sette

La prima volta lei ha gli occhi talmente tristi e lui talmente appannati che non si riconoscono neppure da vicino.
La seconda volta è settembre e lui tiene quel suo naso impertinente immerso in un librone, lei invece il suo lo immerge nella cipria già da un po’. E non si annusano nemmeno.
La terza volta piove, e mentre lui, cuffiette nelle orecchie, ascolta Billie Holiday seduto a gambe incrociate sotto un portico imprecando con una birra in mano contro quel cielo perennemente grigio, lei spia da sotto il medesimo portico il ticchettio della pioggia sui sampietrini, sugli studenti affannati in bici, sui cani con la bocca rivolta al cielo. E ride.
Non si ascoltano, ma si scrutano da lontano, con gli occhi socchiusi per mettersi meglio a fuoco.
La quarta volta lei è in bici, con il vento che le solleva i capelli e la gonna facendola sorridere e spazientire ad ogni pedalata, in ritardo per non si sa bene dove, con un mazzo di girasoli nel cestino, punto giallo zoppicante sull’asfalto grigio. Lui vola in sella al vespino bianco, pupille a spillo, alla ricerca dell’ultimo grammo di quiete.
Sono entrambi troppo arruffati, traballanti e sudati per fermarsi anche solo un secondo e incrociare i loro sguardi malfermi sul nero della strada.
La quinta volta è musica elettronica, pavimento sudicio, fumo, cani che abbaiano, budella contorte, tossi penose, sudore, mascelle serrate, vertigini, polveri, nausea, sorrisi tirati, nuvole di plastica, torpore, stordimento, scarpe pesanti, vestiti leggeri, giravolte, neon, sigarette, bottiglie mezze vuote, bottiglie mezze piene, mezze piene di veleno, labbra riarse, occhi impastati, orecchie chiuse alle parole.
Lei non vede, lui non ascolta.
La sesta volta è aula di disegno. Lei è nuda, bianca, immobile, assonnata, i segni del lenzuolo ancora appiccicati addosso, le ossa del bacino sporgenti e il formicolio alle gambe; vorrebbe un caffè, vorrebbe essere svegliata con il solletico di una piuma come faceva sua sua mamma quando era bambina, vorrebbe non essere lì, vorrebbe pagare l’affitto, vorrebbe piangere, salire in bici e pedalare fino al mare, lasciarsi cadere tra le onde, salvare pinocchio nella pancia della balena, portarselo a casa e tenerlo in braccio come fosse un figlio suo.
Lui indaga tra le pieghe della sua pelle diafana con un carboncino troppo morbido, vorrebbe afferrarla per le spalle e scuoterla, scuoterla, scuoterla per vedere se sia davvero di porcellana quel corpo tanto rigido e tanto leggero, vorrebbe poter prendere un martello, spaccare quella sua faccia tesa e rompere in mille pezzi quel bozzolo intorpidito, vorrebbe una sigaretta, vorrebbe che le braccia non gli prudessero così tanto, vorrebbe salire in vespa e sentire il fresco sulla faccia, farsi ancora scompigliare i capelli da sua madre, morire di solletico, guardare fuori dalla finestra e vedere il porto, vorrebbe non aver bisogno di quel grammo di quiete, vorrebbe avere quel grammo di quiete.
La settima volta è sole. Sole accecante sui tetti, sole sui terrazzi, nei cortili, sotto i portici mezzi vuoti, negli androni dei palazzi. Lei si dipinge le unghie, accucciata in poltrona, rosso bordeaux e odore di solvente.
Lui scampanella frettoloso: “Postaaaaaa”.
Lei si stira come gatto: “Lo vuoi un caffè?”
Perché no.”
Sali”
Il caffè è forte. Lo zucchero manca.
Forse è così che si incontrano due solitudini.

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Pippilotti

Una volta ho letto un piccolo racconto di Tonino Guerra che parlava di una signora che per non dimenticarsi mai chi fosse metteva tutti i suoi piccoli oggetti sopra al letto e li guardava, perchè a volte le cose hanno una memoria e un valore, molte altre no.
Pippilotti era la mia bicicletta.
Come ai bambini me l’avevano regalata in un pomeriggio di girasoli e di maggio inoltrato. Punto rosso veloce sotto ai portici di B. quando pioveva, rimorchio per amici senza ruote, campanello di carillon sul pavè.
Un mio amico le aveva rotto un faro un giorno per trasportala, e io avevo sorriso come si fa quando ti guardi allo specchio e ti scopri in faccia una nuova ruga, e pensi che è solo il tempo che passa, che i solchi sono memorie, che come dice Eleonora Danco “ho tutta questa memoria negli occhi che mi salva la vita”.
Pippilotti l’ho lasciata per bontà per tre mesi a qualcuno, che non è il mio amico del faro rotto. E adesso mezza smontata, abbandonata all’incuria, dorme sciancata senza sella in una brutta via di B., dietro una brutta pizzeria e davanti a una brutta palazzina senza cortile interno.

Ecco, io se fossi stata quella signora del racconto di Tonino Guerra, Pippilotti l’avrei messa sopra al letto, in memoria di quando B. sembrava una canzone zigana, e io trasportavo girasoli nel cestino pedalando come suona un bandoneòn.