CCCP: Coppia Cerca Casa Please (giorno uno – il lancio dello Sputnik nello spazio)

o delle (dis)avventure di M. e L. in cerca di un nido a Bologna

Uno – il lancio dello Sputnik

È lunedì. Sveglia, caffè e file excel.
Ci alziamo con i migliori propositi e creiamo un google drive condiviso intitolato con le migliori intenzioni “case e nidi d’amore”. Al suo interno, divisi per zona, prezzo e caratteristiche, segneremo le case che reputiamo più interessanti per farne una classifica di gradimento.
Siamo pronti. Ci sediamo al pannello di controllo. In 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 parte la ricerca.
Siamo due tecnici della Roscosmos Russa prima del lancio dello Sputnik: fiduciosi nelle proprie possibilità, speranzosi di trovare nuove forme di vita amiche, ma soprattutto desiderosi di arrivare alla meta prima dei democratici USA.
Il satellite alla ricerca di vita amica si sgancia dalla base, e come postmoderni Gagarin e Tereškova, ponderando le nostre possibilità, calcoliamo traiettorie e velocità. Disegniamo un cerchio grande quanto l’area che ci interessa. Bologna, Italia.
Nella nostra testa, senza dircelo, facciamo una piccola wishlist: un balcone dove mettere le piante e scongiurare il pollice nero della morte delle aromatiche, una cucina spaziosa, una sala da pranzo e una camera da letto, una casa luminosa, una casa ad un prezzo accessibile.
Il sito internet ci chiede il prezzo massimo e la zona. Bologna Comune. Pigiamo invia.
Il sito internet elabora e ci propone un totale di dieci appartamenti.
Dalla visualizzazione della mappa emerge che nessuno di essi è in centro, tutti appena fuori, ma non importa. Da tempo desideriamo un contatto meno forte con il traffico, il centro, gli spazi piccoli, le stazioni.
Prendiamo i cellulari, telefoniamo, ognuno in una stanza, pregustando il momento in cui l’una, battendo sul tempo l’altro, si fionderà a braccia aperte in salotto per dire “l’ho trovata!”, e coronare il sogno di un tetto sopra la testa con rinnovato entusiasmo.
Dei dieci annunci rispondono in quattro, prospettando le seguenti situazioni: un appartamento è stato già affittato; un agente immobiliare è impegnato e chiede di essere richiamato più in là riagganciando prima che potessimo implorare “quando?”; un altro agente immobiliare afferma che la casa è disponibile ma non ha la cucina, la quale sarebbe da acquistare a carico nostro assieme a tutti gli elettrodomestici; all’ultimo numero risponde la signora Loredana di Casalecchio di Reno. La signora Loredana ci tiene a presentarsi al telefono e a raccontarci la sua vita. In quarantacinque minuti scopriamo che: ha due figli maschi, uno lavora come recupero crediti in banca, l’altro non ha un lavoro stabile ma solo contratti a progetto; che alle ultime elezioni ha votato il movimentocinquestelle ché è ora di cambiarlo questo paese; è gentile, si informa su che lavoro facciamo e si lamenta della situazione dei giovani in Italia; non vuole studenti nullafacenti drogati o depressi alcolizzati in casa; lei abita al piano inferiore, ha un udito acutissimo e non tollera il minimo rumore perché le si scatenando delle emicranie fulminanti; con il precedente inquilino comunicava bussando con il manico della scopa sul soffitto; vuole una fideiussione bancaria di almeno sei mensilità; non è convinta di voler affittare, lo vogliono i suoi figli ma lei no, in casa custodisce tutte le cose del marito defunto.
Come si dice, iniziare coi migliori auspici.
Dopo la telefonata con la signora Loredana di Casalecchio di Reno possiamo solo uscire a bere e domani, proseguire la missione.
Dalla base spaziale è tutto.

Winter is coming e questa è CCCP.
Stay tuned.
M & L

Leggi la puntata precedente: preambolo

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CCCP: Coppia Cerca Casa Please

o delle (dis)avventure di M. e L. in cerca di un nido a Bologna

Preambolo

Io (M.) e L. condividiamo lo stesso tetto da quattro anni circa.
Insieme abbiamo vissuto a Bruxelles e a Bologna.
Separati abbiamo vissuto a San Benedetto del Tronto, Bologna, Biella, Santiago de Compostela.
In totale, in due, abbiamo traslocato 20 volte, contate sulle dita. L’ultima delle quali a Gennaio 2015. Abbiamo vissuto in Via Gabrielli, Viale Silvani, Via Berti, Via delle Tovaglie, Rua Entremuros, Via Bellacosta, Via del Pratello, Via la Castiglia, Via Duprè, Via Frassinago, Via Mezzofanti, Via San Tommaso del Mercato, Avenue Carton de Wiart, Via Scornetta, Via Mascherino, Via Castiglione.
Ci troviamo a dover traslocare. Di nuovo. Dovremo sistemare il contenuto dei nostri 45 metriquadri, per lo più libri, dvd, maglioni, fotografie, in degli scatoloni, scrivere fuori il contenuto, numerarli, non fare alla rinfusa che poi si perdono le cose, smontare i mobili, cercare le brugole prima di smontare i mobili, caricare tutto in un furgone a noleggio, biciclette incluse, e dovremo andare. O meglio, dovremmo. Condizionale d’obbligo per una situazione precaria al limite del paradossale. Perché a Bologna, nel 2018, trovare una casa in affitto, a meno che non ti chiami Bertone di cognome e Cardinale di nome e ti viene elargito un appartamento vista colli già pagato in cash, è diventato più difficile che per Ulisse tornare a Itaca o Daenerys Targaryen arrivare a Westeros.
È un’ impresa epica, a tratti grottesca, sotto molti aspetti titanica. E noi, che coviamo da sempre in segreto il desiderio di pubblicare un romanzo a puntate (soprattutto M.), abbiamo deciso di raccontarla qui, episodio dopo episodio.

Winter is coming e questa è CCCP.

Stay tuned.

M & L

Antiturismo

di spiagge italiane, turismo di massa e litorale.

È nota l’abitudine, dall’inizio degli anni Novanta, di addobbare le spiagge del litorale marchigiano, lievemente in ritardo sugli avanguardisti romagnoli, di figure mitologiche eapotropaiche in maglietta bianca e calzoncini da mare: gli animatori turistici.
Gli animatori possiedono per usucapione quel limbo sottile che è la riva del mare, la striscia di sabbia bagnata tra ombrelloni ed acqua, solitamente terreno fertile percostruzione di castelli di sabbia, buche, gallerie, labirinti e nastro trasportatore di bagnantia passeggio.

Arrivano in spiaggia a metà mattina, danno sfogo al panorama musicale contemporaneo esorridenti e microfonati trasportano i bagnanti come dei caronte palestrati e felici, verso i lidi del movimento pelvico e del benessere di gruppo.
Da metà giugno a fine agosto incitano con la missione dell’intrattenimento coatto nonne con indosso costumi modellanti dimenarsi sulle note di radio gaga con l’acqua fino ai polpacci, padri di famiglia sollevare di slancio i figlioletti utilizzandoli come pesi da palestra, coppie di fidanzatini entusiasti del percorso snelli&tonici da fare in acqua insieme.

Davanti ai vostri occhi si alterneranno pance, occhiali da sole, smagliature, nei, peli e calvizie. Sarete circondati da bambini che prima faranno la pipì in acqua e poi metteranno la testa sotto in gare di apnea. Vi capiterà di trasalire alla vista di teste di nonni e nipoti che sbucano dalla sabbia, seppelliti come in una torturamedievale i primi a causa dei reumatismi, i secondi per puro spirito di emulazione. Ascolterete le grida depravate di bambini che diventeranno prima rossi e poi fucsia per un gelato negato, e smorfie di dolore di uomini di una certa età che diventeranno prima rossi e poi fucsia per mancanza di protezione solare. Avrete l’occasione di annusare tutta la palette degli aromi delle creme abbronzanti: cocco, vaniglia, banana, fragola e mandorle che mischiati al vago sentore di salsedine, di sudore e pipì, produrranno quello che dasempre gli autoctoni identificano come odore-di-mare-ad-agosto.

Potrete constatare la differenza di ceto e di salario tra chi può affittare un ombrellone e chi no, tra chi, in modalità sherpa, ha con sé uno zibaldone di canotti, braccioli, giocattoli, sdraiette, asciugamani e borracce e chi può addirittura noleggiare una cabina. Sarete compressi come sardine, seduti accanto a famiglie che si sgretoleranno per una pasta al forno lasciata cadere nella sabbia, a bambini che smetteranno di respirare per non aspettare le famigerate tre ore dopo il pranzo per poter fare il bagno, e se siete particolarmente fortunati una bambina farà la pipì sotto il vostro ombrellone perché i fratelli le hanno impedito di farla in acqua, con lo spauracchio che poi l’acqua diventa rossa e si muore.

La spiaggia marchigiana all’inizio degli anni Novanta, è una fotografia di Stato, un compendio di quello che è l’Italia di quegli anni: il miracolo italiano che si destreggia goffo tra tangentopoli, abbuffate nutritive e soap opera.
Gli unici che si esimono dalla carneficina sono i bambini nordici, biondi, coi cappellini in testa, spesso nudi, loro con palette e secchielli teutonici, scavano per ore, dando forma a castelli di sabbia multipiano.

Diplomatici

o della predestinazione di Elena Gigli, di ciclo mestruale e boy scout in una domenica mattina qualsiasi del 1991.

È una domenica mattina qualsiasi del 1991. È quasi Natale, in paese hanno già acceso le prime luci, delle stelle comete argento e oro che volano sbilenche sulle strade. In casa Gigli non festeggiano il Natale, sono atei, dice il babbo. Scarseggiando quindi di regali recapitati direttamente da Gesù Bambino, il babbo da sempre ha deciso di celebrare tutti i passaggi fondamentali nella vita familiare (bei voti, compleanni e anniversari) con lo stesso rituale: un pollo arrosto con patate e un vassoio di diplomatici, quei pasticcini di pan di spagna, crema e alchermes che sono gli unici dolci ammessi in casa poiché gli unici che piacciono al babbo.

Qualche giorno prima, Elena, la primogenita, era diventata ragazza, come aveva annunciato la mamma al babbo, aveva cioè cominciato ad avere il ciclo mestruale. Qualche giorno prima Elena era in bagno, e seduta sul water aveva visto le mutande sporche, e aveva gridato. Sapeva cos’era: la mamma, che era femminista, le aveva già spiegato. Le aveva dato il suo primo assorbente, un pannolino alto e scomodo, e le aveva detto che il suo corpo sarebbe cambiato, le sarebbero spuntati i peli, non come il babbo, un po’ meno. Doveva stare attenta solo a due cose da adesso in poi: i maschi, e controllare che ogni mese avesse le sue cose.
Elena, nei giorni seguenti, china sul water, aveva imparato il cerimoniale: aprire la confezione, stendere bene l’assorbente sulla mutanda, farlo aderire, tirare su in un colpo solo e ricordarsi di lavare le mani.

Quella domenica mattina qualsiasi un gruppo di scout sta tornando in paese da una gita in montagna, hanno dormito in tenda, indossano i calzoni corti con le ginocchia livide, ma cantano e si strattonano, ridendo e camminando verso il paese in fila per due.

Quella domenica mattina qualsiasi, il babbo si è svegliato presto per fare la sua passeggiata, il dottore gli ha ordinato molta attività fisica. E quella che faccio in fabbrica non basta? Quella non è sport, è lavoro usurante, ha detto il dottore. Il babbo esce presto per passeggiare, e va verso il fiume, dove c’è il ponte della Maddalena sul Serchio. Arrivato a metà del ponte tira sempre fuori una sigaretta, e se la gusta nel silenzio della domenica mentre tutti sono a messa. Il medico gliele aveva proibite, ma lui ne fuma una soltanto durante l’attività fisica. Mentre fuma accarezza le pietre del ponte, in dei punti sono lisce, tante le mani che si sono posate, e poi scende giù fino all’argine, un terrapieno umido e a tratti fangoso, da cui si vede bene l’acqua scorrere tra le pietre, creare dei piccoli vortici, risucchiare dei legnetti e farli riaffiorare qualche metro più in là. In uno di quei vortici, pensando a tutto quello che sta cambiando nella sua vita, con Elena che cresce e la sua salute che vacilla, spegne la seconda sigaretta.

Quella domenica mattina qualsiasi, il babbo, tornato dalla sua passeggiata, ordina ad Elena di andare in pasticceria, e di prendere il rituale vassoio di diplomatici.
Elena non sa che quella domenica qualsiasi farà una brutta figura, col babbo, la mamma e la sorella, con un ragazzo che le piace e buona parte del paese, ché lì dove vive tutti conoscono bene le brutte abitudini di tutti. Il paese in quella domenica mattina qualsiasi è uguale a tutti i paesi che si trovano ai margini sfilacciati della montagna: nel bar centrale dei cacciatori con dei fagiani senza vita in una mano e un bicchiere di rosso nell’altra, nei due ristorantini a prezzo fisso, tutti gestiti da famiglie locali, quasi tutti imparentati tra loro, dei turisti inglesi.

Mentre quella domenica mattina qualsiasi Elena si lava le ascelle e poi la faccia, il bidè non lo vuole fare, perché ha ancora un po’ schifo delle mestruazioni, nel freddo del bagno dove il riscaldamento non funziona mai, scalza sulle piastrelle bianche e gelide, non sa ancora che farà una brutta figura. E’ del suo umore medio, non triste e non felice, ma si costringe a stare allegra pensando a quel ragazzino della sua scuola che le piace, Amedeo Righi, uno che va a messa e anche agli scout, che Elena vorrebbe tanto andarci agli scout, dormire in tenda e non lavarsi per almeno tre giorni, e cantare tutte quelle canzoni attorno al fuoco, ma suo babbo non le dà il permesso.

Il babbo quella domenica mattina qualsiasi le dà diecimilalire e la saluta sull’uscio di casa come sempre, ridendo a metà, che il babbo qualche anno prima aveva avuto un ictus e il sorriso gli era rimasto monco. Mentre Elena esce, quel mezzo sorriso gli cambia, e chiama forte Allegra, la seconda figlia, dicendole di andare subito per favore con la sorella e di accompagnarla, non perderla mai di vista. Allegra sbuffa ma obbedisce, il babbo è così, gentile ma non si può contraddirlo.

Mentre le due sorelle attraversano il paese spingendosi e giocando a rincorrersi, facendo a gara a chi arriva prima, due bambine qualsiasi in una domenica mattina qualsiasi, gli scout in fila per due cantando Awimbawea Awimbawea, incrociano il loro passo e Elena alla vista di Amedeo Righi gira su se stessa, inciampa e cade. Ma non è questa la gran brutta figura di Elena, perché poi Amedeo le chiede dove vada con tutta quella foga lì, ed Elena risponde, ancora a terra – vado in pasticceria a comprare dei profilattici –
Amedeo sgrana gli occhi, poi scoppia a ridere, e chiede ancora – Dov’è che vai te? – Vado in pasticceria a comprare dei profilattici – 
E da lì, come una slavina, il grido di Amedeo Righi verso i compagni scout, la presa in giro canzonatoria, le risate con le mani sulla pancia. Ed Elena senza successo aivoglia a dire – Volevo dire diplomatici, diplomatici, i diplomatici, i dolci che piacciono al babbo – Non capisce più niente, diventa rossa in faccia, e sente come in un eco gli scout commentare – oh ma guarda la figlia dell’Iginio vuole i profilattici in vassoio – e giù altre risate. 
Poi scappa via, oltre la pasticceria, oltre la strada, lasciando sua sorella lì, a guardarsi le scarpe e non capire, e il babbo gliele avrebbe date stavolta, forse non oggi ché si festeggia ma domani sicuro.

Quando dopo molti minuti torna indietro, spinta dal terrore per le manate del babbo, Allegra, che ha sei anni e va in prima elementare, le chiede come mai tutti abbiano riso, e cosa siano quei diavolo di profilattici, ed Elena ammette di non saperlo, che forse sono dei palloncini per grandi, che lo ha dire sentito a scuola e le è rimasto attaccato in testa e con gli scout vicino non ci ha capito più niente.
A casa, quella domenica qualsiasi, il rituale lo festeggiano a metà, col babbo incattivito e la mamma perplessa, senza diplomatici, per colpa di quella figlia che ha il ciclo mestruale da solo quattro giorni ed è già diventata tutta matta.
Il giorno dopo è un lunedì. È pomeriggio tardo, squilla il telefono a casa Gigli. Le maestre di Allegra vogliono parlare col babbo perché a scuola alla domanda: cosa vorresti bella bimba per Natale? Allegra ha risposto: vorrei tanto dei profilattici.

Esercizio Esempio Soluzione

Esercizio: spostare il significante da tronfio a cazzaro, e il significato da retorico a fanfarone.

Esempio: ogni volta che qualcuno, in maniera adulatoria e piena di sé (tronfio), millanta (cazzaro) collaborazioni lavorative (retorico) ma poi si fa di fumo (fanfarone)

Soluzione: inserire 2 euro nel salvadanaio e diventare ricchi per enumerazione caotica.

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sunny side of the street / un anno dopo

Il 13 Novembre di un anno fa ero uscita di casa di fretta, perché il tempo era sempre rosicchiato come un osso vecchio. Avevo cercato l’auto, avevo guidato, avevo addosso un maglione grigio e ai piedi gli stivali acquistati al mercato di Porta Palazzo a Torino. Un momento felice: gli stivaletti di Porta Palazzo che avevano camminato tutta Torino, e si erano bagnati di pioggia, e avevano rimpiazzato delle scarpe che mi facevano male ai piedi. Avevo guidato su quella lingua d’asfalto che avevo imparato ad odiare, io odio guidare, no non è vero, odio guidare per andare in posti che non mi piacciono. (È bello guidare d’estate, la pelle fragrante di mare, con la compilation del 2003 nella radio dell’auto di tua mamma). Poi mi ero fermata, avevo trascorso molte ore nello stesso luogo, un luogo che non è che mi rendesse proprio felice, e poi, ad un certo punto aveva iniziato a nevicare. Io non è che la neve la ami proprio, sono nata sul mare, non la capisco. Quel giorno mi sono ritrovata ad odiarla senza pietà: aveva inzuppato gli stivaletti di Torino e mi aveva fatto restare per undici ore nello stesso posto, un posto che non è che mi rendesse proprio felice. Ma com’è che si dice, c’è sempre un lato ben illuminato della strada, un sunny side of the street, e quella neve come una gamine impertinente aveva fatto sì che tutti i piani calendarizzati in maniera ossessiva per scandire il tempo del dovere venissero scompaginati. Appuntamenti saltati, persone in ritardo, bambini che gridavano con blocchi di ghiaccio in mano, automobili bloccate, panico e rallentamento generalizzato. E allora mi ero trovata a pensare, que viva la nieve, hasta siempre la nieve, porca vacca, ce l’hai fatta signorina dai pallini bianchi a mettere fuori uso i calendari di questo posto che non mi fa felice.

Ma a parte questa parentesi sfacciata sul lato ben illuminato della strada, il cielo del 13 Novembre e di quei giorni era un monolite grigio, una pietra liscia, pesante e impenetrabile, una roccia inamovibile. Ieri invece no, un anno dopo c’è il sole, e le foglie gialle d’autunno, e c’è la bicicletta, l’auto solo se strettamente necessario, e si può anche decidere di pedalare per undici ore sul lato illuminato della strada, con le foglie che cadono, la dinamo che fa luce, i colori d’autunno attorno e una casa piccola da lasciare, a cui tornare sempre.

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Fuochi artificiali e uragani / How to disappear completely 

All’inizio furono le ciglia, le lentiggini, le rughe agli angoli degli occhi e le fossette sulle guance.

In seguito i gomiti, la pelle ruvida degli avambracci e delle ginocchia. La nuca, i capelli sottili e le scapole un po’ all’infuori. Le costole, una dopo l’altra, l’ombelico, il ventre e il petto.

Quando fu il turno delle labbra sempre screpolate, le parole, tutte le parole mai dette e spedite tramite la posta raccomandata del suono rimasero aggrovigliate alla laringe, sotto forma di una palla da tennis dura come piombo e pesante come mercurio.

Quando accadde alle orecchie, l’acquario si ruppe senza emettere un grido, e l’acqua, del volume di tre metri cubi, sciabordò per la stanza bagnando i primi venti centimetri della carta da parati gialla e azzurra.

Il turno degli occhi spense i fuochi artificiali e gli uragani, tutti i fili d’erba piegati dal vento e i campi di fragole sulle pianure malferme. Il letto con le lenzuola a fiori, i cieli di luglio, il primo bagno nel lago e le cadute sulla neve.

E le mani, quando arrivò il turno delle mani, i polpastrelli prima, poi le dita e infine i palmi, la pelle era secca, screpolata, tagliata nelle giunture, eppure ancora sentiva, ancora amava, ancora sperava, pregava e stringeva, sgretolando certezze, battendo forte i pugni sul tavolo. Quando scomparvero anche le mani, non era rimasto niente, lui non era lì, eppure vedeva il fiume, e le casse elettroniche sotto cieli di neon, e fuochi artificiali, e uragani.

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Sono le 5.30 del mattino

Sono le 5.30 del mattino, il gallo ha cantato già, leggermente in anticipo sull’orario effettivo del sorgere del sole previsto dall’app meteo. Sono sveglia.

Ho aperto gli occhi pensando di aver esaurito tutta la necessità di sonno e di riposo, ma sono andata a dormire meno di cinque ore fa, crollando sulle pagine di Stoner, di John Williams.

Possono ancora definirsi pagine anche se virtuali? Anche se incollate allo schermo con la luce rarefatta e perfetta del kindle?

Stoner è una narrazione piena di cura per tutti quei dettagli apparentemente insignificanti e per tutte quelle variazioni impercettibii che trasformano l’avanzare quotidiano in una vita intera. È il racconto di un’esistenza qualunque, quasi mediocre verrebbe da dire, ma non per questo non interessante. Non sono brava a parlare di libri, non sempre per lo meno (l’unica volta che mi è riuscito bene è stato quando ho raccontato Le correzioni di Jonathan Franzen), ma ve lo consiglio.

È un orario questo in cui mi sento vulnerabile, in cui tutto è gigantesco, opprimente, disarmante . Impiego parecchi respiri profondi per dare alle cose la loro dimensione ordinaria. È un orario in cui se sono sveglia non faccio nulla, ad eccezione di adesso che sto scrivendo dal cellulare, e in cui sono completamente sola. Resto con gli occhi sbarrati verso il soffitto in questo limbo tra il giorno e la notte, tra gli uccelli che già cantano e i richiami della stanchezza, a pensare senza soluzione di continuità a qualsiasi cosa. Il gatto da solo nell’altro appartamento, mio nonno, mio padre, il nonno di mio padre, il lavoro, il futuro, i desideri, la valigia da fare, la spesa, lui che mi dorme accanto aggrappato al cuscino, i libri, mia madre che si è appena svegliata, mia sorella, la morte, l’amore, la pietà, la mediocrità di cui questo paese è afflitto. La mediocrità come un tarlo che divora atteggiamenti e pensieri. Penso alla giornta di ieri. Penso a cose che non posso scrivere qui perché troppo personali e piene di risentimento (devo fare un grande sforzo) oppure perché troppo preziose e care. Penso alle persone che ho perso per troppa poca cura, a quelle che ho lasciato per strada per spirito di sopravvivenza, a quelle che mi auguro di non incontrare mai più, a quelle, davvero poche, che ignoro e a quelle, moltissime, che amo.

Non sono pensieri netti, ma incollati gli uni agli altri, filamentosi, pensieri che si trascinano dietro, come coda di una stella cometa, un senso di impossibilità e di immobilità.

Il mio corpo mi sta chiedendo di non dormire più, sono stata insonne a lungo in passato, e forse è tornato a trovarmi quel male notturno che ho deciso di non arginare ma di assecondare, a costo di trascorrere delle giornate zombie con gli occhi in fiamme. Forse l’insonnia è la richiesta disperata di azione, di solitudine, silenzio e di albe da vedere.

Ora che non so più cosa dire, ora che le parole restano attaccate le une alle altre, prima di sprofondare definitivamente nel patetico e nel romantico, un pisolino me lo farei, mentre il canto del gallo ha ceduto il passo alla stanchezza. Buonanotte.

Je m’en fous

volevo solo dire che non mi pettino da una settimana, ho sonno, mi alimento a caffè, patatine fritte e cioccolata, e non solo perché la prima tappa dell’estate ha coinciso con un ritorno, breve ed intenso, a Bruxelles. Le cicale mi hanno già stordita, ho l’ansia, i pensieri irrisolti, le liste di cose da fare mai terminate, ma sono felice. Ogni tanto mi fermo, sudata, e sorrido da sola come un ebete, e non solo perché sono da poco tornata da Bruxelles, dove gli esseri umani gli uni con gli altri sono gentili e sorridenti. Di notte sogno. Volevo solo dire che quando esci da quello che per lungo tempo ti inghiotte, ti mastica, ti fa scendere fino al nucleo della terra facendoti sentire piccolissima e insignificante, e poi ti sputa fuori, quando sei in grado di uscire a riveder le stelle e uccidere (quasi) tutti i fantasmi, allora è in quel momento, quando metti la testa fuori dal magma di schifezze che ti ha sommersa finora e il vento ti accarezza i capelli già spettinati, che hai l’esatta percezione del valore di quel Je m’en fous che ti sta sulla punta della lingua.

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