dissertazioni temporali

A volte mi par di vedere che bisogna avere il tempo per prendersi del tempo.
Da lunedì a venerdì siamo come il funghetto il fiasco il candelabro del monopoli, pedine che si trascinano cercando di conquistare con le unghie e coi denti il parco della vittoria. Siamo impeccabili, integerrimi, quadrati, con il cervello che macina informazioni racchiudendole in compartimenti stagni, con quello strato che sta sotto la pelle che cessa di esistere, con le gambe composte e la schiena bene eretta da homo sapiens. Il venerdì sera respiriamo, allentiamo la cravatta, ci sediamo storditi sul divano, gambe larghe e birra in mano, fotocopie a colori dell’impiegato fantozziano. Mormoriamo frasi a mezza voce, cercando compatimento e comprando gioia a buon mercato, certi di aver assolto alla nostra funzione di uomini e donne pensanti, attivi, con un ruolo nella -ahimè- società civile, con una sedia sotto al culo che ci permette di sollevare il dito indice e modello zio sam puntarlo contro chi quella sedia sotto al culo non ce l’ha.
Eh già, cari miei, siamo il paese degli appalti, dell’edilizia sfrenata, qui bisogna costruirsi, mattone mattone, calce calce, cemento cemento. Qui bisogna prendere in mano il proprio destino, spremerlo come un limone, farne succo da far bere ai veri intenditori della vita. Qui bisogna trasformarsi in trattori dall’aria compassionevole, in macchine da guerra caritatevoli, in kalashnikov distrutti dalla fatica del lavoro, in monaci che trovano redenzione nella stanchezza della giornata di otto ore più due di auto per andare e tornare dal parco della vittoria. Qui bisogna scegliere una strada ben tracciata, o all’occorrenza farsela tracciare da qualcuno, da qualcuno con le mani lunghe e la generosità da ricompensare. Qui bisogna scegliere il proprio cammino, scavare dei solchi per terra e non uscirne mai, se non per qualche scappatella innocente e consentita. Qui bisogna tapparsi gli occhi, perchè io sono una parsona di buon cuore ma homo homini lupus, perchè io mi faccio in quattro per gli altri ma mors tua vita mea. Bisogna essere competititvi, coi denti bianchi, la borsa piena di curricula da far svolantinare giù da elicotteri, le unghie corte, i piedi buoni, lo sperone sulla caviglia da usare al momento giusto.
Rincorsa, affanno, stanchezza, ma sempre col sorriso sulle labbra.
Cosa fai nel tuo Tempo Libero?
A me piace andare alle mostre e a teatro. Come dire, vorrei scopare sul divano tutto il tempo ma la mia donna è troppo frigida e mi consolo sbirciando reggicalze ai vernissage.
A me piace viaggiare. Viaggi organizzati però, così non incontro contrattempi inutili. Come dire, me ne vado in Brasile e mi faccio portare snack a buon mercato in camera. Alloggiando in quattrostelle non c’è il rischio che siano avariati, e le lenzuola sono sempre fresche.
E poi ci sono le coppie, quelle che ci siamo lasciati perchè non abbiamo piu interessi comuni, e il suo Tempo Libero non coincide col mio.
Curo i miei hobbies nel week end.
Rassetto casa durante le ferie.
In vacanza ci vado ad Agosto.
Esco solo nel fine settimana.
Vedo la famiglia a Natale.
Sto con gli amici a pasquetta.
Vado dal parrucchiere il sabato pomeriggio.
Compro on line così risparmio tempo inutile.
Suono il clacson quando sul raccordo c’è la fila.
Impiego un’ora, ti rendi conto, un’ora, per andare a lavorare.
Prendo solo l’alta velocità.
Non ho Tempo per fare figli.
Non ho Tempo per organizzare il mio matrimonio.
Non ho Tempo per alzarmi dieci minuti dopo che è suonata la sveglia.

 E… concetto difficile mi rendo conto, se lo chiamassimo solo tempo, e basta?


PS: l’uso della prima persona plurale è puramente dimostrativo.

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i motivi per cui.

…I gringos… Non sopporto il loro modo di fare, la loro ipocrisia, il loro puritanesimo ripugnante, i loro sermoni protestanti, le loro pretese sconfinate, e il fatto che in ogni circostanza uno debba essere very decent e very proper. So che da noi sono tutti ladri e figli di puttana, ma anche le più grandi porcherie le fanno con un pò di senso dell’umorismo; i gringos invece nascono e restano arroganti, anche se sembrano così rispettosi e perbene. E poi mi sconcertano tutti quegli stronzi parties dove tutto -dalla vendita di un quadro alla dichiarazione di una guerra- si risolve dopo aver ingerito molti cocktails piccoli piccoli (non sanno nemmeno ubriacarsi con gusto e come si deve), a patto che chi vende il quadro o diachiara guerra sia un personaggio importante, altrimenti non lo degnano neppure di uno sguardo…
Mi dà sui nervi che la cosa più importante per tutti a Gringolandia sia avere ambizioni e diventare somebody.
FRANCAMENTE NON HO LA MINIMA INTENZIONE DI DIVENTARE QUALCUNO.

(Da una lettera di Frida Kahlo a Leo Eloesser, Coyoacàn, Mexico DF, 15 MArzo 1941)

Tagliare la corda

Io il mio albero genealogico non l’ho mai ben capito.
Un milione di rami dal destino simile ma dalle radici diverse.
Un milione di rami la metà dei quali passati oltreoceano in cerca di fortuna.
Io non lo so se ce l’avevano anche loro la valigia di cartone. So che sono andati a BuenosAires, a Detroit, a Chicago, in Canadà, in Messico. in quel luogo immaginario che si chiamava Lamerica.
Io so che sono partiti per fame, per colpa di terreni aspri e stanchezza di volti. Perchè tra una vita di stenti e un salto sul mare era preferibile certamente un salto sul mare, anche se il viaggio durava un mese, anche se ti moriva un figlio sulla nave e tu dovevi tenerlo stretto stretto sotto al cappotto per non fartelo buttare in mare, anche se la pelle ti si cuoceva per il sale e quando arrivavi ti frugavano sotto la gonna in una lingua di vocali troppo larghe.
Io so che poi hanno aperto saloon, hanno viaggiato su carri merci nascosti tra un vagone e l’altro al confine tra messico e stati uniti, hanno costruito il porto di BuenosAires, hanno vissuto a Palermo (Palermo il quartiere, non Palermo in Sicilia, anche se le radici toccano persino l’isola), hanno cucito suole di scarpe.
Io so che le donne avevano nostalgia, soffrivano di saudade; gli uomini no. O per lo meno non lo davano a vedere.
Una donna è tornata, cinque o sei o sette figli (nessuno ricorda) attaccati alle gonne e poi genova e poi la guerra e poi perdite e poi ancora fame.
Io so che una voleva ritornare, però aveva una tessera di troppo. E Lamerica non l’ha voluta.
Io ora non parlerò di Lampedusa perchè se ne vorrò parlare ci andrò.
Io ora non dirò niente delle due barche affondate, di coloroche vengono appellati in maniera giuridicamente incompetente clandestini, dei centri di identificazione ed espulsione, di quelli che sono effettivamente dei rifugiati; non dirò niente perchè dire significa scrivere e per scrivere devi aver provato addosso, ma i miei occhi non hanno visto e le mie mani non hanno toccato.
Io ora non ho fame. Io ora non è che non abbia alternative. Io ora sono costretta alla migrazione verso Lamerica non per stenti o disperazione, io sono costretta nella maniera più viagliacca in cui uno possa essere costretto.
Come quando fai domande e ti arrovelli con un interlocutore per cercare una soluzione e lui schiera di fronte una muraglia cinese di No, e poi piazza qualche sporadico Si in posti in cui non è che ti piacerebbe proprio sederti. Come quando parli con qualcuno e risponde abbassando gli occhi, che è peggioc he dire No, e allora devi essere tu drastico, tocca a te (anche se non toccherebbe a te, anche se non è compito tuo), rimboccarti le maniche in alto sui gomiti e tagliare la corda.
Tagliare la corda tra te e qualcuno, tra te e molti, tra te e un posto.
E poi diciamocela tutta, la saudade è solo di chi se ne va non di chi resta. A chi resta bastano le gomme per  cancellare.

Forse sono io quella che ritorna?

Il treno che da Bologna va verso il mare, attraversa la pianura in un rollio uniforme e poi ad un tratto svolta di colpo, come nelle montagne russe, e alla tua sinistra le onde gli passano vicino alle ruote, e tu hai la netta e precisa sensazione di esssere un gabbiano, magari non jonathan livingstone, un gabbiano qualunque va bene, e di planare sulla schiuma bianca.