palermo cinquanta

Palermo cinquanta
Cammina ad occhi chiusi Carolina. Un piede e poi l’altro in una cadenza sacrale di fagioli sgranati
con mani troppo piccole. Un piede e poi l’altro sul muro di cemento del cortile.
Lei conosce a memoria i punti in cui i vecchi del quartiere anni prima avevano incastrato i cocci di bottiglia, ma ogni tanto un occhio lo apre.
Davanti a tutti Carolina, con le trecce sciolte e la gonna sollevata per far vedere le gambe.
Si arrampica sul muro, dita e mani e piedi nei buchi del cemento. Chiude gli occhi e respira forte.
“Taliàte Nina s’appiccicò n’capu au muru.”
“Accumincia u spettaculu”
“Accura Nina”
Un passo dopo l’altro sul cemento caldo d’estate e di piscio.
Cinquanta passi per la camminata quotidiana. Un minuto di apnea. Un fischio lungo e ripetuto e poi
Nessuno fiata
I giochi posati
Le lucertole strette nel pugno
I baci interrotti
Le gambe incrociate sulla polvere grigia
Cinquanta passi.
Cinquanta come i secondi tra Antonio e Rosa per confondere quel po’ che basta di umori e partorire una bocca in più su cui far nascere denti.
Cinquanta come i minuti impiegati da Rosa per scoprire l’ennesimo paio di graffi non suoi e poi stare in silenzio. Muta. Perdere le parole. Stringere il cuore e le cosce. Per almeno cinquanta giorni. Poi la lingua le tornava a sonagli e la gonna era troppo pesante per tenerla stretta stretta sui fianchi.
Cinquanta come i pensieri di Carolina prima di dormire
le mani intrecciate sotto il cuscino
il respiro delle sorelle addormentate
le sedie spostate di là in cucina
Cinquanta i minuti per andare a piedi fino al Teatro Massimo, annusare profumo giallo e puzza di naftalina, osservare Palermo in fila, sgattaiolare tra gambe in reggicalze pantaloni neri scarpe lucidate con sputi di cameriere dita strette su tacchi troppo alti, muta tra i paltò inutili le lunghe giacche i soprabiti di seta. Schivare i bigliettai voltare subito a destra chiudersi in bagno finché lo spettacolo non inizia aspettare lo spegnimento delle luci di sala togliersi le scarpe tenerle in una mano provare la sensazione del tappeto rosso sotto le dita sporche dei piedi andare rapida verso i palchetti centrali tuffare le dita sulla borsa portarla in bagno arraffare l’arraffabile e poi finalmente godersi lo spettacolo. Solitamente ciccione con l’ugola in fiamme.
Tornava a casa Carolina sudata schivando piscio cacche di cane voci notturne serrande chiuse pomodori lasciati marcire
le mani intrecciate sotto il cuscino
una collanina
un portamonete ripieno
Cinquanta i respiri di Carolina prima di addormentarsi in una specie di ghigno
Cinquanta i bambini del cortile. Bambini con i loro nasi pieni di caccole e le ginocchia di croste le parole troppo affilate e i bastoni in mano.
Cinquanta i passi sul muro di cemento. Da un lato il cortile dall’altro erba alta ortiche fichi d’india sassi piscio di cani carcasse di mobili lasciati all’incuria bossoli e segreti di chissàchi. Cinquanta passi tra casa e il resto del mondo. Saltare il muretto, imparare a baciare con la lingua tra i panni stesi al sole di un terrazzo lontano, a sputare lontano sulla terra aspra e cotta da un sole impietoso, a  tenere le gambe strette e lo stomaco fermo sulla barca di un pescatore.
“E’ strana sta picciridda”
Equilibrista sul cemento, conta i passi Carolina ad occhi chiusi.
Di là dal muro intanto i giochi riprendono, cinquanta passi sono troppi e Carolina è troppo secca troppo lenta troppo concentrata stavolta.
Le lucertole strette in pugno sobbalzano in cerca di code sotterrate
gatti miagolano contro petardi
qualcuno piange di terra all’angolo del cortile
gli occhi si infiammano di dentifricio
Le lingue riprendono a sferzare
Cinquanta passi tra Carolina e il resto del mondo. I piedi sussultano le bottiglie tagliano il sole scotta sul cemento pisciato le ortiche attutiscono il tonfo.
Nessuno fa caso all’equilibrista del cemento sparita nei giochi.
I cavalli nitriscono nelle stalle del borgo vecchio
la radio canta neomelodiche armonie dai mielismi arabi
le patate cuociono per pochi soldi
i cartocci sono pronti per essere riempiti
le mani si ungono di olio e pane
in piazza sant’oliva le pulle vendono gioia a buon mercato
le vecchie siedono su sedie da campeggio troppo piccole per i loro culi di cellulite e panelle
un uomo accarezza la borsa di una donna
il cortile frinisce di cicale
Cinquanta ore prima di trovare Carolina scomposta tra le ortiche.

le cose belle di oggi

Uscire a fare una passeggiata serale ed incrociare una coppia di sessantenni mano nella mano intenti ad osservare e commentare le prelibatezze della vetrina del sexy shop sotto casa mia con tanto di risatine e sbuffi tardoadolescenziali.
Ascoltare le note provenienti dalla piazza maggiore direttamente dal balcone, e scoprire che quasi tutti i vicini hanno avuto la stessa idea.
Pensare che Giugno è quasi finito e tirare un sospiro di sollievo.
Sapere di essere a duecentosessantacinque chilometri da Pontida. 

bread and roses

Martina l’altro giorno mentre costruivamo rose di cartapesta a un certo punto mi ha detto che l’amore è annusarsi. Me l’ha detto così, senza preamboli, parole sparate dritte negli occhi, una frase a bruciapelo di quelle che a volte precipitevolissimevolmente escono dalla bocca e sono come frecce buone.
Martina ha sei anni, i capelli a caschetto tagliati con le forbici della cucina e le unghie con lo smalto rosa di mamma. Le piacciono le bambole perchè le piace vedere cosa c’è dentro; i grandi emozionati le dicono che potrebbe fare il medico, lei invece dice che vuole fare il meccanico così può sporcarsi senza che la mamma le dica di lavarsi sempre le mani. Martina mi ricorda molto una certa bambina che aveva sempre le ginocchia sbucciate e odiava la scuola perchè si dovevano indossare le scarpe.
Martina è la mia preferita ma non lo do a vedere, e lei a volte dice certe cose che sa che mi farebbero piacere per strapparmi un sorriso e farsi fare un buffetto sulla testa. Allora Martina snocciola parole che mi fanno pensare. Dice che l’amore è annusarsi, perchè la mamma prima di uscire si fa bella e si mette sempre il profumo, quello nella bottiglia gialla, e il fidanzato della mamma quando viene a cena odora sempre di bagnoschiuma. A Martina piace l’odore di fragola, quello di limone e il borotalco, e immagina che si debba profumare sempre di buono per la persona che si ama. 
E io vorrei dirti che è vero Martina, che l’amore è annusarsi e che poco sotto la base del collo c’è una piccola cunetta che custodisce il fondo dell’odore. Vorrei dirti Martina che l’odore si cambia, come cambiano gli alberi le foglie di stagione in stagione, che la paura ha odore di ferro e la noia di latte, che la vecchiaia odora di dolce e la città da cui scegli di andartene di cenere. Vorrei dirti Martina che l’amore odore di pane, e se lo riconosci quell’odore tienilo stretto tra le narici, perchè se lo impari lo scegli tra milioni. 
Ma adesso Martina finiamo la rosa di cartapesta, e lasciamoci il tempo di farci entrare nelle narici solo gli odori che siamo in grado di riconoscere, perchè poi il pane si secca e non è più buono da mangiare.