il polverone

Nella valle dei crateri una o due volte ogni cento anni c’è un vento che si chiama il polverone, che sale dal fondo della terra lungo gli imbuti asciutti dei crateri e per tre giorni come le lingue dei gatti che raspano, lecca le case e le facce degli abitanti di quella zona.
E allora succede che tutti perdono la memoria e i figli non riconosco più i padri, le mogli i mariti, le ragazze i fidanzati, i bambini i genitori e tutto diventa un caos di sentimenti nuovi.
Poi passa il vento, risucchiato dentro i crateri, e lentamente ogni cosa torna come prima e nessuno ricorda quello che è successo nei tre giorni del Polverone.
(Il Polverone, Tonino Guerra)

<La casa era immersa in un profumo viola e al suo interno non si udiva mai un rumore.
Come se le pareti, i pavimenti, gli oggetti e gli abitanti fossero ricoperti di ovatta.
I mattoni sembravano non volersi piegare ai disegni dell’architetto, il portone di legno era buco nero per un mondo isolato, i balconi sfiorivano di ciclamini.
All’interno soltanto tendaggi e rossori e tazze di tè.
I bambini avvezzi all’arte del silenzio giocavano muti nel cortile.
Uno sguardo d’intesa ogni tanto.
Un’occhiata rapida, una fissità di bulbi oculari o un battito di ciglia fugace  decretavano il gioco da fare, e allora trasformavano una trave in una nave, una scatola in un fortino e una fila di sedie in un trenino.
I genitori si parlavano attraverso il linguaggio tacito degli sguardi; solo ogni tanto la mamma emetteva uno sbuffo, un sospiro, un affanno, come a voler cacciar via una zanzara. Poi tornava ad essere la mamma, e nessuno prestava caso agli sbuffi.
Tutto scorreva immobile e uguale nella casa dal profumo viola, un equilibrio nella ripetizione, la certezza nella replica. L’ignavia nella coercizione.
Ma un giorno in cui il sole batteva a picco e non lasciava spazio al respiro e da sud arrivavano scirocco e sabbia, il silenzio iniziò a farsi rumore, come caos di sentimenti nuovi, come chiasso di parole non dette, come sguardi fonti di malintesi.
I codici saltano, i gesti non funzionano più, le bocche si aprono, il vento rompe vetri parole e pensieri, le orecchie sudano suoni.
E la mamma, agghiacciata da quel nulla si mette al piano;e dai tasti bianchi e neri non esce altro che un clic.





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l’uomo di fumo

L’uomo di fumo cucina sempre per tutti facendosi aria con rosmarini e silenzi. Scruta l’uomo di fumo, e ogni mattina lavora cenere e caffè per una faccia senza occhi che celi la vanità.
Parla piano l’uomo di fumo, si nutre di parole e di note a piè di pagina. Parla e si tradisce, a volte, per un’impossibile benevolenza, per un’inattuabile clemenza.
Sorride a denti stretti e sputa quando non lo vedi.
Agisce in sordina, striscia senza fare rumore, te lo ritrovi accanto con un’assiduità da spia dell’ex unione sovietica. Gioca a Risiko l’uomo di fumo. Gioca a Risiko piano, lento, fumando poco e offrendo vino rosso, distraendo, acqua cheta rovina i ponti, molla il colpo e ritrae la zampa.
La sua mano è sempre candida.
Si appropria l’uomo di fumo, si appropria di cappotti a scacchi e federe e chiavi.
Ma come nelle sere di briscola, basta aprire le finestre, e togliere dalla stanza l’alone.
L’uomo di fumo è solo di fumo.

ma per seguir virtute e canoscenza

Quanto conta la conoscenza in Italia?

E quanto poco conta la canoscenza?
Tutto è lecito purchè si tiri acqua al proprio mulino, e se dentro al mulino ci si infila un pò di sano populismo ancora meglio.
Quando si mette in mezzo sé stessi il livello di etica personale e professionale si abbassa vorticosamente, scende in picchiata come alice che cade nel pozzo. Ci si giustifica di magheggi un pò loschi un pò sottobanco attraverso il cavillo legale, la giustificazione del codice, l’aggiramento del penale, il filosofeggiare giuridico. Attraverso l’asserzione che tanto la legge lo permette; che tanto lo fanno tutti.
Lo fanno tutti.
Lo fanno tutti.
Lo fanno tutti.
Il mantra dell’italiano.
La frase preferita dopo il crollo del muro.
Piccoli Hare Krishna con le mani giunte sul sorpasso a destra e gli occhi fissi al fregafrega selvaggio.
E allora via con la lettera di amichevole raccomandazione, i certificati bollati di cazzate, i titoli che piovono dal cielo, i puntini di omissione monetaria, gli occhi illanguidenti, la ricerca della comprensione, della compassione, dell’autogiustificazione.
Quando siamo diventati così? Un branco di pusillanimi disposti a tutto. Un branco di sbrodoloni che vuole la pappa pronta e pure imboccata. Un branco di conigli che tanto per lavorare e far lavorare c’ha la conoscenza. Una conoscenza là e una qua, e la qualità professionale si inabissa; una conoscenza in alto e una in basso, tanto per essere sempre nel mezzo, ben nascosti, chè in medium stat virtus. 
Salvo poi alzare il pugno e leggere il manifesto e fare finta di avere il passamontagna. Zapatisti de noartri.
Quant’è bello fare i rivoluzionari con le chiappe altrui. Quant’è bello tirare in ballo colpe e responsabilità statali, politiche, storiche, sociali in uno scaricabarile senza fine. La colpa è sempre di quello che sta sopra, o sotto. Basta che non sia la tua. La colpa è del vento che tira. La colpa è del muro che crolla, della pioggia che cade, di mia madre che non c’è e di mio padre che non si vede.
E sulla coscienza mi ci faccio una risata, mi do una pacca  di coraggio sulla spalla, mi asciugo una lacrima di autocommiserazione, e poi canto pure che la storia siamo noi, perchè ci credo davvero, perchè non sto facendo niente di male perchè tanto
Tanto lo fanno tutti.
Tanto c’ho la conoscenza.
E se lo fanno tutti e se c’ho pure la conoscenza giusta allora posso vivere sereno con le cartacce dove non le vedo.