Amarmi m’affatica

Amarmi m’affatica mi svuota dentro

Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto

Amarmi m’affatica mi da’ malinconia

Che vuoi farci è la vita

E’ la vita, la mia

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weltanschauung (chissà se l’ho scritto giusto)

Un giorno succede che ti svegli e la tua weltanschauung, quel tuo personalissimo modo di creare categorie per sistemare il mondo, di organizzare in tassonomie, ti risulta vomitosamente desueto e inapplicabile. Ti dà la nausea, ti fa male e ti tiene legata a un filo sottile di abitudini che in realtà abitudini non sono più. Si sono sfilacciate come piccoli post it durante il temporale.

Quello che credevi certo, socialmente accettato, stabile, diventa quello che meno ti interessa, e ti basta un niente per passare dall’altra parte di quel che credevi fosse “bene”.

E allora tutto assume forme sfumate, e mentre il nocciolo di questa terra che ci sostiene con infinita pazienza si raffredda, il tuo si scalda e non ti importa più se non riceverai i regali di Natale, se pioverà per un mese o se avrai scritto tutte le parole al posto sbagliato.

jenga – costruisci / distruggi

Questi ultimi mesi sono stati un giocare a jenga per imparare a costruire la torre senza farla precipitare. Una torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti. Ma che potrebbe sgretolarsi per uno starnuto da allergia alla polvere.

C’è stato un estenuante trasloco, ché ogni due passi avanti indietreggiavamo di quattro falcate scomposte come gamberi bendati che giocano a un due tre stella insieme a bambini distratti. Uno stillicidio di contingenze bizzarre che in ordine sparso hanno visto la presenza di risate isteriche, risate di cuore, macchie indelebili, portafogli alleggeriti senza l’ausilio di marie kondo, litigi a man bassa, sconforto, cene fuori, accampamenti nomadi, pulizie forsennate, litanie.

C’è stata una perdita enorme, una lacerazione del cuore di cui non so parlare.

I giocatori sottraggono un blocchetto di legno dalla torre e con minuziosità, lo posizionano sulla sommità. Durante il gioco, la torre diventa sempre più instabile, così quando uno dei giocatori è particolarmente distratto o pecca di tracotanza, può capitare che sottragga proprio quel pezzettino che inerme reggeva l’equilibrio di altri cinquantatré pezzettini. Il suono che fa la torre quando crolla è quello dei bastoncini dello Shanghai, ma con più decibel legnosi.

E allora pensavo che i traslochi, di polvere su polvere, e le perdite, di corpi che non esistono più e di corpi che ancora abitano questa parte di mondo emerso, sono come una partita a jenga. I giocatori sottraggono una sineddoche, sostituendo tetti al posto di case, il ricordo delle mani al posto di nonna. E se si ha poca cura, la torre precipita, senza ammiragli a governarne la cima. Il suono è quello di quando scoppiano le bolle di sapone nella vasca da bagno, sembra impercettibile, a meno che non ci affondi le orecchie.

Jenga / Toma Vagner

Non una di meno: l’8 marzo noi scioperiamo!

Femminicidi. Stupri. Insulti e molestie per strada e sui posti di lavoro.
Perché la violenza ha molti volti e tentacoli subdoli. E noi dobbiamo imparare a riconoscerla.
Cresciamo bambine che non si sentano colpevoli, che non pensino mai di avere una scollatura di troppo, di dover stare zitte perché prima parla l’uomo, e che non abbiano paura di tornare a casa da sole la sera.

Non una di meno

mp5-

L’8 marzo, in ogni continente, al grido di «Non Una di Meno!» sarà sciopero femminista. Interrompiamo ogni attività lavorativa e di cura, formale o informale, gratuita o retribuita. Portiamo lo sciopero sui posti di lavoro e nelle case, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle piazze. Incrociamo le braccia e rifiutiamo i ruoli e le gerarchie di genere. Fermiamo la produzione e la riproduzione della società. L’8 marzo noi scioperiamo!

In Italia una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima della violenza di un uomo, quasi 7 milioni di donne hanno subito violenza fisica e sessuale, ogni anno vengono uccise circa 200 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Un milione e 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni di età. Un milione di donne ha subito stupri o tentati stupri. 420 mila donne hanno subito molestie…

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CCCP: Coppia Cerca Casa Please (giorno uno – il lancio dello Sputnik nello spazio)

o delle (dis)avventure di M. e L. in cerca di un nido a Bologna

Uno – il lancio dello Sputnik

È lunedì. Sveglia, caffè e file excel.
Ci alziamo con i migliori propositi e creiamo un google drive condiviso intitolato con le migliori intenzioni “case e nidi d’amore”. Al suo interno, divisi per zona, prezzo e caratteristiche, segneremo le case che reputiamo più interessanti per farne una classifica di gradimento.
Siamo pronti. Ci sediamo al pannello di controllo. In 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1 parte la ricerca.
Siamo due tecnici della Roscosmos Russa prima del lancio dello Sputnik: fiduciosi nelle proprie possibilità, speranzosi di trovare nuove forme di vita amiche, ma soprattutto desiderosi di arrivare alla meta prima dei democratici USA.
Il satellite alla ricerca di vita amica si sgancia dalla base, e come postmoderni Gagarin e Tereškova, ponderando le nostre possibilità, calcoliamo traiettorie e velocità. Disegniamo un cerchio grande quanto l’area che ci interessa. Bologna, Italia.
Nella nostra testa, senza dircelo, facciamo una piccola wishlist: un balcone dove mettere le piante e scongiurare il pollice nero della morte delle aromatiche, una cucina spaziosa, una sala da pranzo e una camera da letto, una casa luminosa, una casa ad un prezzo accessibile.
Il sito internet ci chiede il prezzo massimo e la zona. Bologna Comune. Pigiamo invia.
Il sito internet elabora e ci propone un totale di dieci appartamenti.
Dalla visualizzazione della mappa emerge che nessuno di essi è in centro, tutti appena fuori, ma non importa. Da tempo desideriamo un contatto meno forte con il traffico, il centro, gli spazi piccoli, le stazioni.
Prendiamo i cellulari, telefoniamo, ognuno in una stanza, pregustando il momento in cui l’una, battendo sul tempo l’altro, si fionderà a braccia aperte in salotto per dire “l’ho trovata!”, e coronare il sogno di un tetto sopra la testa con rinnovato entusiasmo.
Dei dieci annunci rispondono in quattro, prospettando le seguenti situazioni: un appartamento è stato già affittato; un agente immobiliare è impegnato e chiede di essere richiamato più in là riagganciando prima che potessimo implorare “quando?”; un altro agente immobiliare afferma che la casa è disponibile ma non ha la cucina, la quale sarebbe da acquistare a carico nostro assieme a tutti gli elettrodomestici; all’ultimo numero risponde la signora Loredana di Casalecchio di Reno. La signora Loredana ci tiene a presentarsi al telefono e a raccontarci la sua vita. In quarantacinque minuti scopriamo che: ha due figli maschi, uno lavora come recupero crediti in banca, l’altro non ha un lavoro stabile ma solo contratti a progetto; che alle ultime elezioni ha votato il movimentocinquestelle ché è ora di cambiarlo questo paese; è gentile, si informa su che lavoro facciamo e si lamenta della situazione dei giovani in Italia; non vuole studenti nullafacenti drogati o depressi alcolizzati in casa; lei abita al piano inferiore, ha un udito acutissimo e non tollera il minimo rumore perché le si scatenando delle emicranie fulminanti; con il precedente inquilino comunicava bussando con il manico della scopa sul soffitto; vuole una fideiussione bancaria di almeno sei mensilità; non è convinta di voler affittare, lo vogliono i suoi figli ma lei no, in casa custodisce tutte le cose del marito defunto.
Come si dice, iniziare coi migliori auspici.
Dopo la telefonata con la signora Loredana di Casalecchio di Reno possiamo solo uscire a bere e domani, proseguire la missione.
Dalla base spaziale è tutto.

Winter is coming e questa è CCCP.
Stay tuned.
M & L

Leggi la puntata precedente: preambolo

CCCP: Coppia Cerca Casa Please

o delle (dis)avventure di M. e L. in cerca di un nido a Bologna

Preambolo

Io (M.) e L. condividiamo lo stesso tetto da quattro anni circa.
Insieme abbiamo vissuto a Bruxelles e a Bologna.
Separati abbiamo vissuto a San Benedetto del Tronto, Bologna, Biella, Santiago de Compostela.
In totale, in due, abbiamo traslocato 20 volte, contate sulle dita. L’ultima delle quali a Gennaio 2015. Abbiamo vissuto in Via Gabrielli, Viale Silvani, Via Berti, Via delle Tovaglie, Rua Entremuros, Via Bellacosta, Via del Pratello, Via la Castiglia, Via Duprè, Via Frassinago, Via Mezzofanti, Via San Tommaso del Mercato, Avenue Carton de Wiart, Via Scornetta, Via Mascherino, Via Castiglione.
Ci troviamo a dover traslocare. Di nuovo. Dovremo sistemare il contenuto dei nostri 45 metriquadri, per lo più libri, dvd, maglioni, fotografie, in degli scatoloni, scrivere fuori il contenuto, numerarli, non fare alla rinfusa che poi si perdono le cose, smontare i mobili, cercare le brugole prima di smontare i mobili, caricare tutto in un furgone a noleggio, biciclette incluse, e dovremo andare. O meglio, dovremmo. Condizionale d’obbligo per una situazione precaria al limite del paradossale. Perché a Bologna, nel 2018, trovare una casa in affitto, a meno che non ti chiami Bertone di cognome e Cardinale di nome e ti viene elargito un appartamento vista colli già pagato in cash, è diventato più difficile che per Ulisse tornare a Itaca o Daenerys Targaryen arrivare a Westeros.
È un’ impresa epica, a tratti grottesca, sotto molti aspetti titanica. E noi, che coviamo da sempre in segreto il desiderio di pubblicare un romanzo a puntate (soprattutto M.), abbiamo deciso di raccontarla qui, episodio dopo episodio.

Winter is coming e questa è CCCP.

Stay tuned.

M & L

Antiturismo

di spiagge italiane, turismo di massa e litorale.

È nota l’abitudine, dall’inizio degli anni Novanta, di addobbare le spiagge del litorale marchigiano, lievemente in ritardo sugli avanguardisti romagnoli, di figure mitologiche eapotropaiche in maglietta bianca e calzoncini da mare: gli animatori turistici.
Gli animatori possiedono per usucapione quel limbo sottile che è la riva del mare, la striscia di sabbia bagnata tra ombrelloni ed acqua, solitamente terreno fertile percostruzione di castelli di sabbia, buche, gallerie, labirinti e nastro trasportatore di bagnantia passeggio.

Arrivano in spiaggia a metà mattina, danno sfogo al panorama musicale contemporaneo esorridenti e microfonati trasportano i bagnanti come dei caronte palestrati e felici, verso i lidi del movimento pelvico e del benessere di gruppo.
Da metà giugno a fine agosto incitano con la missione dell’intrattenimento coatto nonne con indosso costumi modellanti dimenarsi sulle note di radio gaga con l’acqua fino ai polpacci, padri di famiglia sollevare di slancio i figlioletti utilizzandoli come pesi da palestra, coppie di fidanzatini entusiasti del percorso snelli&tonici da fare in acqua insieme.

Davanti ai vostri occhi si alterneranno pance, occhiali da sole, smagliature, nei, peli e calvizie. Sarete circondati da bambini che prima faranno la pipì in acqua e poi metteranno la testa sotto in gare di apnea. Vi capiterà di trasalire alla vista di teste di nonni e nipoti che sbucano dalla sabbia, seppelliti come in una torturamedievale i primi a causa dei reumatismi, i secondi per puro spirito di emulazione. Ascolterete le grida depravate di bambini che diventeranno prima rossi e poi fucsia per un gelato negato, e smorfie di dolore di uomini di una certa età che diventeranno prima rossi e poi fucsia per mancanza di protezione solare. Avrete l’occasione di annusare tutta la palette degli aromi delle creme abbronzanti: cocco, vaniglia, banana, fragola e mandorle che mischiati al vago sentore di salsedine, di sudore e pipì, produrranno quello che dasempre gli autoctoni identificano come odore-di-mare-ad-agosto.

Potrete constatare la differenza di ceto e di salario tra chi può affittare un ombrellone e chi no, tra chi, in modalità sherpa, ha con sé uno zibaldone di canotti, braccioli, giocattoli, sdraiette, asciugamani e borracce e chi può addirittura noleggiare una cabina. Sarete compressi come sardine, seduti accanto a famiglie che si sgretoleranno per una pasta al forno lasciata cadere nella sabbia, a bambini che smetteranno di respirare per non aspettare le famigerate tre ore dopo il pranzo per poter fare il bagno, e se siete particolarmente fortunati una bambina farà la pipì sotto il vostro ombrellone perché i fratelli le hanno impedito di farla in acqua, con lo spauracchio che poi l’acqua diventa rossa e si muore.

La spiaggia marchigiana all’inizio degli anni Novanta, è una fotografia di Stato, un compendio di quello che è l’Italia di quegli anni: il miracolo italiano che si destreggia goffo tra tangentopoli, abbuffate nutritive e soap opera.
Gli unici che si esimono dalla carneficina sono i bambini nordici, biondi, coi cappellini in testa, spesso nudi, loro con palette e secchielli teutonici, scavano per ore, dando forma a castelli di sabbia multipiano.

Diplomatici

o della predestinazione di Elena Gigli, di ciclo mestruale e boy scout in una domenica mattina qualsiasi del 1991.

È una domenica mattina qualsiasi del 1991. È quasi Natale, in paese hanno già acceso le prime luci, delle stelle comete argento e oro che volano sbilenche sulle strade. In casa Gigli non festeggiano il Natale, sono atei, dice il babbo. Scarseggiando quindi di regali recapitati direttamente da Gesù Bambino, il babbo da sempre ha deciso di celebrare tutti i passaggi fondamentali nella vita familiare (bei voti, compleanni e anniversari) con lo stesso rituale: un pollo arrosto con patate e un vassoio di diplomatici, quei pasticcini di pan di spagna, crema e alchermes che sono gli unici dolci ammessi in casa poiché gli unici che piacciono al babbo.

Qualche giorno prima, Elena, la primogenita, era diventata ragazza, come aveva annunciato la mamma al babbo, aveva cioè cominciato ad avere il ciclo mestruale. Qualche giorno prima Elena era in bagno, e seduta sul water aveva visto le mutande sporche, e aveva gridato. Sapeva cos’era: la mamma, che era femminista, le aveva già spiegato. Le aveva dato il suo primo assorbente, un pannolino alto e scomodo, e le aveva detto che il suo corpo sarebbe cambiato, le sarebbero spuntati i peli, non come il babbo, un po’ meno. Doveva stare attenta solo a due cose da adesso in poi: i maschi, e controllare che ogni mese avesse le sue cose.
Elena, nei giorni seguenti, china sul water, aveva imparato il cerimoniale: aprire la confezione, stendere bene l’assorbente sulla mutanda, farlo aderire, tirare su in un colpo solo e ricordarsi di lavare le mani.

Quella domenica mattina qualsiasi un gruppo di scout sta tornando in paese da una gita in montagna, hanno dormito in tenda, indossano i calzoni corti con le ginocchia livide, ma cantano e si strattonano, ridendo e camminando verso il paese in fila per due.

Quella domenica mattina qualsiasi, il babbo si è svegliato presto per fare la sua passeggiata, il dottore gli ha ordinato molta attività fisica. E quella che faccio in fabbrica non basta? Quella non è sport, è lavoro usurante, ha detto il dottore. Il babbo esce presto per passeggiare, e va verso il fiume, dove c’è il ponte della Maddalena sul Serchio. Arrivato a metà del ponte tira sempre fuori una sigaretta, e se la gusta nel silenzio della domenica mentre tutti sono a messa. Il medico gliele aveva proibite, ma lui ne fuma una soltanto durante l’attività fisica. Mentre fuma accarezza le pietre del ponte, in dei punti sono lisce, tante le mani che si sono posate, e poi scende giù fino all’argine, un terrapieno umido e a tratti fangoso, da cui si vede bene l’acqua scorrere tra le pietre, creare dei piccoli vortici, risucchiare dei legnetti e farli riaffiorare qualche metro più in là. In uno di quei vortici, pensando a tutto quello che sta cambiando nella sua vita, con Elena che cresce e la sua salute che vacilla, spegne la seconda sigaretta.

Quella domenica mattina qualsiasi, il babbo, tornato dalla sua passeggiata, ordina ad Elena di andare in pasticceria, e di prendere il rituale vassoio di diplomatici.
Elena non sa che quella domenica qualsiasi farà una brutta figura, col babbo, la mamma e la sorella, con un ragazzo che le piace e buona parte del paese, ché lì dove vive tutti conoscono bene le brutte abitudini di tutti. Il paese in quella domenica mattina qualsiasi è uguale a tutti i paesi che si trovano ai margini sfilacciati della montagna: nel bar centrale dei cacciatori con dei fagiani senza vita in una mano e un bicchiere di rosso nell’altra, nei due ristorantini a prezzo fisso, tutti gestiti da famiglie locali, quasi tutti imparentati tra loro, dei turisti inglesi.

Mentre quella domenica mattina qualsiasi Elena si lava le ascelle e poi la faccia, il bidè non lo vuole fare, perché ha ancora un po’ schifo delle mestruazioni, nel freddo del bagno dove il riscaldamento non funziona mai, scalza sulle piastrelle bianche e gelide, non sa ancora che farà una brutta figura. E’ del suo umore medio, non triste e non felice, ma si costringe a stare allegra pensando a quel ragazzino della sua scuola che le piace, Amedeo Righi, uno che va a messa e anche agli scout, che Elena vorrebbe tanto andarci agli scout, dormire in tenda e non lavarsi per almeno tre giorni, e cantare tutte quelle canzoni attorno al fuoco, ma suo babbo non le dà il permesso.

Il babbo quella domenica mattina qualsiasi le dà diecimilalire e la saluta sull’uscio di casa come sempre, ridendo a metà, che il babbo qualche anno prima aveva avuto un ictus e il sorriso gli era rimasto monco. Mentre Elena esce, quel mezzo sorriso gli cambia, e chiama forte Allegra, la seconda figlia, dicendole di andare subito per favore con la sorella e di accompagnarla, non perderla mai di vista. Allegra sbuffa ma obbedisce, il babbo è così, gentile ma non si può contraddirlo.

Mentre le due sorelle attraversano il paese spingendosi e giocando a rincorrersi, facendo a gara a chi arriva prima, due bambine qualsiasi in una domenica mattina qualsiasi, gli scout in fila per due cantando Awimbawea Awimbawea, incrociano il loro passo e Elena alla vista di Amedeo Righi gira su se stessa, inciampa e cade. Ma non è questa la gran brutta figura di Elena, perché poi Amedeo le chiede dove vada con tutta quella foga lì, ed Elena risponde, ancora a terra – vado in pasticceria a comprare dei profilattici –
Amedeo sgrana gli occhi, poi scoppia a ridere, e chiede ancora – Dov’è che vai te? – Vado in pasticceria a comprare dei profilattici – 
E da lì, come una slavina, il grido di Amedeo Righi verso i compagni scout, la presa in giro canzonatoria, le risate con le mani sulla pancia. Ed Elena senza successo aivoglia a dire – Volevo dire diplomatici, diplomatici, i diplomatici, i dolci che piacciono al babbo – Non capisce più niente, diventa rossa in faccia, e sente come in un eco gli scout commentare – oh ma guarda la figlia dell’Iginio vuole i profilattici in vassoio – e giù altre risate. 
Poi scappa via, oltre la pasticceria, oltre la strada, lasciando sua sorella lì, a guardarsi le scarpe e non capire, e il babbo gliele avrebbe date stavolta, forse non oggi ché si festeggia ma domani sicuro.

Quando dopo molti minuti torna indietro, spinta dal terrore per le manate del babbo, Allegra, che ha sei anni e va in prima elementare, le chiede come mai tutti abbiano riso, e cosa siano quei diavolo di profilattici, ed Elena ammette di non saperlo, che forse sono dei palloncini per grandi, che lo ha dire sentito a scuola e le è rimasto attaccato in testa e con gli scout vicino non ci ha capito più niente.
A casa, quella domenica qualsiasi, il rituale lo festeggiano a metà, col babbo incattivito e la mamma perplessa, senza diplomatici, per colpa di quella figlia che ha il ciclo mestruale da solo quattro giorni ed è già diventata tutta matta.
Il giorno dopo è un lunedì. È pomeriggio tardo, squilla il telefono a casa Gigli. Le maestre di Allegra vogliono parlare col babbo perché a scuola alla domanda: cosa vorresti bella bimba per Natale? Allegra ha risposto: vorrei tanto dei profilattici.

Esercizio Esempio Soluzione

Esercizio: spostare il significante da tronfio a cazzaro, e il significato da retorico a fanfarone.

Esempio: ogni volta che qualcuno, in maniera adulatoria e piena di sé (tronfio), millanta (cazzaro) collaborazioni lavorative (retorico) ma poi si fa di fumo (fanfarone)

Soluzione: inserire 2 euro nel salvadanaio e diventare ricchi per enumerazione caotica.

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