Dieci, venti, trenta, forse quaranta

Che poi io all’inizio odiavo andare a fare la spesa, compravo sempre le stesse dieci cose. Latte, uova, pane, pasta, due mele, una passata di pomodoro, biscotti, caffè, un etto di prosciutto cotto tagliato sottile e una confezione di ghiaccioli al limone.
Poi è arrivato lui, e con lui la spesa nel carrello, ché le mie dieci cose sono diventate venti, mie e sue insieme. La sera sul divano era bello restare così, mangiare la pasta al tonno accovacciati nel nido di cuscini, e mettere il naso fuori solo quando c’era il sole, in quei pochi giorni dell’anno clementi con il cielo in cui la vita diventava gratis. Poi è arrivata lei, quel giorno in cui abbiamo aggiunto un test di gravidanza alle nostre venti cose, e non potevamo aspettare, abbiamo chiesto alla cassiera se lì alla Coop ci fosse un bagno, e lei è stata gentile, ci ha indicato una porta in fondo, ma poi ci ha visti uscire con le facce pallide e ci ha chiesto se fosse tutto okay. Ha usato proprio la parola okay. Le nostre venti e più cose stavano per diventare trenta, forse quaranta, e non sapevo se lei avrebbe amato i ghiaccioli al limone, o se mi avrebbe odiata, non sapevo nulla. Mi ritrovavo a spingere il carrello con la pancia sempre più grande e l’assenza di lui insidiosa che si faceva strada tra le corsie degli yogurt, ché quando avevo freddo mi dava la sua felpa, sempre, quando facevamo la spesa, e invece adesso avevo freddo e basta, e piangevo un po’, col carrello con le mie trenta cose tutte spaiate.

Alfredo Jaar The Silence if Nduwayezu (1997). ©Finnish National Gallery, Petri Virtanen

Indonesia

Quest’estate, dopo molti anni, io e compare abbiamo solcato gli oceani, volato per molte miglia, preso coincidenze surreali e ce ne siamo andati due settimane in Indonesia. Un viaggio sognato, sperato, agognato, pianificato con le birrette sul tavolo e con un lavoro certosino di informazioni che manco la NASA.

L’Indonesia non ci ha illuminati sulla via di Damasco come nei viaggi americani di autoguarigione a Bali alla mangiapregaama. Non ci ha aperto tutti i chakra per raggiungere il Nirvana. Non ci ha insegnato il senso della vita mentre guardavamo il tramonto. L’Indonesia è stata molto di più.
L’illuminazione non è arrivata come una botta in testa dopo anni di merda. Anche perché io non credo esista una soluzione magica ed immediata per stare bene, come d’altra parte non credo servano “cose” o traguardi per essere sereni. Non hanno effetto (su di me) i riti magici, anche se è divertente sperimentarli, come non hanno effetto (sempre su di me) le stabilità materiali che ci hanno inculcato essere fondamentali, anche se sarebbe bello se qualcuno ci donasse una casa (mecenati, non siate timidi) o un lavoro stupendo e stabile (mecenati, sempre voi, se ci siete battete un colpo).

Quello che voglio dire è che le trasformazioni lasciamole pure fare a Sailor Moon, a noi tocca il pacchetto completo da sfigati esseri umani, con tutte le fatiche e difficoltà, per arrivare a realizzare l’atto più complicato, quello che la nostra infanzia italiana-cattolica-danottimagicheinseguendoungol-e-sensi-di-colpa ha reso più difficile che in altre latitudini: amarci, ed essere sfacciatamente felici.
Forse la realizzazione di questa micro-grande consapevolezza mi ha regalato l’Indonesia. E non è arrivata dopo la rilassante seduta di yoga con le campane tibetane, nè dopo la faticosa e stupefacente salita al tempio di Borobudur. Non è arrivata quando guardavamo il tramonto con un cocco in mano, né quando le lucciole hanno illuminato la risaia che attraversamo a Ubud per tornare a casa. Momenti nitidi, che hanno aggiunto un pezzo di felicità al puzzle che costruiamo in due, ogni giorno.

View this post on Instagram

Like a Lotus . . . #lotus #saraswati #ubud #bali

A post shared by Marianna Rocco (@margi_marianna) on

Questo momento di serenità, chiamiamola consapevolezza, si è fatto largo quando ormai tutte le difese erano crollate, e in preda a un virus intestinale terrificante ho trascorso una giornata e mezzo immobile a leggere su una sdraio, senza poter fare il bagno nella barriera corallina che era a poche centinaia di metri da me, ma avendo sempre l’accortezza di avere un water nel raggio massimo di dieci metri.
Mentre ero sulla sdraio del Banana Cottage alle isole Gili, aspettando che l’antibiotico uccidesse i mostri nel mio intestino, e mentre Luca con tutta la sua infinita pazienza cercava di starmi accanto, mi sono detta: fermati (non puoi fare altro), respira (ti è necessario).
Perché ognuno di noi si merita la felicità, non la soddisfazione delle aspettative, ma quella cosa strana, intangibile ed effimera che abbiamo intravisto da qualche parte, tra le lucciole delle risaie, nella scalata a un tempio, in una birretta sul tavolo della cucina con nuove rotte tra le mani, e che c’è, un po’ nascosta, ma c’è.

E poi, sempre su quella sdraio, ho iniziato a scrivere. A colmare il vuoto dell’invisibilità, che se fossi un supereroe avrei di certo quel potere, ma che nella realtà si traduce a volte in scomparire, nascondermi tra le fratte della timidezza, essere risucchiata dalla tana del se-non-mi-vedi-non-esisto, non riflettermi più nemmeno allo specchio. Essere dimenticata.

Quindi nei ringraziamenti di ciò che se prenderà mai forma sarà un compendio bellissimo di storie piccolissime e incazzate nere, mi sentirò di dire grazie Indonesia, grazie squaraus.

#nonsimollauncazzo

Mi dovete spiegare quale sia il merito di non fermarsi mai.

Dico, gente, spiegatemi quale sia l’encomio che ricevete a non chiudere mai l’azienda, non andare mai in ferie, perché voi siete quelli che orgogliosamente #nonsimollauncazzo e di conseguenza subdolamente costringete i vostri dipendenti a seguire il precetto “tale padre, tale figlio”, commutandolo in “tale capo, tale schiavo”.
Ditemi se vi danno un milione in gettoni d’oro, per stare in spiaggia col telefono attaccato al culo, le mail di lavoro che arrivano e le telefonate a cui comunque decidete di rispondere, autoproclamandovi eroi della reperibilità 24/7, wondereroine del per-il-mio-lavoro-ci-sono-sempre. Anche meno, miss. Un conto è appassionarsi al proprio lavoro, un conto è esserne ossessionati a tal punto da non vedere altro sul proprio orizzonte umano e personale.
Spiegatemi se vi forniscono una medaglia, per non saper gestire la turnazione del personale in modo che tutti possano godere del riposo dovuto.
Illuminatemi su quale sia il premio che ricevete quando dimenticate che le aziende sono fatte di persone, che le ferie non sono un’elargizione magnanima ma un diritto. Che le persone, come gli ingranaggi di una macchina, possono rompersi i cabbasisi, se non se ne ha cura.
Ditemi quale divinità debba pregare un dipendente per non vedersi chiedere, a qualche giorno dalle ferie, dopo un anno di pause zero, straordinari mai pagati, stipendi miserabili, di portare con sé il lavoro, ché tanto è poca roba e una volta al giorno dai un’occhiata alle mail e ai messaggi. In Puglia. In spiaggia. A me è stato chiesto, con una nonchalance da sfilata su red carpet, e raramente ho incontrato facce come il culo di cotanta ottusa fattezza. Immagino che io non sia stata l’unica ad aver ricevuto una proposta così indecente. Quello che ho fatto io, è stato rifiutare gentilmente l’offerta ed andare avanti.
Essere stakanovisti sempre non farà di voi delle persone migliori. Soprattutto quando lo stakanovismo serve a colmare vuoti cosmici in minuscoli spazi vitali.

teatro delle temperie, andrea lupo, alessia raimondi, margherita zanardi, teatro calcara, teatrodelletemperie, Andrea serra giaretta, valsamoggia teatro, centri estivi a teatro calcara, teatro temperie

Perché è così che mi è accaduta, quella cosa.

Perché è così che mi è accaduta, quella cosa. Che più che condizione duratura nel tempo, è deflagrata in uno scoppio. Un’epifania effimera, senza appigli, ma che si è alzata forte come la marea.

Come quando ero in auto, con l’aria condizionata rotta e i finestrini abbassati, e l’ondeggiare delle colline, senza soluzione di continuità e in maniera scoordinata, mi scompigliava il pensiero.

Come quando ho guardato i tetti la mattina alle cinque, e lui dormiva, e io sapevo che ero a casa.

Come quando in campagna, le oche e le amache, e i pomodori col sale sopra mangiati con le mani, mi avevano fatto dire che basta, che non sopportavo un minuto di più questo esistere. E allora con le mani che tremavano avevo aperto la porta tagliafuoco e non ero tornata più indietro, nemmeno per dire ciao.

Le oche avevano urlato come delle pazze, avevo parcheggiato la Panda fuori dal cancello, mi erano venute incontro arrabbiate e territoriali. Avevo gridato anche io, per dire sono qui, venitemi ad aprire. Ero entrata nella casetta di legno, avevamo cucinato insieme e poi mangiato molto, anche la cioccolata a fine pasto che si squagliava sul tavolo di plastica in giardino. Il giardino era disordinato, ma era bello e brillava della luce che solo certe giornate di primavera. A tratti erba alta, sassi, lucertole, gattini. A volte le oche correvano starnazzando, sollevando la polvere, se ci si avvicinava troppo, e io avevo un po’ timore. Avevo ascoltato tutto quello che c’era da ascoltare. Soprattutto di viaggi, ricordo. Avevo riso molto, poi mi ero chiusa nell’amaca finché non era arrivato il momento di andare via. Quella piccola giornata era stata come nascondersi nel bozzolo ed usare un propulsore di velocità, accelerare i tempi, come i video in time-lapse in cui fioriscono le campanule in trenta secondi.

Schiudere.

Mi ero raccolta nell’amaca con le ginocchia al petto e avevo pianto, e avevo riso, e avevo già deciso.

weltanschauung (chissà se l’ho scritto giusto)

Un giorno succede che ti svegli e la tua weltanschauung, quel tuo personalissimo modo di creare categorie per sistemare il mondo, di organizzare in tassonomie, ti risulta vomitosamente desueto e inapplicabile. Ti dà la nausea, ti fa male e ti tiene legata a un filo sottile di abitudini che in realtà abitudini non sono più. Si sono sfilacciate come piccoli post it durante il temporale.

Quello che credevi certo, socialmente accettato, stabile, diventa quello che meno ti interessa, e ti basta un niente per passare dall’altra parte di quel che credevi fosse “bene”.

E allora tutto assume forme sfumate, e mentre il nocciolo di questa terra che ci sostiene con infinita pazienza si raffredda, il tuo si scalda e non ti importa più se non riceverai i regali di Natale, se pioverà per un mese o se avrai scritto tutte le parole al posto sbagliato.

jenga – costruisci / distruggi

Questi ultimi mesi sono stati un giocare a jenga per imparare a costruire la torre senza farla precipitare. Una torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti. Ma che potrebbe sgretolarsi per uno starnuto da allergia alla polvere.

C’è stato un estenuante trasloco, ché ogni due passi avanti indietreggiavamo di quattro falcate scomposte come gamberi bendati che giocano a un due tre stella insieme a bambini distratti. Uno stillicidio di contingenze bizzarre che in ordine sparso hanno visto la presenza di risate isteriche, risate di cuore, macchie indelebili, portafogli alleggeriti senza l’ausilio di marie kondo, litigi a man bassa, sconforto, cene fuori, accampamenti nomadi, pulizie forsennate, litanie.

C’è stata una perdita enorme, una lacerazione del cuore di cui non so parlare.

I giocatori sottraggono un blocchetto di legno dalla torre e con minuziosità, lo posizionano sulla sommità. Durante il gioco, la torre diventa sempre più instabile, così quando uno dei giocatori è particolarmente distratto o pecca di tracotanza, può capitare che sottragga proprio quel pezzettino che inerme reggeva l’equilibrio di altri cinquantatré pezzettini. Il suono che fa la torre quando crolla è quello dei bastoncini dello Shanghai, ma con più decibel legnosi.

E allora pensavo che i traslochi, di polvere su polvere, e le perdite, di corpi che non esistono più e di corpi che ancora abitano questa parte di mondo emerso, sono come una partita a jenga. I giocatori sottraggono una sineddoche, sostituendo tetti al posto di case, il ricordo delle mani al posto di nonna. E se si ha poca cura, la torre precipita, senza ammiragli a governarne la cima. Il suono è quello di quando scoppiano le bolle di sapone nella vasca da bagno, sembra impercettibile, a meno che non ci affondi le orecchie.

Jenga / Toma Vagner

Non una di meno: l’8 marzo noi scioperiamo!

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro.
Perché la violenza ha molti volti e tentacoli subdoli. E noi dobbiamo imparare a riconoscerla.
Cresciamo bambine che non si sentano colpevoli, che non pensino mai di avere una scollatura di troppo, di dover stare zitte perché prima parla l’uomo, e che non abbiano paura di tornare a casa da sole la sera.

Non una di meno

mp5-

L’8 marzo, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie…

View original post 760 altre parole