ha sul davanzale, come me. Secondo me l’ha costretto la sua morosa a metterlo lì, che anche io costrinsi il mio ex moroso a fumare fuori, e lui lo faceva per davvero, anche se fuori c’era la neve. Fuma per la stanza ed è nervoso , si vede perché cammina avanti e indietro come cammina chi ha bisogno di andarsene via ma non può. E allora si mette a gridare che lui lavora come una bestia e ogni mattina si alza che è stanco come se non dormisse mai e la città gli pare una via crucis e lei è una stronza perché non lo ama, perché è stressata , perché è una nevrotica e un’acida. Lei non la vedo, ma sento che risponde, e gli risponde come ogni volta che litigano e gli dice che lui campa alle sue spalle, che è un bambino, che è un rompicoglioni. Delle cose che all’amor cortese gli piacciono un sacco gli dice.
E allora lui la manda affanculo con tantissime effe, e lei non parla più.
Io vedo che mi vede, e faccio finta di cincischiare con la sigaretta nel mio posacenere sul davanzale. E mi ricordo di una mattina che quei due litigavano alle sette ed era domenica, e allora una ragazza si è affacciata alla finestra e ha gli ha detto di smetterla, che era domenica e noi volevamo dormire e allora mi sono affacciata anche io e c’era la gente in pigiama alle finestre e ridevamo tutti complici e solidali contro la sveglia.
E succede che probabilmente anche loro mi vedono quando discuto col moroso, o quando mi metto il pigiama, o quando fumo e penso e mi affaccio con tutto il corpo e guardo verso l’alto per vedere che tempo fa e se c’è il sole che mi pare una palla lontanissima nascosta dalla cappa, dall’A4 bianco e dai tetti.
Chè io a tutta la gente che ama i tetti di Bologna gli vorrei dire di vederli da qua sotto i tetti.
E succede che ci sono due ragazzi delle medie che si baciano contro la serranda del retro della pasticceria, e li lascio al loro amore di scritte sugli astucci e palpate nei vicoli dove non ci si vede più niente, e di salive contro orecchie che speriamo che mi sono lavato bene, che speriamo che non si accorge che mi tremano le gambe, che speriamo che si fermi tutto il tempo adesso.
E succede che quando entro nella mia stanza non vedo più la finestra di fronte ma solo il muro rosso un po’ arancione e mi sembra di stare in un altro posto senza persone e senza suoni, chè a perderle le coordinate non ci vuole poi molto.
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metafore culinarie

Ci sono padelle col manico così lungo che se le metti sul fornello si sbilanciano. Trovano una stabilità solo se ci versi qualcosa dentro. In questo caso, hic et nunc, un uovo.
E a me queste padelle mi fanno pensare a quelle persone che per stare bene e in equilibrio hanno costantemente bisogno di esser riempite di persone e presenze altre. Poi quando il contenuto se ne va, cadono.

A domanda risponde

Bambina:-Maestro, la dada (io) mi ha detto che la guerra è una cosa brutta e che ce ne sono tante nel mondo-
Maestro:-La dada dice cose che non sono vere, e poi le guerre mica sono qui, sono lontane-

dopo nemmeno mezz’ora

Altra bambina: – Maestro, ma è vero che domenica nevica?-
Stesso maestro: – Ma mica dove siamo noi, cade a 500 metri di altezza-

Eccerto, mica dove siamo noi. Cinquecento metri più in là.

IF.

Se saprai conservare la testa, quando intorno a te
tutti perderanno la loro e te ne faranno una colpa;
se crederai in te stesso quando tutti dubiteranno,
ma saprai capire il loro dubbio;
se saprai aspettare senza stancarti nell’attesa,
ed essere calunniato senza calunniare;
o essere odiato senza dare tu sfogo all’odio,
e non apparir troppo bello, né dire cose troppo sagge;

se saprai sognare senza fare del sogno il tuo padrone;
se saprai pensare senza fare del pensiero il tuo fine;
se saprai incontrare il trionfo e il disastro

e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se saprai sopportare di sentire le tue parole giuste
falsate da furfanti per ingannare gli sciocchi;
o vedere le cose per cui hai dato la vita spezzate,
e curvarti e ricostruirle con logori utensili;

se saprai fare un mucchio di tutte le tue vincite
e rischiarle in un giro di testa e croce;
e perdere e ricominciare da capo
senza fiatare sulle tue perdite;
se saprai forzare il tuo cuore, i nervi e i tendini 

per assecondare il tuo volere, anche quando essi sono consumati;
e così resistere, quando non c’è più niente in te,
tranne che la volontà che dice loro: “tenete duro!”;

se saprai parlare alle folle e mantenerti virtuoso,
passeggiare con i re e non perdere la semplicità;
se né i nemici, né gli amici potranno offenderti,
se tutti conteranno, ma nessuno troppo;
se saprai riempire il minuto inesorabile,
dando valore ad ognuno di quei sessanta secondi;
tuo sarà il mondo e tutto ciò che esso contiene,
e, ciò che più conta, tu sarai un Uomo, figlio mio.

mancanze

Ci sono delle mancanze che ti iniziano a mancare anche se sono ancora presenti. Io questa cosa non me la spiego. Ci sono mancanze che sai ti si apriranno a breve come buchi nel puzzle e già stai male all’idea. Sofferenza preventiva la chiama qualcuno. Poi succede che ci sono mancanze che realizzi dopo anni di trastullamenti e perdite di interesse, e le rimpiangi oppure le idealizzi, o forse fai entrambe le cose.
Te lo ricordi quando hai scoperto che potevi tenere gli occhi aperti sott’acqua?
Te lo ricordi quando hai scoperto di poterti tuffare da una cascata senza farti male?
Te lo ricordi tutto quel rosmarino dentro le maglie, le mani, le narici?
Ci sono mancanze che non te ne accorgi, che puoi ignorare e andare bene avanti dentro e fuori dai binari. Poi arriva il primo gennaio ad ottobre e devi per forza farci i conti con quelle mancanze lì, chè l’anno per molti inizia in autunno, come le scuole e i contratti precari.
Poi ci sono mancanze future che ignori perchè non è ancora il momento, e un giorno a lui trema la mano e sai che arriveranno presto e allora piangi disperato per non avere lacrime dopo.

Yo vi siempre el mundo de una manera distinta, sentí siempre, que entre dos cosas que parecen 

perfectamente delimitadas y separadas, hay intersticios por los cuales, para mí al menos, pasaba, 

se colaba, un elemento, que no podía explicarse con leyes, que no podía explicarse con lógica, 

que no podía explicarse con la inteligencia razonante.

Julio Cortázar .

descriviti in 5 righe

mi chiamo marianna rocco, ho ventotto anni, sono nata a san benedetto del tronto ma vivo a bologna e mi manca il mare. sono volubile, medito spesso di tagliarmi i capelli ma alla fine non lo faccio mai. ho finito l’università in fretta perchè non ne avevo più voglia. Ho problemi con l’immobilità e questo che scrivo l’ho pensato mentre pedalavo.

ieri sono stata a un corso di scrittura emiliana con paolo nori, che ha scritto il libro che leggo più spesso quando mi va di sorridere e poi di guardare fuori dalla finestra.
allora ero a questo corso di scrittura, e lui ci aveva chiesto di descriverci in 5 righe.
Io ho riempito due pagine di quadernino.
Poi ho scelto le cinque righe che ero più io.

migrazioni

C’è chi crede in reincarnazioni e vite.
Io non lo so se ci credo, piuttosto penso che siano una sovracostruzione umana al normale processo di nascita e morte e trasformazione; ma a volte penso che se ci credessi sarei certa di essere stata in passato un uccello migratore con la nostalgia di casa, che all’arrivo del freddo se ne va verso posti caldi pregustando il sole sulle piume ma che ha ben presente nel piccolo cervello da uccello il posto da cui parte sentendone immancabilmente la mancanza.
Ecco perchè il freddo mi rende nervosa.

Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? Lo sa, per caso?
Il giovane Holden, J.D.Salinger