appunti.

Era nel cestino della mia bici. 
La mia bici si trovava in una via laterale del mercato. 
Il mercato era pieno di gente perchè è sabato e perchè manca poco a Natale.
Dato che ho subìto in sei anni: tre furti di biciclette, un furto di sellino, un tentativo di furto che ha fatto sì che si rompesse la catena, un tentativo di furto che ha fatto sì che si bloccasse il lucchetto, un’appropriazione indebita di graziella; hanno pensato bene di lasciarmi un promemoria.
Inauguro pertanto oggi la rubrica Appunti di Onirismi et Onanismi.
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mezzi di trasporto

Mi schiaccio un’arancia sul naso per non vomitare. Il furgoncino traballa su strade di polvere, scivola sulla ghiaia, accelera dentro foglie più grandi della mia pancia. Il furgoncino è una specie di fiat fiorino con un cassone dietro su cui ci sono due panche di legno. Il mio sedere si disintegra sul bordo della tavola. Mi stringo al sedile, siamo incollati l’uno sull’altro, pigiati, inscatolati, prendo la mano del mio compagno di viaggio, si schiaccia un’arancia sul naso anche lui mentre accanto a noi un bambino si aggrappa stretto alla mamma nel vortice di strade della selva. Piange, e lasciamo che giochi coi nostri piedi, che rida delle nostre smorfie, che si lasci irretire dal solletico di mani mentre la furgoneta arranca sbuffando. Davanti a me una india sorride sdentata, le marlboro vengono equamente distribuite tra gli uomini, le donne sono belle e fiere nel cotone colorato, gli uomini composti nei cappelli di lana. Scendiamo e mi gira la testa, e mi viene da ridere. Lo zaino è pesante, i piedi ancora toccano terra, gli occhi ringraziano il sole. L’arancia sul naso è servita a poco.
Sull’autobus la gente è sola, pressata in lattine di autocomprensione, di autocommiserazione. Mi chiudo la zip della giacca fino al naso, fa il rumore dell’impermeabilità che ci si spalma addosso la mattina appena suona la sveglia. E’ il suono di una zip che si riapre dopo il pigiama.
L’autobus devia per lavorincorso, barricate di birilli e cemento nel marrone della città; il vociare disseminato tra i sedili arancioni cresce fino a un’artrosi di parole e di punti di domanda.
Le dita si intirizziscono sull’abbonamento studenti, gli occhi si fissano sull’andirivieni di mattoni auto biciclette portici palazzi rotatorie viali, le orecchie nelle cuffie non lasciano spazio alla metamorfosi del cigolio di ferro e gomma, il naso rosso di freddo ringrazia l’entrata nel centro storico e la conseguente accensione del riscaldamento.
Le nevrosi dell’homo sapiens si alternano a manciate di frangette giudicanti e a sporadiche definizioni di atrocità.
Il sole lo vedo quando mi sveglio, se guardo all’insù oltre il palazzo.
I piedi imbacuccati si trascinano a casa, toppa chiave ascensore secondo piano toppa chiave borsa cappotto sciarpa pipì scrivania letto.
silenzio
i panni sporchi si stendono in casa
buio.