La neve non mente mai.
Nemmeno i sogni lo fanno.
E se sogni di sognare la neve è buon segno.

E comunque, auguri, siamo in guerra.
That’s amore.

Annunci

casteldebole

ho sognato che attorno alla mia faccia giravano un cerchio e due quadrati e io mi muovevo sui muri come i ballerini di trisha brown, qualcuno mi toccava la spalla e io regredivo fino alla fase uterina.
mi sono svegliata con la testa in fiamme, colpa dei quadrati e del cerchio credo.
prima stavo salendo sul diciannove e un tizio improbabile mi fissava la pancia, io ascoltavo bjork e devo averlo guardato con gli occhi spalancati, allora lui mi ha toccato la pancia e mi ha detto sarà un bel maschietto.
se lo spirito santo mi appoggia, prima del duemiladodici  assisteremo tutti alla venuta del nuovo messia (così magari facciamo contenta anche qualche religione finora insoddisfatta e ancora in attesa).
poi sono salita sull’autobus e ho letto tonino guerra fino a casteldebole.

Nino

Nino aveva iniziato a fumare alla vigilia dei suoi trent’anni.
Aveva sempre aggirato il problema del vizio spizzicando marlboro da tasche di amici benevoli, quando la birra e le chiacchiere delle due di notte necessitavano di una boccata di nicotina per essere leggere come fumo e uscire dalla finestra.
Ma il diciannove marzo duemilaundici aveva intrecciato le braccia al petto e aveva chiesto
un pacchetto di Camel blu.
Una dopo l’altra, come in un rosario, seduto alla scrivania di mogano.
La prima fu tosse di disabitudine tra le dita, come quando a dieci anni aveva rubato una manciata di Nazionali senza filtro da una tasca di cappotto e si era fatto riempire di scappellotti, oltre che di raucedine.
La seconda fu lesta e poco meditata. Come quella volta in cui non aveva ponderato affatto che uscire mano per la mano con la fidanzatina di un compagno di scuola più grande e nerboruto di lui, di professione contrabbandiere quindicenne, gli avrebbe provocato un occhio pesto e un mese di occhiatacce e ammiccamenti tra le mura del Ginnasio.
La terza era scoglio di Egadi in fiamme, corpo ansante tra i flutti, baci sbocconcellati tra un tira e molla di no e forse e si, di mani strette e poi slegate, di cuore rappreso dietro a occhi troppo castani, di tappeti spiegati sotto a piedi disabituati a correre.
La quarta era amara. Come quel dì di lacrime amorose e sommesse di fronte alla madre, che paziente ascoltava e fumava, una mano tra i capelli del figlio e l’altra sull’accendino, in consolazione e conforto, pena e indulgenza, riparatrice fragile di cuori spezzati e calzini bucati.
La quinta era ritorno nel cortile alberato, parole mangiate tra una birra e un “cosa?”. Si era seduto, gambe larghe sul gradino, capello rasato e sguardo storto sui suoi amici, troppo sorridenti e troppo poco abbronzati nelle loro maglie etniche. Gli passavano davanti e ammiccavano vedendolo affannarsi su un mozzicone alla Gighen da raddrizzare in bocca.
La sesta. Lui aveva festeggiato, raschiato il fondo della bottiglia, accettato le mille sigarette offerte, ingoiato i polmoni, e si era stampato un sorriso ebete che gli impediva di tenere dritta la testa. Lei lo sorreggeva, ridendo, coi capelli sciolti che le si appiccicavano alla fronte sudata, una sigaretta senza filtro in mano e i piedi carichi del peso di entrambi.
La settima. Hanno forato la vespa due volte, la polvere si incolla ai vestiti, lui impreca spingendo sulle ruote ormai inutili, il meccanico le fissa le gambe dense di estate e di onde; ma la città di P. è bella alla luce del tramonto e lei irride la loro sfortuna, gli soffia il fumo in faccia mentre lui storce la bocca, “torniamo a casa” , dice.
L’ottava odora del cono capovolto che sta nel sud più sud del mondo. Odora di scarpe sfondate e di zaino troppo pesante, odora di occhi troppo piccoli per afferrare tutto, di mare e di vento, di onde e solitudine. Ha l’odore dell’oceano frapposto tra sé e tutto il resto. Un oceano di mezzo come una gomma per cancellare.
La nona. Una stanza d’albergo dalle pareti verdi, le mosche spiaccicate sul vetro, i vestiti buttati per terra, una bottiglia che passa da una mano all’altra. Facciamo un gioco dice lei.Ma esitano entrambi. Bevono entrambi. Brucia tequila nella gola e nella testa, “passami la bottiglia, fumati una Delicados”
La numero dieci. Ride lei con la tequila che le cola sul mento, lui la raccoglie con le dita, brindano alle parole che non fanno rima con cuore, allo zaino che si è rotto, a un viaggio da scegliere, ai vestiti lanciati a terra, alle pagine strappate proprio sul più bello, ai palloncini che volano via tra mani impazienti, alla fame. Brindano alle lenzuola che si attorcigliano tra le gambe.
L’undicesima. Metà perfetta più uno. Centro in disequilibrio di un cammino fatto di mai e di sempre, di tornerò e di attese lunghe come preghiere, di suppliche e di silenzi, di anni sgranati tra le dita come fagioli. E fagioli avevano mangiato quella sera, e tanti erano gli amici attorno al tavolo. Si parlava di politica, teatro, giornali, bavagli, torte, stipendi, contratti, pizza, lotte, anarchia, strade e puzzle. Lei stava zitta, arrotolata negli scatti del bic rosa e nel lezzo di venti sigarette, si mordeva il labbro inferiore, le parole confuse con la saliva e i denti. Lui marasma di parole, di io, di facciamo, di si, di è chiaro, di voglio, di posso, di devo, di responsabilità, di obbligo, di morale, di piacere. I bicchieri di vino scoccano tra le mani, la testa gira ma non abbastanza, le dita si sfiorano, si riconoscono, si ritraggono, si accartocciano scricchiolando. Lui si alza, lascia il suo posto vuoto, l’aria è densa, va alla finestra perché vuole sentire il fresco sulle braccia. Respira, accende
La dodicesima. La metà è stata scalzata, la bilancia pende da un lato, la scatola di sigarette si svuota lentamente, l’equilibrio cede. Il problema con lei è che hanno toccato il centro prima di dieci, o forse non l’hanno toccato mai. Quel giorno di luglio al di là della cornetta lei è amara, come il caffè che gli portava al mattino a letto e in cui dimenticava sempre di mettere lo zucchero, è aspra, ferita, cagna che latra per difendere se stessa, fa il rumore di un vaso rotto, stride come gesso sulla lavagna, è insopportabile, fuma una sigaretta dopo l’altra, rabbiosa, soffia il fumo nei buchi del ricevitore e glielo spedisce dritto in faccia. Nel silenzio che segue all’esplosione, quel silenzio piacevole odoroso di fine e di morte, lui, svuotato, fuma
La tredicesima. La camera da letto è volutamente al buio. Entra poca luce che la rischiari, mentre fuori il sole cuoce le strade e i venditori ambulanti. Mette su un disco di Pat Metheny, si gode l’oblio rischiarato da lucciole di tabacco, a volte tossisce, scorre lo sguardo sulle pareti tappezzate delle foto di quando era piccolo; orecchie a sventola e broncio trapuntato in faccia. Si sofferma sui rullini mai sviluppati, sui libri non letti, si osserva dritto dritto nello specchio che era di sua nonna, lei lo usava sempre per mettersi il mascara; distoglie gli occhi, legge un appunto, sfoglia l’agenda, guarda i fascicoli, accende
La quattordici. Quattordici Ottobre Duemilaotto, nell’albo ora c’è anche il suo nome. Due anni di udienze, atti, fascicoli, tribunali, colloqui, giacca e cravatta, scarpe chiuse, occhi a fessura, strette di mano. Sono volati, come la cenere della sigaretta che scuote nervosamente nella ceramica faentina, aspira rapido, allenta il nodo della cravatta, seduto sulla poltrona di vimini è solo, guarda il mare, si ricorda di quando aveva imparato a nuotare, pesce senza pinne nell’abbandono acquatico, attorno a lui ora c’è un gran vociare, vocali trascinate, parole mozzate, schiocchi di baci, frastuono di musica ballabile, fruscii di gonne, ticchettii di tacchi e tintinnii di braccialetti a buon mercato. Vorrebbe scendere fino al fondale, raccogliere una conchiglia, un riccio magari, e succhiarne il contenuto, e invece ne prende un’altra
La quindicesima. Quindici come le coltellate su quel corpo di donna dai lunghi capelli, la lunga gonna, la peluria sul viso, gli occhi sbarrati. Era certo che lei a quella vista avrebbe semplicemente detto, “unos cuantos piquetitos”, e di fronte al punto interrogativo di lui avrebbe specificato paziente, “Frida Kahlo”. Però lei non c’era, e non sapeva nemmeno dove fosse; ma i capelli della donna morta ammazzata erano lunghi e belli come quelli di lei la prima volta che l’aveva vista, e allora si era perso a risalire quei fiumi castani arrotolati da un lato all’altro della fotografia del delitto, dimentico dell’orrore, della follia e del terrore, a cui tanto oramai era diventato impermeabile. Ma la fotografia gli cade dalle mani come una foglia troppo vecchia e lui dimentica i lunghi capelli di serpente; si fa offrire una sigaretta da una nuova amica, le sorride sornione e le chiede da accendere
La sedici. Solitudine di campagna, di campi arati in geometrie perfette, di terra bruciata da solcare, di frinire di cicale che zittiscono pensieri; consolazione di poche ore riempite di nulla, solo odore di rosmarino e spalle da scaldare al sole. A lei piaceva infilarsi nella casa dell’infanzia di lui, sedersi sul gradino di pietra, togliersi le scarpe e cogliere salvia e rosmarino da portare via. Un pastore si ferma e gli chiede dell’acqua, apre una scatolina di metallo verde, gli fa cenno con la testa di prendere una emmeesse,
La diciassette è un libro ritrovato nel cassetto, medicina per animo agro, è silenzio dopo una giornata di parole e di ascolto, è una birra bevuta di controvoglia per far contento un amico, è guardare il culo di una cameriera e desiderare di toccarlo, dimenticarsi come si fa a stare in più di uno sulla zattera, e decidere di accendere confusamente
La diciotto, è pioggia battente e piedi umidi. Lei è appoggiata a un muro, si dondola sui piedi, sta fumando una sigaretta e tiene lo sguardo sui sampietrini. Fuma quasi sempre quando aspetta, e ora stempera l’ansia e i minuti prima di incontrarlo dopo un tempo lontano lontano. Ma la pioggia lava via le aspettative, lei lo accoglie immobile, pensa agli anni come fiumi che scivolano, e all’ultima volta che si erano incontrati, quando ancora gironzolavano scalzi e svogliati tra le pareti di una casa della città di B. Ha gli occhi tinti e le mani piccole lei, gli sorride senza affettazione. Lui parla, e non ricorda quello che dice, snocciola battute di spirito e parole dalla cadenza sincopata, le mani in tasca e lo sguardo che balza da una parte all’altra. Lei lo abbraccia, muta, lo invita a una birra e una sigaretta,
La diciannove. Cadono parole come grandine, parole come gocce sulla tovaglia, parole che non servono a tornare. E a nulla vale il fumo tra le mani a ricordare la leggerezza. L’acqua è in alto adesso e la terra sotto ai piedi,
La venti. Azzerare tutto, imbiancare i muri, piantare nuovi chiodi per i quadri che dipingerai, accendere la radio mentre lavi i piatti, prendere un treno per andare al mare con il cappello di paglia in testa, ascoltare cos’hai da dire, gabbiano, e lasciarti entrare, piantare girasoli e osservare il loro moto inquieto
Ricominciare.
Nino aveva iniziato a fumare alla vigilia dei suoi trent’anni. Aveva sgranato il tempo in mezzo alle dita, aveva galleggiato come barchetta di carta nella tinozza del bagno, era entrato dentro agli occhi e ne aveva tirato fuori inchiostro per nuove parole.
Nino aveva iniziato a fumare si, 
ma il pacchetto gli si era svuotato tra le mani
ed ora era tardi, forse troppo tardi, per comprarne uno nuovo.
So che un amore
può diventare bianco
come quando si vede un’alba
che si credeva perduta.
Alda Merini

Fare come Perelà

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire.
Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.
[…] nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile.”