Quarantena 4

Vivo in uno stato di semi coscienza, ho sonno, sempre sonno. Se prima non dormivo, ora dormirei e basta. Mi sento addosso una stanchezza millenaria, per la quale è faticoso tutto. Poi agisco, non resto immobile. Lavoro da casa, otto, nove ore al giorno. Faccio il letto, mi lavo, lavo i piatti sporchi, comunico tanto e spesso via mail, via messaggio, via telefono. Organizzo pranzi, cene. Parlo, rido, leggo.

Poi ci sono dei momenti in cui i ricordi mi colpiscono in faccia come degli schiaffi. Ricordi senza ordine logico.

I miei nonni seduti al tavolo da pranzo in cucina che mangiano gli spaghetti al pomodoro e apparecchiano un posto in più per me. Fattele due forchettate, mangia con noi. Parlano, ridono, sono reali. Il tavolo è quello bianco con la bruciatura della caffettiera. L’avevo fatta io a sei anni. La tovaglia non la ricordo, ma sento perfettamente l’odore degli spaghettoni al pomodoro fresco con il parmigiano sopra, grattugiato grosso. A me piace fino, ma li mangio lo stesso. Sento tutto l’amore che i nonni provano, un amore che si lega a qualcosa di profondo, al cosmo, alle radici inestirpabili, agli alberi che ondeggiano al vento ma sorridono sempre.

Quell’amore senza condizioni, quel ti voglio bene qualsiasi cosa accada, quel desiderio di stare insieme per il piacere di esserci, un piacere senza fronzoli, quei sorrisi così aperti e così onesti, li avrei percepiti poche altre volte nella vita.

Quarantena 3

Faccio dei sogni neri, pieni di mura, di sbarre, di fucili, mitragliatrici, violenza. Faccio sogni vischiosi, appiccicosi, dove la mia testa è costantemente esposta al pericolo e il mio corpo non si muove. Faccio sogni di solitudine, dove non sono più in grado di parlare o raccontare, oppure dove parlo e racconto e nessuno conosce il mio alfabeto. Faccio sogni di rinuncia e di sparizione, di movimento verso luoghi che non mi conoscono.

Quarantena 2

Mi perdo nei dettagli. Più del solito.

Se penso alla trama di un film, ne ripercorro le immagini saltando la narrazione; se racconto la mia giornata a qualcuno che sta all’altro capo del telefono, ingrandisco solo degli attimi.

Mi perdo in una serie di domande sul se, sul quando e sul come. Se torneremo mai ad abbattere la distanza, e se quando accadrà avremo paura. E come vivranno i nostri figli, con questa bolla di sapone fragilissima attorno al corpo, che se ne incontra un’altra scoppia.

Siamo usciti dalla peste? E vi assicuro che leggere la peste di Camus in questo periodo può rivelarsi una pessima idea se siete soli in un paese straniero.

Un acceleratore di morte, questo sembra.

sound – dieci, venti, trenta, forse quaranta

Dieci, venti, trenta, forse quaranta

Che poi io all’inizio odiavo andare a fare la spesa, compravo sempre le stesse dieci cose. Latte, uova, pane, pasta, due mele, una passata di pomodoro, biscotti, caffè, un etto di prosciutto cotto tagliato sottile e una confezione di ghiaccioli al limone.
Poi è arrivato lui, e con lui la spesa nel carrello, ché le mie dieci cose sono diventate venti, mie e sue insieme. La sera sul divano era bello restare così, mangiare la pasta al tonno accovacciati nel nido di cuscini, e mettere il naso fuori solo quando c’era il sole, in quei pochi giorni dell’anno clementi con il cielo in cui la vita diventava gratis. Poi è arrivata lei, quel giorno in cui abbiamo aggiunto un test di gravidanza alle nostre venti cose, e non potevamo aspettare, abbiamo chiesto alla cassiera se lì alla Coop ci fosse un bagno, e lei è stata gentile, ci ha indicato una porta in fondo, ma poi ci ha visti uscire con le facce pallide e ci ha chiesto se fosse tutto okay. Ha usato proprio la parola okay. Le nostre venti e più cose stavano per diventare trenta, forse quaranta, e non sapevo se lei avrebbe amato i ghiaccioli al limone, o se mi avrebbe odiata, non sapevo nulla. Mi ritrovavo a spingere il carrello con la pancia sempre più grande e l’assenza di lui insidiosa che si faceva strada tra le corsie degli yogurt, ché quando avevo freddo mi dava la sua felpa, sempre, quando facevamo la spesa, e invece adesso avevo freddo e basta, e piangevo un po’, col carrello con le mie trenta cose tutte spaiate.

il fallimento è un naufragio

Il fallimento è un naufragio, in questo determinato momento in cui è ambientata la storia, l’esperienza del fallire è condivisa, quotidiana, assoluta. La crisi coinvolge tutti, è un Giudizio Universale. Per il paradiso a sinistra, l’inferno a destra. Tutti nudi, pollice su si va in cielo, pollice giù si va in basso. Squillano le trombe, si risvegliano i morti, i cadaveri si alzano dalle tombe. Alcuni sono solo ossa, schioccano tutte le articolazioni, è come camminare su un tappeto di foglie secche, le ossa si staccano, i corpi sono contesi da quelli che vanno verso il paradiso e quelli che precipitano verso gli inferi. Nessuno vuole affondare, ma sulla zattera dei vincitori non c’è spazio per tutti, allora ognuno si aggrappa all’altro, le unghie nella carne, le dita negli occhi, i capelli tirati. Caronte prende il remo della sua barca e bestemmia cacciando via i dannati, a palate, bestemmia in veneto. Ma dove sito Dio Boia?

Dieci, venti, trenta, forse quaranta

Che poi io all’inizio odiavo andare a fare la spesa, compravo sempre le stesse dieci cose. Latte, uova, pane, pasta, due mele, una passata di pomodoro, biscotti, caffè, un etto di prosciutto cotto tagliato sottile e una confezione di ghiaccioli al limone.
Poi è arrivato lui, e con lui la spesa nel carrello, ché le mie dieci cose sono diventate venti, mie e sue insieme. La sera sul divano era bello restare così, mangiare la pasta al tonno accovacciati nel nido di cuscini, e mettere il naso fuori solo quando c’era il sole, in quei pochi giorni dell’anno clementi con il cielo in cui la vita diventava gratis. Poi è arrivata lei, quel giorno in cui abbiamo aggiunto un test di gravidanza alle nostre venti cose, e non potevamo aspettare, abbiamo chiesto alla cassiera se lì alla Coop ci fosse un bagno, e lei è stata gentile, ci ha indicato una porta in fondo, ma poi ci ha visti uscire con le facce pallide e ci ha chiesto se fosse tutto okay. Ha usato proprio la parola okay. Le nostre venti e più cose stavano per diventare trenta, forse quaranta, e non sapevo se lei avrebbe amato i ghiaccioli al limone, o se mi avrebbe odiata, non sapevo nulla. Mi ritrovavo a spingere il carrello con la pancia sempre più grande e l’assenza di lui insidiosa che si faceva strada tra le corsie degli yogurt, ché quando avevo freddo mi dava la sua felpa, sempre, quando facevamo la spesa, e invece adesso avevo freddo e basta, e piangevo un po’, col carrello con le mie trenta cose tutte spaiate.

Alfredo Jaar The Silence if Nduwayezu (1997). ©Finnish National Gallery, Petri Virtanen

Perché è così che mi è accaduta, quella cosa.

Perché è così che mi è accaduta, quella cosa. Che più che condizione duratura nel tempo, è deflagrata in uno scoppio. Un’epifania effimera, senza appigli, ma che si è alzata forte come la marea.

Come quando ero in auto, con l’aria condizionata rotta e i finestrini abbassati, e l’ondeggiare delle colline, senza soluzione di continuità e in maniera scoordinata, mi scompigliava il pensiero.

Come quando ho guardato i tetti la mattina alle cinque, e lui dormiva, e io sapevo che ero a casa.

Come quando in campagna, le oche e le amache, e i pomodori col sale sopra mangiati con le mani, mi avevano fatto dire che basta, che non sopportavo un minuto di più questo esistere. E allora con le mani che tremavano avevo aperto la porta tagliafuoco e non ero tornata più indietro, nemmeno per dire ciao.

Le oche avevano urlato come delle pazze, avevo parcheggiato la Panda fuori dal cancello, mi erano venute incontro arrabbiate e territoriali. Avevo gridato anche io, per dire sono qui, venitemi ad aprire. Ero entrata nella casetta di legno, avevamo cucinato insieme e poi mangiato molto, anche la cioccolata a fine pasto che si squagliava sul tavolo di plastica in giardino. Il giardino era disordinato, ma era bello e brillava della luce che solo certe giornate di primavera. A tratti erba alta, sassi, lucertole, gattini. A volte le oche correvano starnazzando, sollevando la polvere, se ci si avvicinava troppo, e io avevo un po’ timore. Avevo ascoltato tutto quello che c’era da ascoltare. Soprattutto di viaggi, ricordo. Avevo riso molto, poi mi ero chiusa nell’amaca finché non era arrivato il momento di andare via. Quella piccola giornata era stata come nascondersi nel bozzolo ed usare un propulsore di velocità, accelerare i tempi, come i video in time-lapse in cui fioriscono le campanule in trenta secondi.

Schiudere.

Mi ero raccolta nell’amaca con le ginocchia al petto e avevo pianto, e avevo riso, e avevo già deciso.